sabato, gennaio 18, 2014

Bye bye, tesserino


Questo mese avrei dovuto rinnovare l'iscrizione all'albo dei giornalisti pubblicisti, con il consueto versamento della quota annuale (un centinaio di euro), a seguito del quale avrei ricevuto per posta il consueto bollino da applicare sul tesserino.
È una cosa che non ho mai fatto con tanta convinzione. A dirla tutta, nel 2007 ho preso la tessera solo e unicamente per far contento mio padre, che mi chiedeva sempre di spiegargli, esattamente, quale fosse il mio lavoro. Qualunque cosa io gli rispondessi, non lo convinceva.
"Ma se scrivi degli articoli, vuol dire che sei una giornalista?"
"Ma se lavori da anni con incarichi di responsabilità per questo festival, perché non ti assumono?"
"Ma fare gli adattamenti per i cartoni animati, è un lavoro vero?"
Insomma, alla fine 'sta benedetta iscrizione l'avevo fatta e, ogni anno, la rinnovavo. Mai che mi sia servita a qualcosa. Niente, nemmeno entrare gratis o con qualche sconto a mostre, fiere o prime visioni. Mi risolveva solo qualche fastidio burocratico. Se dovevo inserire la mia professione in un modulo, potevo scrivere "giornalista" invece di "libera professionista".
Poi scopro che, dal 2014, per rinnovare l'iscrizione bisogna non solo pagare, ma anche frequentare obbligatoriamente dei corsi (gratuiti) durante l'anno. E a quel punto ho deciso di liberarmi all'istante dell'iscrizione a un ordine che, oltre a non servirmi a nulla, adesso voleva pure decidere al posto mio cosa fare o non fare per migliorare la mia preparazione. Dopo lo Stato mamma, pure l'Ordine papà.
Il tutto senza contare che l'Ordine ce l'abbiamo solo noi, credo in tutta Europa. Una specie di corporativismo, molto lontano dal libero mercato di cui ogni settore avrebbe bisogno.
A qualcuno servono degli articoli scritti da me? Dovrà commissionarmeli e pagarmeli.
Non servono? Oppure: servono, ma non abbastanza da pagarmeli? Bene, vorrà dire che la mia professionalità e le mie competenze non sono abbastanza spendibili e quindi, se voglio rimanere nel giro, dovrò migliorarmi, oppure promuovermi meglio, eventualmente anche frequentare dei corsi.
In ogni caso è un problema mio, non di un Ordine papà che decide al posto mio che cosa devo o non devo fare.
Fine del rinnovo, fine dell'iscrizione. Al prossimo modulo da compilare coi miei dati, tornerò a scrivere "libera professionista" - sperando di non essere confusa con Bree Daniels.


mercoledì, gennaio 01, 2014

My 2013 in two shots

The best of 2013...






...and my resolutions for 2014:
- complete first book
- complete unfinished short tales
- build an author's platform
- hold on with my diet
- organize p-e-r-f-e-c-t-l-y the new house
- at least 2 or 3 trips to UK, 1 to Canada

...and it's more than enough!

sabato, novembre 09, 2013

Hunab K'u



Infine la ragazza mosse  le labbra. Gli occhi di Werner brillarono.
Udii dire:
- Addio.
Bisognava averla attesa all'erta quella parola per poterla udire, ma infine la udii. Von Ebrennac pure la udì, e si raddrizzò, e il suo volto e tutto il suo corpo parvero distendersi come dopo un bagno riposante.
E sorrise, di modo che l'ultima immagine che io ebbi di lui fu un'immagine sorridente. E la porta si chiuse e i suoi passi svanirono in fondo alla casa.
L'indomani, quando scesi a prendere la mia tazza di latte mattutina, era partito. Mia nipote aveva preparato la colazione, come ogni giorno. Mi servì in silenzio. Bevemmo in silenzio. Fuori un pallido sole splendeva attraverso la nebbia. Mi parve che facesse molto freddo.
[Vercors, "Il silenzio del mare"]


venerdì, novembre 08, 2013

It's over!

