mercoledì, febbraio 17, 2010

I Dreamed a Dream


Posso dirlo, o sta tanto, tanto male?
Posso dirlo, o qualche casalinga tracagnotta vorrà spararmi addosso con la lupara?
Posso dirlo, o qualche difensore del politically correct vorrà stirarmi con la macchina sulle strisce pedonali?

Va beh, io lo dico: a me Susan Boyle non sembra tutto 'sto fenomeno.

Intendiamoci: la voce ce l'ha e la sa usare (a parte che si nota spaventosamente il cambio di registro sulle note alte, ma è un peccato veniale). Però, che questa donnetta rappresenti chissà quale rivincita del vero bel canto sulle regole dello showbiz, proprio non mi sembra.

Semmai, è una rivincita del personaggio bruttino nel mondo delle top-model e delle siliconate, questo sì; e intendiamoci, non è poco.

Ma la signora non è una cantante sopraffina, non è una di quelle che con la voce fanno veri miracoli: non è Barbra Streisand, non è Aretha Franklin, non è Giorgia. Potrà arrivarci continuando a studiare e a raffinare il potente strumento che la natura le ha regalato, ma la sua interpretazione di "I Dreamed a Dream" non è tutta 'sta cosa, nonostante ormai la gente sia convinta che quella sia una canzone di Susan Boyle, proprio come in tanti credono che "Memory" sia una canzone di Barbra Streisand invece che un brano tratto da Cats, che poi Barbra Streisand ha inciso in un suo disco.

Se ci fosse una reale rivincita del bel canto sullo showbiz, allora a Sanremo ci inviterebbero, che so... Ruthie Henshall, Lea Salonga, Kerry Ellis, Judy Kuhn, Laura Michelle Kelly, Maria Friedman o qualsiasi altra brava interprete del teatro musicale del West End o di Broadway. Ma le regole dello showbiz, se a volte accettano di lasciarsi infrangere da qualche sporadico caso di "bruttina di talento", difficilmente portano le telecamere nei teatri, dove si nasconde la gente davvero in gamba; c'è il pericolo che poi gli spettatori televisivi imparino a distinguere il grano dalla crusca.

Qui sotto, "I Dreamed a Dream" cantata da Susan Boyle, live a Sanremo; cambio di registro troppo evidente, parole non sempre nitide, interpretazione accettabile.



Qui, invece, la stessa canzone cantata da Ruthie Henshall, live alla celebrazione dei 10 anni del musical Les Miserables; voce precisa senza una sbavatura, cambi di registro impercettibili, interpretazione densissima (tanto da arrochire la voce sulle parti in cui il personaggio si lascia prendere dalla collera) nonostante si tratti di una versione concerto del musical: gli interpreti sono in costume ma non c'è una "vera" messa in scena.



La vedremo mai, una Ruthie Hanshall ospite di uno spettacolo di massa come Sanremo? Mah. Ricordo che, anni fa, Vanessa Williams fu invitata al Pavarotti & Friends. Poteva essere l'inizio di un percorso, invece fu un caso isolato. Speriamo nel futuro.

venerdì, febbraio 12, 2010

Autostima


Due microeventi odierni mi hanno fatto tornare alla mente un ricordo singolare.

Primo microevento. Insieme alle amiche che ho conosciuto un annetto fa al corso preparto, avevamo organizzato una rimpatriata con i pargoli... poi in realtà abbiamo dovuto annullare tutto perché è venuto giù un mezzo nubifragio e nessuna mamma era entusiasta all'idea di mettersi in ballo con macchina, passeggino, ombrello e quant'altro, ma sta di fatto che ero stata per un paio di giorni nel [mode rimpatriata corso preparto on].

Secondo microevento. Saltellando per siti e blog, mi imbatto in questo, nella cui homepage campeggia questa frase: "E' molto facile trascorrere un'ora parlando dei propri problemi. Quando parliamo dei nostri sogni invece, cinque minuti ci sembrano lunghissimi: gli ostacoli ci fanno credere che siano sogni impossibili".

Alla lettura di quelle righe, i neuroni hanno fatto zot e hanno ricostruito un ricordo che risale al suddetto corso preparto. Prima lezione: ci si presenta, ci si conosce, insomma le solite cose. Siccome oltre che un corso sugli aspetti più pratici della gravidanza e del parto doveva essere anche un'occasione di relax fra ragazze/donne che avevano tutte in corpo la stessa eccitazione e la stessa fifa, si cominciava con un esercizio un po' new age: "Dividetevi a coppie e raccontate l'una all'altra cinque vostri pregi", dice la coordinatrice del corso.

Aveste visto le facce.
"Cinque pregi?"
"In che senso?"
"Cioè delle cose buone di noi?"
"Delle qualità?"
"Ma cinque?!?!?"
"Cinque sono tante..."

Sembrava che ci avessero chiesto di scalare l'Everest. A me venivano in mente più che altro delle referenze da colloquio di lavoro... "So scrivere bene in italiano, ho dato l'esame del First Certificate per la lingua inglese, non mi spaventa l'idea di lavorare anche tante ore di seguito..." Ma ovviamente non era quello il genere di pregi che dovevamo rivelare.

Poi, vabbè, in qualche modo tra una risata e l'altra, ce la siamo cavata. Sinceramente non ricordo cosa ho tirato fuori, tranne una mia qualità nella quale credo molto, che è la fedeltà (se ti viene l'idea di tradire la persona con cui stai, lasciala che fai prima; secondo me, chi tradisce ha un forte sostrato di cretineria nel suo DNA).

