sabato, aprile 26, 2008

Lezioncina da non dimenticare

E' ormai diverso tempo che ho appreso questa lezioncina, ma ora mi rendo conto che non l'ho mai appuntata sul blog, dove peraltro alcuni lettori potrebbero intuire il motivo di qualche mio cambiamento più o meno recente.

Allora...
Un po' di tempo fa, non specificherò quanto, mi sentivo alquanto insoddisfatta in un certo settore lavorativo. Avevo la sensazione (più o meno giustificata) di navigare a vista in un mare di approssimazione, improvvisazione, pressapochismo... insomma tutte cose che finivano per corrodere e far scadere anche gli aspetti positivi della situazione, che pure esistevano.
Ma ho tirato dritto senza esporre queste perplessità, ho pensato che margini di miglioramento ormai non ce ne fossero, ho ritenuto che fosse inutile affrontare la cosa.

Quando poi mi è stata offerta l'occasione di sfruttare un'alternativa, in un ambiente simile ma decisamente più organizzato sotto il profilo delle cose che "di là" mi infastidivano, ho preso l'occasione al volo. Professionalmente è stata una scelta che tuttora non rimpiango se non in minima parte, personalmente invece ho constatato che la mia scelta ha causato dispiacere a una persona (in realtà a diverse, ma per vari motivi una in particolare era quella più colpita).
La quale persona, posta di fronte alla mia scelta, non ha ritenuto opportuno espormi le sue perplessità e il fatto di essere stata almeno in parte ferita da me.

Risultato: ci sono voluti mesi perché io mi rendessi conto, annusando qui e là, che il mio operato non era stato preso bene. E mentre io me ne accorgevo e cercavo di capire se e dove avevo sbagliato, succedevano altre cose parecchio brutte, del tutto indipendenti da me, che però in circostanze diverse mi avrebbero vista in prima linea a reagire e a dare una mano (se possibile) a chi da queste cose brutte veniva ferito. Invece, non sapevo e non agivo.

E tutto questo perché?
Perché quando io ero insoddisfatta e pensierosa, non l'ho detto alla persona di cui sopra.
E quando la persona di cui sopra è rimasta dispiaciuta dalle mie azioni, non me lo ha detto.

La lezione, quindi, è semplice: mai tacere.

Se davvero si parla di persone che tengono le une alle altre, mai tenersi le cose dentro.
Quando si provano sensazioni importanti e persistenti, nel bene e nel male, sempre tirarle fuori. Se sono sensazioni belle (affetto, speranza, fiducia...), fa sempre bene sentirsele riportare. Se sono sensazioni brutte (insoddisfazione, dubbio, dispiacere), significa che c'è un problema e quindi bisogna almeno tentare di risolverlo. Altrimenti prima o poi i nodi vengono al pettine nel modo peggiore.

C'è un rovescio della medaglia?
Parziale. E' il concetto di "non te ne faccio più passare una".
E' un eccesso? Forse. Le punte hanno bisogno di tempo per essere smussate, e le lezioni hanno bisogno di esperienza per essere apprese e messe in pratica senza trasformarle in ciechi comandamenti.
Ma il punto di partenza, sono veramente convinta che sia giusto.
Mai tacere.

Mica facile

Una volta, tanto tanto tempo fa, l'idea di scrivere storie e magari sceneggiare fumetti non mi dispiaceva. Anzi, avevo pure cominciato... a scrivere storie, dico. E avevo iniziato a imparare qualcosina sull'arte della sceneggiatura. Anzi, di più: avevo iniziato a imparare dal più bravo sceneggiatore del mondo.

Poi, ormai più di dieci anni fa è successo qualcosa, e tutto è cambiato. Fine dell'ispirazione, fine del gusto per lo scrivere, fine dell'afflato creativo: perché va bene che spesso nella scrittura c'è tanto tanto tanto mestiere e poco poco poco sentimento, ma almeno quel poco bisogna pure che ci sia.

Insomma, un blocco. Il classico, maledetto blocco. La sensazione che nulla valga la pena. O che, al contrario, pochissime cose valgano la pena, ma poi la valgono talmente tanto (perché sono cose intense, enormi, importanti) che non sarei mai in grado di tirarle fuori in modo da rendere loro giustizia. Scriverei una certa frase, e chi legge ne capirebbe un'altra.
La sensazione persistente che non possa funzionare, che non servirebbe. E non dico che non servirebbe agli altri, ma proprio non servirebbe a me stessa: perché, quando anni e anni fa scrivevo, mica lo facevo sperando di pubblicare: mi mettevo semplicemente davanti al PC e partivo per la tangente e mi appassionavo, mi divertivo, passavo del tempo in un modo che mi piaceva. Non mi serviva altro.

Il blocco ha iniziato a sgretolarsi leggermeeeeente e lentameeeeente due o tre anni fa. E' fatto di una specie di cemento armato che si disgrega a spizzichi, a momenti, alla boia d'un giuda. Quando gli pare a lui. E con altrettanta imprevedibilità si ricostruisce i pezzetti che cadono. D'accordo, facendo una media posso dire che è più la materia che si sgretola, rispetto a quella che si ricostruisce, quindi a lungo andare dovrei recuperare la capacità di stare davanti al PC a divertirmi. Anzi, in parte l'ho già fatto buttando giù le minisceneggiature di alcune strisce umoristiche sui musical, per un progettino che però devo rimettere in piedi (fino all'anno scorso, né io né la persona che pensava ai disegni eravamo in grado di conciliare questa cosa con gli altri impegni di lavoro... poi con tutto il trambusto dovuto alla malattia e alla morte di mio padre, figuriamoci se ci sono tornata sopra).