Mi sono definitivamente ritirata a vita privata per quel che riguarda traduzioni e adattamenti. L'ho fatto per tanti anni e iniziavo ad essere annoiata, senza contare che la gratificazione economica non era più quella di un tempo. Ad ogni modo, questi sono gli ultimi titoli che mi sono passati per le mani  prima del ritiro.


Sword Art Online


Steins Gate


Mawaru Penguindrum

Gender gap e autogol finanziari

Tre settimane fa, sono andata a Bologna per un convegno, organizzato da www.rischiocalcolato.it, dal titolo "Sopravvivere alla Bancarotta".

Due relatori - Paolo Rebuffo e Giovanni Baudo - hanno illustrato una serie di argomenti che ruotavano, grosso modo, intorno a questi concetti:

1. L'Italia e l'Europa hanno davanti a sé anni catastrofici dal punto di vista economico

2. I redditi e i risparmi dei cittadini subiranno ogni genere di sventura

3. Meglio essere preparati e fare il possibile per reggere il colpo nel modo migliore

Circa un quarto del seminario è stato speso per illustrare i punti 1 e 2. I rimanenti tre quarti, per sviluppare il punto 3, parlando ad esempio di titoli in borsa, di beni rifugio (oro, argento, ecc), di mercato immobiliare e via dicendo.

Ho trovato il seminario interessante e, soprattutto, utile. Però c'è stata una cosa che mi ha stupita: la quasi totale assenza di donne nel pubblico.

Eravamo circa trecento in sala. Per quanto ho potuto vedere dando una rapida occhiata alla platea, di donne ce n'erano cinque (me compresa).

A questo si aggiunga che, occasionalmente, i relatori si sono sentiti in diritto di fare dello spirito sul ruolo delle donne quando si parla di economia: un ruolo nullo, quando non il ruolo di quelle che remano contro.

Due esempi (chiaramente non sto riportano delle dichiarazioni letterali, ma delle parafrasi, credo attendibili, di quanto ho ascoltato).

Paolo: "Se uno, come me, vuole prendere la residenza fuori dall'Italia - perché non è più disposto a sopportare questo vergognoso inferno fiscale e politico - ma non vuole costringere anche la famiglia a fare altrettanto - perché è comunque una scelta radicale, che compromette amicizie, affetti e quant'altro - allora deve chiedere la separazione. E vallo a spiegare a tua moglie che lo fai SOLO per una ragione pratica, che non hai smesso di volerle bene, che stai solo proteggendo i risparmi di una vita per la sicurezza dei vostri figli. Anche questo è un passaggio difficile, la moglie mica lo digerisce facilmente".

Giovanni: " Secondo me, al momento non conviene fare investimenti immobiliari, per le ragioni che abbiamo appena visto. Al limite come prima abitazione, ma non è detto. Anzi, meglio stare in affitto, e resistendo coraggiosamente contro le insistenze della moglie! Perché, lo sapete, la donna quando c'è di mezzo la casa... eh, le donne sono così, vogliono la casa, loro proprio ci tengono... e tu puoi spiegare all'infinito i motivi per cui è meglio lasciar stare, ma loro no, eh no, loro prima o poi ci tornano, ti dicono che sì, hai ragione, però, insomma, la casa, la casa, la caaaasaaaaaa..."

Il secondo esempio, in particolare, è stato abbondantemente condito da risatine e faccette buffe. Chiariamo: sto parlando sempre e comunque di due relatori preparati e competenti, che hanno messo in piedi un signor seminario, e non voglio fare della polemica fine a se stessa o metterli in cattiva luce. Eppure, l'inesistente partecipazione di pubblico femminile e l'atteggiamento cameratesco e ironico che emergeva da alcuni interventi andavano tutti in una sola direzione: di economia, di risparmi, insomma di cose serie, è meglio che si occupino gli uomini. Alle donne vogliamo bene, per carità, sono le nostre mogli, fidanzate e compagne, ma quando si parla di soldi, di investimenti, di mercati... inutile, a queste cose dobbiamo pensare noi. Noi uomini.

Quindi, se anche persone in gamba come loro fanno (più o meno consapevolmente) passare questo messaggio, la situazione è grave.