Ma a parte il risultato dell'esercizio, è stato sorprendente constatare quanto l'idea di scovare aspetti piacevoli di se stessi, e di doverli pure raccontare a qualcun altro, fosse comica e imbarazzante. Non me ne ero mai resa conto prima.

P.S. Ah... cosa c'entra la foca all'inizio, volete sapere? E' la fotografia che all'epoca mandavo agli amici che mi dicevano "dài, mandami una foto di te col pancione". Tanto, più o meno la stazza era quella... :-P

venerdì, febbraio 05, 2010

Alcune considerazioni su "Nine"

Ieri sono finalmente andata al cinema a vedere Nine (e ho fatto bene, perché già da oggi non lo danno più). Non mi è affatto dispiaciuto, e a fronte del sei, massimo sei e mezzo, che gli aveva dato Simona (amica e "musical-journalist" di Cineblog), io arriverei a un sette, e forse pure sette e mezzo.


Devo ammettere che questo film ha un grosso problema, il quale influisce un po' su tutto il resto: una lentezza esasperante nello sviluppo della trama. A teatro funziona meglio, perché essere lì di persona, dal vivo, permette di godersi al massimo tutti quegli altri elementi a cui la trama fa da collante e che sono però, loro, la ragion d'essere di un musical: le voci, le canzoni, la musica dal vivo, gli arrangiamenti, i recitati, le coreografie... invece il cinema ha bisogno di un ritmo più veloce, di un minimo susseguirsi di eventi. A meno che non sia quel tipo di cinema in cui la trama è costituita proprio dal non-succedere, ma allora stiamo parlando di un cinema diverso e più raffinato, e Rob Marshall non è mica Antonioni.

Altra questione (occhio, qui partono gli spoiler): quando, a venti minuti dalla fine, una svolta nella trama finalmente arriva e conduce al finale, non è sufficientemente motivata. Cosa imprime la svolta al comportamento e alle azioni di Guido? Il fatto che l'amante si sia quasi uccisa? Il fatto che la moglie lo abbia piantato? Aver sognato la madre che gli dice (udite udite) "solo tu puoi decidere il tuo cammino"? I due anni passati lontano da tutto e da tutti? La chiacchierata con l'amica costumista? Insomma cosa? Potrebbe essere uno di questi elementi, potrebbe essere un misto di tutti, potrebbe essere la semplice consapevolezza di essere un cretino e un bugiardo senza spina dorsale; qualunque cosa sia, io non l'ho capito.

Il cast.
Lui, bravo. Il doppiatore, no. Il personaggio in quanto tale è di quelli che a me fanno saltare i nervi dopo un quarto d'ora ma questo è un problema mio, non sopporto i molluschi che passano il tempo ad autocommiserarsi. Nella vita come nei film.
Judi Dench, Fergie e Marion Cotillard: brave a recitare come a cantare, il che in un musical è un elemento un filino importante. Personaggi, forti e credibili, espressivi. Il meglio del film.
Kate Hudson: lei sarà anche brava ma il suo personaggio è inutile, una sciacquetta prevedibile e scontata. Se non altro, ha la funzione di mettere in moto la prima, vaga presa di coscienza del protagonista che, miracolo, decide di non andare con una sciacquetta.
Sofia Loren: poco più di un cameo, ma ben riuscito. Se lui per la madre deve avere questa specie di ammirazione divina, e se bisogna insistere sull'italianità del tutto, chi meglio di una leggenda vivente come la Loren.
Penelope Cruz e Nicole Kidman: che spreco. Per il personaggio di Carla, della serie "sembro una sciocchina ma in fondo non lo sono", non c'era bisogno di scomodare la Cruz. Quanto alla Kidman, va bene la necessità di inserire una vera diva nel ruolo, appunto, della diva, ma santo cielo se una poi deve cantare "Unusual Way", almeno che sappia cantare! (soprattutto quando nel CD più recente che c'è in commercio, il Broadway Revival 2003, "Unusual Way" è cantata da Laura Benanti, mica una vocina qualsiasi, quasi un'ottava sopra).

Qui, una ripresa pirata di Nine a Broadway (con Laura Benanti e Antonio Banderas); "Unusual Way" inizia circa a metà video.


Qui, "Unusual Way" cantata da Nicole Kidman e montata su immagini del film. Scremando il tutto dai miracoli degli studi di registrazione, credo si capisca cosa intendevo dire.


La colonna sonora: c'è chi lamenta la mancanza di grandi pezzi memorabili, a parte "Be Italian" e (forse) "Cinema Italiano". Ma è un musical, mica la Pausini. Non deve contenere brani orecchiabili al primo ascolto, deve essere qualcosa di più raffinato, qualcosa che si impara col tempo. La "Overture delle Donne" e la stessa "Unusual Way" a me sembrano deliziose (quest'ultima anzi direi struggente, la classica canzone sui rimpianti e le occasioni mancate). Che Maury Yeston non sia un mostro sacro del teatro musicale si sa, eppure qui ha fatto un lavoro onesto.

Belli l'opening e l'ending. Quest'ultimo, in particolare, con la carrellata delle protagoniste che riemergono poco a poco dalla scenografia, mi pare un bell'equivalente filmico dei final bows teatrali, che io trovo sempre commoventi.