Eppure, sarebbe troppo facile prendersela con loro. Mi hanno dato fastidio le battutine e le risatine di quel genere? Un po' sì. Ma, sotto altri punti di vista, ho comunque trovato i due relatori persone simpatiche, colte, intelligenti. Qualche risatina in meno ci poteva stare: ma niente su cui non si potesse sorvolare.

Quello su cui invece NON si può sorvolare, è il fatto che su trecento iscritti, solo cinque fossero donne. Che a sentire un convegno - nemmeno troppo costoso, troppo tecnico o troppo difficile - su un argomento fondamentale come "il mio paese è in crisi nera, meglio avere gli strumenti giusti per non colare a picco", quasi nessuna donna abbia sentito il bisogno di dire "ci vado".

Sto parlando di una platea di persone appartenenti a uno strato sociale medio-alto, dal punto di vista sia culturale che economico. Gente che dovrebbe/potrebbe avere le basi necessarie per comprendere almeno la metà (e non è poco) di tutto ciò che veniva discusso, e per riprendere in un secondo momento l'altra metà.

Anche io non posso dire di aver capito proprio tutto - tutto - tutto. Ma un bel po' sì, e questo basta a farmi dire di aver speso bene la giornata.

Quindi, una domanda.

DONNE, DOVE ACCIDENTI ERAVATE, QUEL SABATO? DALL'ARROTINO?!?

O quantomeno, dove stavano le mogli, fidanzate e compagne di chi era presente?

A casa coi bambini? Okay, coi bambini qualcuno deve pur stare, e non sempre ci sono nonni o babysitter a disposizione.

Forse qualcuna era al lavoro. Chi per esempio ha un'attività commerciale, non può chiudere proprio di sabato.

Ma, insisto, signore mie, eravate tutte al lavoro? o tutte a casa coi bambini?

Non prendiamoci in giro: anche fra le mie conoscenze personali - e io di amiche, sparse per la penisola, ne ho veramente tante - non ce n'è UNA che si interessi, anche solo a livello dilettantesco, di economia (a meno che proprio non studino economia e commercio o non lavorino nell'ambiente, e per "ambiente" intendo qualcosa di più che stare allo sportello di una banca).

Versano i soldi dello stipendio in banca, pagano affitto e bollette, e fine della storia.

Qualcuna potrebbe dire: ma se arrivo sì e no a fine mese, una volta pagati affitto e bollette, cosa dovrei fare? Occuparmi di investimenti in borsa, per farci cosa? Non ce li ho, i soldi da investire!

No. Io stavo parlando - ribadisco - di persone appartenenti a un ceto economico almeno medio, gente che qualche soldino da parte lo ha messo. Donne che, se sabato fossero state lì, avrebbero imparato - per esempio - di quali strumenti servirsi per verificare che la loro sia una banca solida, di cui fidarsi. Avrebbero imparato che, se per caso la banca salta per aria, anche loro ne pagheranno le conseguenze, con i loro soldi (non entro nel dettaglio: se vogliono sapere come e perché, stavolta che si informino). Oppure avrebbero imparato che forse non è il momento più giusto per investire nel mattone (se per caso ci stavano pensando). Oppure avrebbero imparato cosa sta succedendo a certi beni rifugio come l'oro, e se e quanto varrebbe la pena di investirci.

Si parla tanto del gender gap index in Italia. Di una presenza scarsa, irrilevante, di donne nei ruoli chiave della politica, della scienza, della finanza, dell'economia.

Ogni tanto, seguo i blog e gli interventi televisivi o radiofonici di persone che del discorso "femminile" in Italia si occupano (ad esempio Giovanna Cosenza, Marina Terragni, Lorella Zanardo...). Non lo faccio con grande costanza, ma se mi capita di trovare una segnalazione su questi temi, o anche solo un link condiviso su Facebook, vado sempre a dare un'occhiata. Ormai ne ho letti a decine. Eppure non ricordo di aver letto interventi che perorassero la causa di una maggiore cultura economica e finanziaria nelle donne.

Ricordo male? Qualcuno ci sarà stato? Forse sì, ma se non hanno lasciato traccia nella mia memoria, vuol dire che non erano numerosi né incisivi. Mentre, secondo me, è un tema su cui si dovrebbe insistere.

Quindi, se anche persone in gamba come loro trascurano questo argomento, la situazione è grave.

Insomma: vuoi vedere che, in parte, la famosa irrilevanza ce la andiamo a cercare?

"Ah, no, io con quelle cose non voglio avere niente a che fare..."

"No, no, io no, quando si parla di soldi proprio non ci capisco niente, non sono capace..."

"Eh, ma noi donne siamo portate per altre cose, noi siamo più filosofiche, più artistiche, più spirituali, meno razionali..."

PALLE.

Io sono laureata in filosofia, ho lavorato per diciassette anni tra fumetti e cartoni animati, adesso mi sto dedicando a scrivere racconti e un romanzo, a casa mi prendo cura di una bambina, due gatte e un cane (e un marito). Sul mio computer, in questo momento, ho tre finestre aperte. Una è questo testo che sto scrivendo, poi ce n'è una con le slide del convegno, e un'altra dove ho cercato in rete una ricetta per delle stramaledette mele cotte (sono a dieta).

Non vedo dove stia la contraddizione. Non vedo perché, anche se mi piace leggere, andare al cinema e a teatro (dando così spazio ai miei gusti in fatto di emozioni, svago e cultura), questa sera io non possa usare un'oretta (mica chissà quanto, eh!) a ripassare come funzionano gli ETF.

La questione, su queste cose, non è se per quell'argomento tu sia portata o no.

(Portata. Ma per favore. In quanti si sentono portati per le analisi finanziarie o i grafici che misurano l'andamento dello spread?)

La questione è che, al punto in cui siamo, non ci possiamo permettere di rimanere nella più crassa ignoranza. Donne e uomini. Tutti. L'assenza di cultura economica e finanziaria è un cancro che corrode la nostra società, e permette a gente come Alessandro Profumo o Corrado Passera, o quelli ai vertici del MPS, di continuare a fare quello che vogliono senza pagarne le conseguenze, perché tanto nessuno ci capisce una mazza e quindi nessuno può davvero farsi un'opinione sul loro operato.

Se poi la donna media vuole sempre e comunque delegare ad altri (mariti, fidanzati, compagni) la gestione delle finanze di famiglia, nessuno può costringerla. Però, in due si ragiona meglio che in uno. E quattro occhi vedono meglio di due. E se fra qualche tempo, a causa della vostra incompetenza in materia (e solo a causa di quell'incompetenza) avrete fatto scelte stupide e rischiose, che vi porteranno sul lastrico, poi non venite a piangere da me. Perché l'unica differenza, tra me e voi, non è che io sia più intelligente o più portata. È solo che io, un'oretta ogni tanto, la uso per quelle robe lì. E il vergognoso gender gap index italiano a volte non è colpa nostra, ma a volte sì.


P.S. Due ottime persone (un uomo e una donna!) che, con parole e competenze migliori delle mie, parlano di cultura economica e - soprattutto - di come passarla alle giovani generazioni, sono Glauco Maggi e Maria Teresa Cometto. Qui c'è il loro blog: http://figliesoldi.ormedilettura.com/

venerdì, novembre 09, 2012

Not a day goes by


Gli altri pensano che il dolore sia una bomba che ti esplode nel cervello, ma non è così. Il dolore è come una bava di ragno che ti avvolge, e nemmeno la vedi, nemmeno la senti, finché non comincia a stringere e tagliarti la carne e entrarti dentro dappertutto.
E’ un filo sottile, il dolore. Un filo rosso. E ci lega, ci stringe, penetra così a fondo che ci dimentichiamo di averlo dentro. Curiamo le cicatrici, come se fossero quelle il male, Poi un giorno, improvvisamente, il filo si tende, strappa tutto, apre la pelle. E se lo segui, se guardi dove va a finire, va a finire dentro a un altro. Un altro come te. Un altro che lo sa.