L'inserimento dei numeri musical nel film: un po' troppo autoscopiazzato da Chicago. Preferisco i film dove la musica e il canto fanno parte della trama senza cercare scuse o escamotage; come in Moulin Rouge, per intenderci. Se il musical è un genere, teatrale e cinematografico, in cui i personaggi comunicano e si esprimono cantando e ballando oltre che parlando, allora che lo facciano e buonanotte, senza andare a scomodare allucinazioni, sogni, incubi e visioni. Per esempio la scena della fontana (quella fra Guido e Claudia) mi è piaciuta, altre molto meno.

Grandeur. La cosa buona dei musical hollywoodiani è che non hanno problemi di budget. Questo significa scenografie enormi, sfondi e panorami infiniti (Roma da tutte le parti, Roma nei palazzi e nei monumenti, Roma nelle fontane e nei tramonti, Roma, Roma, Roma!), orchestra numerosa, cori idem. Tutto ciò che può essere potenziato rispetto alla versione teatrale, che lo sia! Altrimenti perché farlo al cinema? E un bel po' di quel sette o sette e mezzo, alla fine sta proprio qui. Sta nella potenza: degli arrangiamenti, delle scenografie, e di quei due o tre personaggi di cui sopra. Da soli, tengono in piedi la baracca e la risollevano dal livello medio-basso a cui troppo spesso si avvicina.

mercoledì, febbraio 03, 2010

Tea, anyone?

Se potessi mettermi a collezionare qualcos'altro, invece che limitarmi a fumetti, tazze e altri biricoccoli, mi butterei sulle teiere: trasparenti, metalliche, colorate, disegnate... adesso poi che a cinquecento metri da casa mia hanno aperto una piccola sala da tè con annessa vendita di miscele e attrezzeria varia, la tentazione è forte e viene frenata solo dalla consapevolezza che poi non saprei dove metterle, tutte le teiere che mi piacerebbe acquistare.

Il tè non è solo una bevanda che mi piace, calda o fredda che sia. E' il sapore che la mattina mi fa superare la pigrizia e mi aiuta a mettermi in moto; è la pausa pomeridiana quando inizio ad avvertire la stanchezza della giornata; è l'aroma che mi dà la buonanotte prima di andare a letto.

Ma è anche il ricordo di interminabili merende collettive a Bologna, ai tempi dell'università; di riunioni di lavoro condite da torte e biscottini nel salotto della Grande Capessa; di chiacchiere rilassate nel nido di PurpleCri; di raduni "girls only" tra mia sorella e le sue amiche, che mi lasciavano partecipare anche se ero piccola; di graditissimo calore nelle mani dentro i locali londinesi; di lunghi racconti arretrati a casa di Monica; di qualcuno che in casa mia indugiava davanti alla tazza prima di rassegnarsi ad andare a un appuntamento di cui non aveva voglia; di momenti di relax solitari prima di intraprendere qualche nuova attività; e di tante altre cose.

Magari non potrò mettermi a collezionare teiere; però qualche aggiunta all'attrezzeria domestica penso che la farò, e otterrò qualche spunto per nuovi ricordi.

lunedì, febbraio 01, 2010

Potenza di una virgola

Sono sempre stata una maniaca della punteggiatura. Mi arrabbio quando leggo testi altrui che mostrano carenze da questo punto di vista (o peggio quando devo correggerli, tipo maestrina dalla penna rossa) e al contrario m'illumino d'immenso quando mi imbatto in testi caratterizzati da un uso accorto e creativo della punteggiatura.

Un paio di settimane fa, passeggiando per il centro mentre portavo a spasso Micaela nel passeggino, sono passata davanti alla vetrina di un negozio di abbigliamento specializzato nelle cosiddette taglie forti. Mi ha colpito la scritta che campeggiava sulla vetrina del negozio: "Le donne vere, hanno le curve!"

Quanta potenza comunicativa c'è in quel punto esclamativo, ma soprattutto in quella virgola! Che peraltro, a voler essere pignoli, lì non ci dovrebbe stare in quanto divide il soggetto dal verbo: anatema!

Quella virgola è, tanto per cominciare, una pausa nella lettura della frase: le donne vere, pausa, hanno le curve! Ma quella pausa a sua volta, abbinata a quei termini e inserita in quella posizione, genera tanti altri messaggi sottintesi, ad esempio:
- Le donne vere, stai bene attento e seguimi, hanno le curve!
- Le donne vere, e mo' guarda cosa vado a rivelarti, hanno le curve!
- Le donnne vere, mica quelle finte che stanno in tivù, hanno le curve!
- Le donne vere, quelle genuine e sincere e non ritoccate al Photoshop, hanno le curve!
- Le donne vere, e se lo neghi finisce che le prendi, hanno le curve!

C'è un tono quasi minaccioso, sicuramente polemico, che si pone su un piano di alterità /diversità / superiorità rispetto al banale sentire comune che idealizza la donna magra e disprezza la donna grassa - sto usando volutamente termini molto schietti e per niente politically correct, dal momento che non c'è nulla di politically correct nel giudizio estetico di massa.