[Paola Barbato, "Il filo rosso"]


venerdì, giugno 01, 2012

Torno?

Considerato quanto sono stati folli e complicati gli ultimi mesi, non è detto che sia davvero in grado di riprendere a curare il blog, ma quantomeno posso provarci. Per ora mi limito a segnalare le uniche tre cose a cui ho lavorato di recente ("lavorato" si fa per dire, visto che - almeno in un paio di casi - si è trattato di collaborazioni davvero molto marginali).

Solar Car

Face Off

Ano Hana

mercoledì, novembre 09, 2011

Unusual Way

In a very unusual way,
I owe what I am to you.
Though at times it appears
I won't stay, I never go.
Special to me in my life,
Since the first day that I met you.
How could I ever forget you,
Once you had touched my soul?
In a very unusual way,
You've made me whole.
[Maury Yeston, Nine, "Unusual Way".]


venerdì, settembre 30, 2011

Scadenze pressanti...

...ma se non altro è tutta roba buona. :-)


Claymore



Mazinkaiser SKL



Gundam Unicorn

giovedì, settembre 29, 2011

Goodbye

Questa mattina, a Milano, ultimo saluto a Sergio Bonelli.

Io non potrò esserci fisicamente, ma col cuore sì.


foto di Emanuela Oliva
emanuelaoliva@alice.it - 340.6997343

lunedì, settembre 26, 2011

sabato, settembre 17, 2011

Squalification

Stasera ho guardato la puntata d'esordio della nuova stagione di "In Onda" (La 7). Riassunto in tre battute:

1. Sostituita Luisella Costamagna con Nicola Porro. Avrei preferito di gran lunga che sostituissero Luca Telese (in casa mia detto "l'uomo dalla coda di paglia"), ma Nicola Porro ci può stare. Non è imparziale e prende posizioni prevedibili su ogni cosa... ma perché, la Costamagna e Telese (e un bel tot di altri giornalisti) non lo fanno? Almeno così ci sono in studio due visioni ben contrapposte. Però se qualcuno sa dove va a finire la Costamagna, me lo dica che vorrei seguirla ancora.

2. Primo ospite, Antonio Martino. Chiaro e preciso nell'esposizione delle sue tesi. Magari pessimista, magari disfattista, ma concreto e logico. Peccato solo che non potesse sparare a zero sui suoi colleghi di partito, come intimamente vorrebbe.

3. Secondo ospite, in collegamento da non so dove, Don Gallo. Un concentrato di sciocchezze e banalità, di frasi senza un capo né una coda, di slogan degni del peggior Facebook da osteria. Mi chiedo: ma invitare un soggetto così arruffapopolo e confusionario non squalifica automaticamente una trasmissione? Nella redazione di La 7 sono impazziti? Possibile che non ci fosse una persona in grado di esporre le stesse tesi ma argomentandole con uno straccio di logica e nel rispetto della lingua italiana?

La prossima puntata, non so mica se la guardo.


P.S.


Uh, questi mi piacciono. :-)

lunedì, agosto 22, 2011

Impegni recenti

Ultimamente, ecco a cosa mi sono dedicata (o mi sto ancora dedicando):


Cartoon Club


Tokyo Magnitude 8.0



Welcome to the N.H.K.



Dear Boys



Dancouga

mercoledì, marzo 23, 2011

Ingannevole o solo un po' viscida?

E' la domanda che mi pongo quando mi arriva una mail il cui oggetto è "Solo fino al 4 aprile, in regalo il 20% dei tuoi acquisti", e aprendola mi ritrovo questa pubblicità:


Adesso io non sono una pubblicitaria (Dio me ne scampi) né una comunicatrice professionista, però qualcosa che non mi quadra ci sta. Sicuro sicuro.

venerdì, marzo 04, 2011

Nuovo lavoro in corso

Di solito non amo le serie "scolastiche", questa invece non sembra male. :-)



Special A

giovedì, novembre 18, 2010

Se non costa, non vale

Da snob garantita e conclamata, non ho aderito al nuovo "trend" che dilaga su Facebook, overo quello che dai suoi promotori viene così promosso: «Per la "Giornata internazionale per l'Infanzia" del 20 novembre cambia la foto del tuo profilo di Facebook con quella di un eroe dei cartoni animati della tua infanzia e invita i tuoi amici a fare lo stesso... lo scopo? Per diversi giorni non vedremo una sola faccia "vera" su Facebook ma un'invasione di ricordi d'infanzia :) FORZA RAGAZZI! Voglio proprio vedere cosa mettete...»