In definitiva, quella virgola dà un enorme aiuto al testo (e al contesto) nel comunicare un forte desiderio di rivalsa: basta invertire la frase e otteniamo, più o meno, "le donne con le curve sono quelle vere". Esprime inoltre l'intenzione di far sentire sicure e legittimate le clienti che, comprensibilmente, si sentono escluse dal suddetto giudizio estetico di massa e quindi si vergognano di dover fare acquisti in un negozio per taglie forti (= per donne grasse, siluriamo anche qui il politically correct, grazie).

Insomma, dinanzi a un uso così brillante e creativo di una semplice virgola, si può anche perdonare la cesura fra soggetto e verbo e sorridere al pensiero che almeno una cliente ogni tanto si sia lasciata convincere dallo slogan e abbia pensato, tutta tronfia, "io sì che sono una vera donna!".

Kerosene nel cervello

Rivolgendomi idealmente alle "vittime" e agli estimatori di una certa nuova campagna pubblicitaria di una certa nota marca di jeans e abbigliamento, mi sono limitatata a pensare "poveretti voi che ancora abboccate a 'ste idiozie, ma andaste a lavorare in miniera invece di farvi ispirare da 'sti fighettini nullafacenti per strada".

Qualcun altro, per fortuna, ha fatto un'analisi un po' più argomentata (anche perché se tutti si limitassero ai miei "slanci emotivi", ne uscirebbe ben poco costrutto).
http://giovannacosenza.wordpress.com/2010/02/01/be-stupid/

domenica, gennaio 31, 2010

Parallelismi

Oggi pomeriggio ho ripreso in mano un fascicolo di una vecchia pubblicazione DeAgostini intitolata Scrivere, nella quale ci sono alcuni brevi interventi di Antonio Serra e Alberto Ostini, fra cui il seguente:

"Un personaggio ben riuscito avrà delle zone di contatto e sovrapposizione con i lettori, in modo da agganciarli. Ma allo stesso tempo dovrà deviare per vivere quelle avventure e quelle emozioni che noi lettori cerchiamo nella narrazione proprio perché non le possiamo vivere nella realtà. Una perfetta identificazione renderebbe la nostra storia noiosa. Una totale divergenza la porterebbe così lontano da noi da non riguardarci e non interessarci ugualmente. Su questo gioco di equilibrismo tra identità e differenze si costruisce la fortuna di ogni buon personaggio" (A. Serra e A. Ostini, "Il gioco delle identità", su Scrivere n. 5, DeAgostini 2007, p. 12).

Leggendo queste righe, qualche settore di memoria del mio hard disk cerebrale si è risvegliato e, dopo una veloce ricerca, è andato a ripescare un testo di Umberto Eco che non leggevo da secoli: La struttura assente. Fra i temi trattati in questo saggio, c'è quello del messaggio estetico e della necessaria e opportuna dose di ambiguità che deve portarsi dietro, appunto per essere un messaggio estetico e non semplicemente informativo.

"Una ambiguità produttiva è quella che risveglia la mia attenzione e mi sollecita ad uno sforzo interpretativo, ma poi mi consente di trovare delle direzioni di decodifica [...]. Accade al messaggio estetico quello che accadeva all'intreccio tragico secondo le reogle della poetica aristotelica: l'intreccio deve fare accadere qualcosa che ci sorprenda, qualcosa che vada al di là delle nostre attese [...]; ma perché questo evento sia accettato e ci si possa immedesimare in esso bisogna che, al tempo stesso in cui appare incredibile, obbedisca a delle condizioni di credibilità" (U. Eco, La struttura assente, Bompiani 1968, p. 63).

Il personaggio come l'intreccio? Sì, perché sono entrambi strategie testuali. Sia l'uno che l'altro devono obbedire a quel famoso requisito di equilibrio tra l'ordinarietà e l'eccezionalità.

Niente di nuovo sotto il sole, per carità, ma questi piccoli risvegli di neuroni sono sempre piacevoli. :-)

venerdì, gennaio 29, 2010

La teiera twitterante

Ho appena scaricato il file "A World of Connections", pubblicato dall'Economist, un bel pidieffino dedicato ai social media, dopo averlo visto segnalato sul blog di Luisa-Carrada-santa-subito. Per ora l'ho appena sfogliato, ma un'immagine in particolare ha catturato la mia attenzione:

Fantastica via di mezzo tra un'illustrazione, un grafico, e un po' anche un fumetto. Ve la ricordate quella storia contenuta nel volume Il respiro e il sogno, di Berardi e Milazzo, dove i balloon dei protagonisti non contenevano parole ma immagini? Ecco, più o meno ho provato la stessa sensazione un po' strana ma anche intrigante (fermo restando che, ovviamente, Il respiro e il sogno era pieno di una poesia e una dolcezza che non posso pretendere da questa teiera né dal contesto in cui viene citata).

Il testo nei pressi dell'immagine recita, fra le altre cose: "Ascoltali abbastanza a lungo [i profeti di networking e socialmedia, ndS] e alla fine avrai l'impressione che presto la tua teiera passerà il tempo a scrivere su Twitter cosa hai mangiato a colazione".

Se anche il resto del file è così simpatico e fantasioso, leggerlo mi piacerà un mucchio. O magari mi sono affezionata a quell'immagine semplicemente perché sono una teinomane. :-)

giovedì, gennaio 28, 2010

Un macaco e tre macache

Nuova puntata della serie "le pubblicità imbecilli".

Una tipa invita a pranzo due amiche e un amico. Lui, mentre a tavola fa il brillante cercando di mettere insieme un gioco di prestigio, si macchia la camicia, sicché la padrona di casa gentilmente si offre di lavargliela sul momento, utilizzando una nota marca di detersivo. Lui resta in maglietta, mentre la tipa si avvia verso la lavatrice.

Che fanno le due amiche? Restano tavola con lui? Nooo! Si alzano e seguono la tipa, perché è molto più interessante farsi raccontare vita morte e miracoli di un detersivo, piuttosto che fare educatamente compagnia (almeno una delle due!) a un ospite. Così passano una vita in bagno ad ascoltare 'sta specie di comizio sul detersivo, finché si arriva a uno stacco e la telecamera torna a riprendere il salotto, dove le tre amiche fanno trionfalmente ritorno con la camicia lavata e stirata (ma sono rimaste tutto il tempo a fissare la lavatrice aspettando la fine del lavaggio? e poi giù ferro da stiro e olio di gomito?).

Lui, ovviamente, non ha nemmeno pensato di alzarsi o di dare una mano per lavarsi la SUA camicia; è rimasto bel bello a gozzovigliare, perché si sa, lavare i panni e cucinare è roba da donne, invece starsene spaparanzati a tavola a ingozzarsi di cibo è attività implicitamente connaturata all'essere uomo...

Insomma, sempre per la serie "parità dei sessi gìrati dall'altra parte, che qui c'abbiamo altro da fare che starti a sentire".

martedì, gennaio 26, 2010

Nine

Non m'importa se negli USA è stato un mezzo flop, non m'importa se la locandina è banale, non m'importa se dal trailer sembra un incrocio fra "Chicago", "Moulin Rouge" e "The Phantom of the Opera"... spero tanto di riuscire a vederlo!!!

lunedì, gennaio 25, 2010

Sveeegliaaaaaaa!

Lavorare in ambienti quali riviste, uffici stampa, organizzazione di eventi, implica avere sempre a che fare con un grande nemico: il tempo.

Per esempio:
Che scadenza mi dai per scrivere l'articolo?
Quando si tiene l'evento e quanto tempo ho per organizzarlo?
Quando va in stampa il volantino e con quanto anticipo devo mandare i testi?

La capacità di organizzarsi tenendo bene a mente il fattore tempo sembrerebbe una cosa ovvia, un requisito essenziale se si vuole lavorare in questo tipo di settori. Possono capitare dei disguidi e degli imprevisti, ma in linea di principio calendarizzare le tappe non dovrebbe essere un'impresa così inusuale o titanica.

Invece noto che, sempre più spesso, lo diventa.

"Mi scrivi due righe veloci su questa cosa? Mi serve subito! In effetti dovevo chiedertelo la settimana scorsa ma poi non ho fatto in tempo..."
"Non è che stasera puoi portare a cena l'ospite Tizio De Tizis? Io non posso, devo andare alla recita di Natale di mio figlio..."
"Siamo senza copertina per il prossimo numero, me lo rimedi un copertinista al volo? Digli che ha un paio di giorni per farci il disegno."

Sono cose che detesto. Capisco che possono succedere, capisco che non sempre si riesce ad organizzarsi, so di averne combinate anch'io in passato (peraltro scusandomi in mille modi e strisciando in ginocchio sui ceci dinanzi agli altri interessati), ma le detesto lo stesso. Odio le improvvisazioni che si potrebbero evitare. Soprattutto quando anche io sono coinvolta in una certa attività, che cerco di gestire in modo che non sia un'improvvisazione, e poi altri collaboratori invece se la prendono comoda, salvo poi accorgersi all'ultimo minuto se manca qualcosa o se ci sono degli intoppi.

Per esempio: giovedì scorso (il 21), spedisco al collaboratore Pinco Pallo del materiale relativo a un evento, che si svolge domani (martedì 26) in una location di competenza di Pinco Pallo medesimo, in modo che Pinco Pallo possa promuovere l'evento stesso. Nella mail che invio a Pinco Pallo, oltre ad allegare il file con le informazioni necessarie, aggiungo due righe per spiegare un paio di dettagli utili ad estrapolare, dal mio file, gli elementi più comodi per fare promozione. Oggi, Pinco Pallo mi telefona dicendomi: "Maaaa, per quel file che mi hai mandato... non è che avresti qualcosa di un po' più preciso, da cui estrapolare le cose utili per un comunicato stampa? Perché sai, l'evento si tiene domani e andrebbe un po' promosso..."

Oggi ti viene in mente che devi promuovere un evento che si tiene domani?
Oggi ti rendi conto che non riesci a cavare le zampette dal materiale che io ti ho mandato cinque giorni fa?
Oggi vorresti che io ti spedissi subitissimo del materiale nuovo in modo da fare in tempo a usarlo per la tua pianificatissima promozione?