Il sito d'informazione Nuova Società, in questo articolo, precisa: «Andando oltre l'idea simpatica che ha coinvolto la rete, occorre precisare lo scopo dell'iniziativa, quello di ricordare la Carta dei Diritti dell'Infanzia e dell'Adolescenza ratificata il 20 novembre 1995, un documento internazionale per promuovere con più incisività il benessere dei minori.»

Bene: capisco la trovata goliardica e il gusto di fare una specie di gioco tutti insieme. Ma allora avrei preferito che, appunto, semplicemente di un gioco si trattasse. Come quando, l'anno scorso, le donne scrivevano un colore nel proprio status, senza dare spiegazioni e lasciando gli uomini a chiedersi che senso avesse. Era semplicemente la risposta alla domanda "Di che colore è il reggiseno che indossi in questo momento?". Appunto, un gioco.

Siccome invece su certi argomenti non mi pare il caso di essere faciloni e nemmeno giocherelloni, a me 'sta storia di cambiare l'avatar sembra l'ennesima trovata in cui, aderendo d'istinto e con le migliori intenzioni, ci si culla nell'illusione di fare qualcosa per una giusta causa. E in realtà non si fa un accidente di niente, come peraltro nella quasi totalità delle "campagne sociali" di Facebook: e metti questa foto nel profilo, e condividi questa frase, e se non la condividi sei un bastardo, e aggiungi questo fiocchetto che simboleggia la lotta per la salvezza dei rarissimi elefanti a pallini... allora, o tu per gli elefanti a pallini fai effettivamente qualcosa (per esempio una donazione all'ATEP, Associazione per la Tutela degli Elefanti a Pallini), o tutte queste belle parole e bei disegnini su Facebook non impediranno agli elefanti a pallini di passare a miglior vita. E non mi tirate fuori la storia della sensibilizzazione, perché dal momento che 'ste menate fanno il giro dei tuoi amici e degli amici degli amici, al 99% toccano persone che su quegli argomenti sono già sensibilizzate.

Più in generale, sposo l'idea che se una cosa non ti costa nulla (soldi / tempo / lavoro / fatica / quel che è), allora non vale nulla. Almeno un gesto concreto minimo, ci deve stare. Oggi ho preparato un pacchetto di vestiti che a Micaela non vanno più bene, domattina li passo alla Caritas che li distribuirà ad altri bambini meno fortunati e meno abbienti di Micky. A quel punto e solo a quel punto, potrei anche decidere di cambiare il mio avatar per qualche giorno. O, al limite, potrei farlo se fossi consapevole di agire concretamente per la causa dei diritti dei bambini in altre occasioni con una certa regolarità, non per forza questa settimana (ma, lo ammetto, non è il mio caso).

Va da sé, l'avatar sarebbe questo. Non solo un personaggio della mia infanzia, ma un personaggio che, fra tanti gesti eroici, ha compiuto anche quello di adottare una ragazzina povera.

Benvenuto, Shin Mazinger Z

Bè, poteva decisamente capitarmi una serie migliore...


...ma tutto sommato anche peggiore. Dài che va bene così!

mercoledì, novembre 17, 2010

Faticosa e struggente lentezza

Da tempo, per numerose ragioni, faccio fatica a impegnarmi nella lettura di un solo libro alla volta; c'è sempre qualcosa che si inserisce, qualcosa che devo leggere al volo, qualcosa che non può aspettare... però, con la dovuta calma e pazienza, ciò che inizio, poi lo finisco.

Ma una fatica come con Il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio, non l'avevo mai fatta. Una fatica bella e appassionante, sia chiaro, una fatica di quelle che vorrei continuassero a lungo; e forse proprio per questo procedo a rilento, per rimandare il più possibile la lettura dell'ultima pagina.