Gli ho semplicemente ripetuto quello che gli avevo già scritto per email su come utilizzare al meglio le nozioni contenute nel mio file, ho aggiunto un chiarimento a cui in effetti avrei potuto provvedere meglio nel famoso file, e abbiamo concluso la telefonata. Eccheccavolo.

domenica, gennaio 24, 2010

Sette in un colpo

Una delle cose che più mi intrigano, nella lettura dei fumetti, è l'osservazione delle scelte compiute da sceneggiatori e disegnatori in termini di scansione temporale, quando si tratta di rappresentare eventi molto vicini gli uni agli altri. Per esempio mettiamo che un personaggio spari a un altro: si può disegnare una vignetta in cui parte il colpo, la successiva in cui il colpo manca il destinatario, e magari una terza vignetta in cui il destinatario esclama "dannazione!", oppure si possono condensare due passaggi in uno, o addirittura tutti e tre in uno usando una bella profondità di campo, oppure inserire dei passaggi ulteriori per ottenere un effetto rallenty... insomma ci sono tante possibilità diverse. Per me la situazione più affascinante è quella in cui in una sola vignetta si fanno stare un sacco di cose, senza che per ciò la vignetta stessa risulti appesantita o troppo piena.

Ecco un esempio di vignetta che, nella sua apparente semplicità, a mio avviso è un piccolo capolavoro:

E' tratta da "Paperina di Rivondosa", testi e disegni di Silvia Ziche. Questa storia, dopo essere stata serializzata su Topolino, è uscita da qualche anno anche in volume; ogni tanto me la rileggo perché la trovo sempre fresca e comicamente appassionante.

In quella vignetta, tanto per dire, succedono sette cose insieme:
- La contessa Agnese esclama "Paperina!"
- La contessa Agnese allunga il piede in avanti
- Paperino inciampa nel piede della Contessa Agnese generando il suono "pic"
- Paperino compie la traiettoria semicircolare rappresentata dalla doppia linea cinetica
- Paperino impatta col terreno generando il suono "crash"
- Paperina si gira di scatto
- Paperina chiede "Sì, signora?"

O meglio, è evidente che quelle sette cose non succedono proprio insieme, ma Silvia Ziche le piazza tutte in una sola vignetta: il disegno in quanto tale non può che limitarsi a rappresentare un singolo istante (in cui l'azione più evidente è lo schianto a terra di Paperino), eppure la ricchezza degli elementi (personaggi, battute, onomatopee) e il senso di lettura conducono occhio e cervello del lettore ad assimilare il tutto come se si trattasse di una veloce sequenza di azioni, con elementi che precedono lo schianto di Paperino ed altri che lo seguono.

Un piccolo gioiello, contenuto in un già di per sé prezioso scrigno.

sabato, gennaio 23, 2010

Nuovi spot per macachi

Ultimamente, di pubblicità insulse (o che veicolano messaggi triiiiisti) ne ho viste diverse, ma tre meritano i primi gradini del podio.

Su due di queste ho già letto in giro commenti più efficaci di quelli che potrei scrivere io, quindi ad essi vi rimando: sul blog Dis.amb.ig.uando per la pubblicità del cappuccino, e sul blog Bambocciona fuori sede per la pubblicità delle cotolette panate (non cito apertamente le marche reclamizzate per evitare loro ulteriore pubblicità gratuita).

A me non resta che citare lo spot in cui lui torna a casa con tosse e raffreddore, ridotto 'na pecetta, e giustamente preoccupato perché il giorno dopo arrivano degli amici in visita; e lei gli dice "Tranquillo, ci penso io" (o forse "tranquillo, ci sono qui io"... non ricordo di preciso).
Uno si chiede: cosa farà lei di tanto significativo?
...chiamerà gli amici per dire di rimandare la visita?
...preparerà un miracoloso decotto di erbe?
...reciterà una preghiera vudù per ingraziarsi gli dèi dell'influenza?
No.
Gli dà un'aspirina.
Ma 'sto pirla c'ha bisogno della moglie per sapere che in caso di influenza esiste l'opzione "provo a cavarmela con un'aspirina"?!? E lei deve tirare fuori quell'aria materna "ci penso io", per poi uscirsene con tale inedita genialata?!?
Non so lo spettatore medio, ma a me 'sta pubblicità fa sorgere il dubbio che l'aspirina sia una medicina rigorosamente riservata ai deficienti, vedi un po'.

venerdì, gennaio 22, 2010

Un piccolo aiuto per l'ADEV




ADEV sta per "Associazione Diritti degli Esseri Viventi" ed è in pratica un'associazione di privati cittadini volontari, situata nel Salento (sud della Puglia) che amano i cani e cercano di trovare casa ai cuccioli abbandonati. Si tratta di un'associazione senza fini di lucro; non è un canile, non ha uffici, non è un'azienda di servizi pubblici, non è associata a nessun canile in particolare e non si occupa di trovare una casa a cani adulti o cuccioli di proprietà di privati cittadini.

Insomma, è "semplicemente" un insieme di persone che si danno da fare per aiutare dei cuccioli randagi e per qusto motivo (oltre che per essermi stata segnalato dalla fumettista - illustratrice - colorista Ketty Formaggio, che conosco da diversi anni) mi ispira fiducia e simpatia.

Di recente, grazie alle tante segnalazioni su Facebook, ho visto quanti cani e gatti, di ogni età, si trovano in situazioni difficili e alla costante ricerca di una famiglia. Al momento non mi è possibile intervenire in prima persona (con la bambina ancora molto piccola e due gatte in casa, inserire un cane proprio adesso sarebbe difficile), ma in futuro conto di fare la mia parte. Per adesso sono contenta di aver fatto una donazione "natalizia" in favore di una cagnolina la cui storia mi aveva molto colpita (era stata praticamente scuoiata viva da non so quale demente rincoglionito di essere umano - vabbè, "umano" si fa per dire) e che aveva bisogno di cure mediche costanti e di qualità. La cagnetta è stata per un po' in clinica a Bari e adesso sta per traslocare nel Nord Italia dove verrà sottoposta a una sorta di "rieducazione comportamentale" (con tutto quel che ha passato, nutre una giustificatissima diffidenza nei confronti delle persone) prima di essere data in adozione. Nonostante io in questa storia sia potuta intervenire solo "da lontano", mi sento coinvolta come se la cagnetta l'avessi sempre conosciuta e questo contributo che ho dato è davvero un grande motivo di orgoglio.

Insomma tutto questo per dire che queste creaturine un po' di aiuto lo meritano, e quindi anche l'ADEV ha bisogno di sostegno. Basta anche solo far girare il più possibile gli annunci per le adozioni e sostenere la circolazione di informazioni, aggiungendo il link al blog dell'ADEV nel proprio sito internet o supportando il blog dell'ADEV aggiungendosi ai sostenitori o iscrivendosi ai feed rss. Ogni link, se ne farete richiesta, sarà ricambiato.

P.S. La colonna sonora, tratta dal musical del Re Leone, mi sembrava adatta a questo post, ma non chiedetemi perché, non saprei spiegarlo.

giovedì, gennaio 21, 2010

"Non è stato un pic-nic" e tanto altro...

Lo confesso, quando il mio amico Egisto si è buttato nell'editoria a fumetti aprendo la piccola casa editrice Dada Editore, ho fortemente temuto per la sua salute: economica e mentale, come ben possono immaginare quelli che di piccola editoria a fumetti un po' si intendono.

Dada Editore ha cominciato la sua avventura nel 2006 con le pubblicazioni legate alla prima edizione della manifestazione Casacomìx, a cui anche io avevo collaborato, e ha poi proseguito con la ristampa dell'opera omnia del grande Roberto Bonadimani e con i tre volumi di Steam Rail by Paolo Zaniboni. Tutti volumi gradevoli, ben fatti, molto ben curati. Ma il colpaccio, secondo me, è arrivato con le ultime produzioni, uscite in occasione della manifestazione Moncalieri Comics.

Intanto c'è il catalogo della manifestazione, che è un bel volumetto con contributi di vari esperti tra i quali il mio maestro Daniele Barbieri e il mio... mi piacerebbe dire "allievo" ma sarebbe un po' pretenzioso, quindi diciamo il mio "successore come caporedattore di Fumo di China", ovvero Andrea Antonazzo. Insomma mi fa sempre piacere vedere questi due nomi stampati sui volumi di saggistica.

Poi ci sono due storie di Diabolik: una la ristampa dell'unica storia del Re del Terrore scritta e disegnata nel 1986 da Cinzia Leone, l'altra un breve prequel, sceneggiato da Tito Faraci e disegnato da Giuseppe Palumbo, che si inserisce a pieno titolo nella continuity del personaggio (peccato che quest'ultimo albetto non sia in vendita, maledizione e stramaledizione, era distribuito unicamente come omaggio ai visitatori di Moncalieri Comics, evabbè).

Infine il pezzo forte, a cui faccio una smaccata pubblicità prima ancora di averlo finito: il volume Non è stato un pic-nic!, scritto e disegnato da Stefano Babini, fumettista e pittore ravennate che conosco - seppur superficialmente - da una decina d'anni e che con questo volume ha tirato fuori una specie di autobiografia che però è anche un romanzo che però è anche un fumetto ma in certi casi è una raccolta di illustrazioni... insomma un prodotto originalissimo, scorrevole, appassionante, ben scritto, ben disegnato (non a caso Stefano è stato allievo di Hugo Pratt), e pure ben stampato, visto che Egisto su questo volume ha scommesso tutto quello che poteva e lo ha confezionato nel migliore dei modi possibili: carta robusta, rilegatura a prova di bomba, cartonato con sovraccoperta... 'na sciccherìa.

Segnalo, tra l'altro, che il libro verrà presentato questo sabato nonché il 23 gennaio presso la Libreria "Alessandro Distribuzioni" (via Borgo San Pietro 138/140, Bologna, ore 17.00), ed è già stato presentato al "Caffè Letterario" di Lugo lo scorso 13 gennaio, con grande entusiasmo di Stefano, di Egisto e di tutti i presenti, come si può leggere qui e qui... ma guarda un po': coi capelli corti, Stefano sembra quasi una persona seria. ^___^

Insomma, io non so se Egisto, dandosi all'editoria a fumetti, abbia perduto la salute, economica e mentale; ma, nel caso, stavolta mi sa che ne valeva la pena sul serio.

lunedì, gennaio 18, 2010

Confezione e identità

Sto raccogliendo le idee per un articolo che devo scrivere in settimana. Riguarda il rapporto fra la confezione editoriale di un'opera (graphic novel ma non solo) e l'identità dell'opera stessa, il modo in cui viene considerata / percepita / assimilata dal lettore.

Watchmen è ormai considerato da tutti un graphic novel e viene sempre pubblicato in volume, ma nacque come miniserie (o "maxiserie"? anche qui la terminologia è cambiata nel corso degli anni...) mensile in 12 numeri.

Maus è il graphic novel per eccellenza, però di incarnazioni ne ha avute diverse: a puntate su riviste, poi a fascicoli, poi la seconda parte direttamente in volume, poi le edizioni più recenti che raccolgono tutto in un volume solo...