C'è uno stile impegnativo, che mescola italiano e inglese non solo pescando dei vocaboli da una lingua e inserendoli nell'altra, ma anche adattando all'italiano costruzioni sintattiche anglosassoni, roba che se negli ultimi anni non avessi intensamente coltivato il mio inglese (e comunque non basta mai), capirei la metà di quel che c'è scritto. Ci sono personaggi asciutti, descritti con tale sicurezza da farteli sentire veri come se ti stessero di fronte, con i loro vestiti infangati, le loro barbe sfatte e le loro armi che si inceppano. Ci sono eventi troppo quotidiani per essere avventurosi, troppo prosaici per lasciare spazio all'epica o alla poesia, eppure ogni azione di guerriglia ti sembra di vederla, ogni partigiano caduto ti sembra di conoscerlo, ogni contadino coinvolto ti sembra di capirlo intimamente.

Vado avanti poco poco alla volta, due o tre pagine al giorno, lasciando scorrere il tempo lentamente, proprio come per Johnny che vive una Resistenza fatta soprattutto di lunghe attese, di inverni freddi che non passano mai, di poche, sparute azioni di guerriglia che sembrano non portare mai a niente.

Quest'estate avevo divorato Una questione privata (dello stesso autore) nell'arco di un paio d'ore, scorrendo pagina dopo pagina quasi in preda a un raptus mistico; invece, Il partigiano Johnny mi sta facendo riscoprire il piacere della lentezza e della costanza. Piano, piano, piano.

martedì, novembre 16, 2010

Sono già passati due anni

Qualche giorno fa ho ricevuto per posta uno scatolone del mio pusher, contenente la solita infornata mensile di fumetti, tra cui alcuni arretrati che da tempo speravo di rimediare. Tra questi un paio di albi collegati alla saga Marvel de L'iniziativa ("saga" è il termine più decente che mi sovviene, in questo caso penso che "cross-over" non sarebbe appropriato), uno dei quali il volumetto che raccoglie la miniserie in 6 numeri dedicata a Sub-Mariner. Storia gradevole, disegni accettabili (anche se a volte sembrano una brutta copia di Alan Davis), insomma un volume non imprescindibile ma comunque un tassello significativo negli eventi Marvel di fine 2007.

Niente di che, insomma, eppure quando ho avuto l'albo nelle mani, mi è scappato un piccolo tuffo al cuore. Perché la copertina è di Michael Turner, e perché l'idea che Michael Turner non ci sia più, già da un paio d'anni, ancora non l'ho digerita.


Sarà che era del 1971, proprio come me. Sarà che, insieme a tanti altri lettori, a suo tempo avevo sgranato gli occhi davanti alle sue tavole di Witchblade pensando "e questo da dove è uscito?!?". Sarà che si è sempre dedicato al fumetto popolare e avventuroso, quello a cui sono più affezionata. Sarà che le sue donnine avevano sì quella noiosa aria da top model "anvedi quanto so' bbona colle chiappe de fòri", però non era tutto lì, e nei suoi disegni c'era anche dell'altro. Sarà perché ha contribuito a creare la saga di Witchblade che tutto sommato qualche bel momento l'ha avuto. Sarà per le sue copertine di Identity Crisis e di Civil War, piccoli preziosi gioielli messi a guarnire due diademi già regali.

Non lo so. Sarà che quando una persona così piena di grazia e talento muore ancora giovane, ho sempre questa sensazione che sia stata commessa una solenne ingiustizia, e che per di più non ci sia nessuno con cui prendersela.

lunedì, novembre 15, 2010

Similitudini fumettose

Praticamente la stessa gag, e io me la rido a crepapelle ogni volta.
Bè, magari con la chiosa di Rat-Man me la rido un po' di più. :-)

Soffritti, Brrémaud e Reynès, Il negozio di animali, ed. Comma 22

Leo Ortolani, "Che ci sia l'intelligenza!", su Il Rat-Man enigmistico, ed. Panini Comics