Il Dark Knight; anche lui è spesso definito graphic novel, ma all'inizio era una "semplice" miniserie in 4 numeri.

Insomma... in che misura è la confezione, a fare il graphic novel?
Sono graditi pareri e opinioni, via blog o facebook o mail o quel che preferite.

venerdì, gennaio 15, 2010

Scusate ma... niente eterna giovinezza per John Barrowman?

E' un'ingiustizia che l'uomo più bello del mondo (un tempo) sia costretto invecchiare come tutti gli altri.
Vabbè, è un'ingiustizia anche che sia gay, ma almeno guardarlo in estasi speravo fosse un'esperienza destinata a poter essere ripetuta in eterno. Mi accontento di riguardare periodicamente il DVD di "Putting It Together" e di scoprire clippine come questa su YouTube, visto che oltretutto ascoltare "Sunset Boulevard" una volta ogni tanto fa sempre bene. :-)

giovedì, gennaio 14, 2010

I sogni son desideri...

Perché quando vedo queste cose mi viene un irrefrenabile desiderio di collezionarle tutte?
I DVD dei film d'animazione Marvel se non altro sono disponibili anche per la Zona 2 (ho preso il primo degli Avengers e non è affatto male!), invece quelli della DC temo solo per Zona 1... non è un problema insormontabile ma è un po' una scocciatura.
Va bè, comunque, chi un giorno volesse farmi un regalo sa dove andare a parare! :-)

mercoledì, gennaio 13, 2010

Bye bye, Spidey-Tobey

Iron Man 2 è in dirittura d'arrivo, di Thor hanno iniziato le riprese, Captain America è in pre-produzione... insomma sembra che a farla da padrone nel prossimo futuro saranno i personaggi che fanno parte del cosmo degli Avengers (EVVAI!). Però, altre produzioni nel frattempo venivano pianificate, perché giustamente queste sono cose che si fanno con secoli di anticipo, e se vuoi uno Spider-Man nuovo che sia pronto da qui a due-tre anni, è già ora di darsi da fare.

Ma lo Spider-Man nuovo che arriverà (pare) nel 2012 non sarà l'atteso Spider-Man 4; divergenze artistiche con la Sony hanno indotto Sam Raimi a mollare tutto, e Tobey Maguire lo ha seguito. Di conseguenza, nemmeno il resto del cast è più della partita (a scrivere la sceneggiatura del nuovo film è James Vanderbilt, ovviamente non si conoscono ancora i nomi del nuovo regista e dei nuovi interpreti), e si ricomincia tutto da capo. Non solo nel senso che cambiano cast & crew, ma proprio che si abbandona la storyline del personaggio fin dov'era arrivata e si procede - pare, si dice, si mormora - a un reboot: sarebbe a dire... di nuovo le origini, di nuovo lo zio Ben, di nuovo Peter Parker liceale sfigato? ARGH!

Non è che i reboot siano la fine del mondo: anche Batman ha avuto il suo, giacché una cosa sono i due film di Tim Burton seguiti (sigh) dai due di Joel Schumacher, e altra cosa sono i due film diretti da Christopher Nolan. Ciascuno dei due registi ha narrato le origini di Batman (Burton nel 1989, Nolan nel 2005) e non è morto nessuno. Ma tra le due narrazioni ci sono sedici anni, mica pizza e fichi. Abbastanza tempo per lasciar decantare personaggio e storia, per far sì che i registi si dedicassero a tutt'altro e per lasciare che gli interpreti invecchiassero e non venissero più accomunati a quei film. (vero che Batman & Robin di Schumacher era del 1997, ma sia quel film sia il precedente non avevano avuto chissà quale successo e non erano considerati un parametro di riferimento: il vero Batman era quello di Burton, ed era con quello che doveva fare i conti il reboot di Nolan.)

In fondo avviene un reboot anche ogni volta che esce un nuovo film su Robin Hood; sta per uscirne uno a breve con Russel Crowe ma non per questo si va necessariamente col pensiero alle versioni con Kevin Costner o con Errol Flynn. Però si tratta di film "singoli", non di "saghe a puntate" che hanno costruito un immaginario ancora prepotentemente depositato nelle menti degli spettatori (tutti, non solo i nerd). E si tratta di film tra i quali - ci risiamo - passa un lasso di tempo ragionevole a permettere che il reboot avvenga, prima che sulla pellicola, nella mente del pubblico.

E' passato un lasso di tempo ragionevole, tra l'ultimo Spider-Man di Raimi (2007) e questo nuovo Spider-Man previsto per il 2012? Uhm. Cinque anni. Secondo me, pochini. Magari la Sony tirerà fuori dal cilindro un regista bravissimo e un cast strepitoso, ma per ora, così come hanno messo le cose, non mi sento molto fiduciosa. Se penso a come andò a finire quando cambiarono il regista degli X-Men...

Peraltro, non non nutrivo grande fiducia nemmeno nell'universo Ultimate, quando lo lanciarono, e invece guarda poi com'è andato bene... posso sempre sperare.

martedì, gennaio 12, 2010

Sembra quasi di giocare al Piccolo Chimico...

Domanda: cosa succede settimanalmente in una casa nella quale abita una bimba piccola?

Risposta: la cucina diventa il laboratorio della strega Bacheca, con un enorme pentolone sul fornello, da cui emergono infinite scorte di passato di verdura in confezioni monodose da congelatore...