Qualche mese fa, un bel pezzo di mattone è caduto tutto in una volta. Un'amica mi aveva chiesto se avrei potuto scrivere un breve quadro teatrale, su un determinato tema, perché voleva mettere in piedi un nuovo spettacolo di prosa con la sua compagnia amatoriale. Eravamo a cena fuori, sono tornata a casa verso mezzanotte. Mi sono piazzata al PC per appuntarmi due o tre cose che erano venute fuori nella nostra conversazione... e alle tre e mezza ero ancora lì, a scrivere come una forsennata, perché mi era già venuta l'idea, quell'idea che cercavo, proprio quella che secondo me si adattava alla richiesta dell'amica.
Poi il suo progetto teatrale è andato a monte per ragioni sue, ma io intanto avevo passato tre ore e mezza a scrivere di getto, di passione, di viscere. Non mi sentivo così bene da tanto di quel tempo. Non mi interessa se quel canovaccio sia venuto bene o male, non è quello il punto, anzi è senz'altro una cosa modesta. Ma intanto l'ho scritto, non è rimasto un'accozzaglia di appunti, l'ho proprio scritto. Per davvero!

Ora i mesi passano e io ogni tanto sento quel pizzicore in fondo allo stomaco, sento il baluginare di un'ideuzza, un leggero fremito alla punta delle dita. So di cosa vorrei raccontare, so che vorrei mettere in piedi un contesto di fantasia nel quale riversare pensieri e sensazioni fin troppo reali, so che vorrei recuperare un immaginario che mi appartiene da sempre e che di anno in anno muta e si trasforma, però senza mai abbandonare il suo nucleo originale.

I punti saldi quali sono?
Intanto vorrei una storia che parli prevalentemente di donne. Le vere protagoniste sarebbero tutte femminili. Certo, circondate da uomini, interagenti con uomini, amanti di uomini... ma la storia vera sarebbe la loro (e in un altro post spiegherò come mai).
Poi vorrei che ci fosse dell'azione. Azione epica, gloriosa, eroica. Quella che nel mondo vero non si trova quasi più da nessuna parte.
E poi vorrei storie che ruotassero intorno ai soli sentimenti per cui valga la pena stare al mondo, storie di fiducia anzi fedeltà, ma anche tradimenti e perdono, ma anche mera sopravvivenza e tutto cambia niente resta uguale, e prima parti prima torni, e amici diversi sono buoni in momenti diversi, storie di sentimenti a volte pragmatici e meschini, ma talmente umani da essere gloriosi a modo loro, storie di persone che sanno cosa vogliono e come, ma anche di persone che si dibattono nell'ansia e nel dubbio, la storia di chi non trova un senso alla propria vita e implora di poter almeno dare un senso alla propria morte...

Bè, come dire, sono di poche pretese.
Ma forse, un giorno, chissà.

giovedì, aprile 24, 2008

Il gioco delle parti

Negli ultimi... uhm... sei mesi circa, per ben QUATTRO volte dicansi QUATTRO, mi è capitato di andare a fare shopping.
Una volta in centro nella città dove abito, un paio di volte a Bologna, la quarta ieri a Lucca.

Adesso, sia chiaro, io DETESTO fare shopping PER ME. Mi annoio a morte. Non sopporto l'idea di perdere più di cinque minuti in un negozio di abbigliamento (cinque minuti? cin-que-mi-nu-ti?!? ma scherziamo? ma io c'ho da fare!!!) e digerisco a fatica l'idea che, se proprio mi servono un paio di jeans da mettermi addosso, è ragionevole provarli per evitare di fare un acquisto sbagliato. Fare le prove dei vestiti per me è quella cosa che mi fa perdere minuti e minuti di vita per un obiettivo che mi interessa quanto mi interessano le omelie papali la domenica.
Sì, d'accordo, si salvano quei rari casi in cui vedo una maglietta con un bel disegno che mi folgora (spesso pacchiano, truzzo e tamarro), mi si accendono gli occhi e penso "MIA!". Ma sono eccezioni.

Però ho scoperto che mi diverte andare a fare shopping con gli altri e godermi il loro divertimento. In particolare, lo strano soggetto che ho accompagnato di recente in giro per negozi ha un talento naturale per scovare abitini, vestitini, toppettini e tanti altri "ini", che se li mettessi io mi sentirei (e sembrerei) la Strega Bacheca, ma su di lei, vuoi per abitudine, vuoi per stile, vuoi per forma fisica, ammetto che funzionano una meraviglia (fermo restando che i vestitini per me restano una roba odiosa, scomoda, inutile e - la cosa in assoluto più detestabile - che ti costringe a portarti dietro una borsetta).

Risultato, mi ritrovo non solo a fare la voce della coscienza in termini economici, ma pure a fornire opinioni, e a volte perfino ci azzecco.
"Questo è troppo corto".
"Questo assomiglia a uno che hai già".
"Uhm... ti fascia un po' troppo i fianchi."
"Questo è troppo leggero per una freddolosa come te."
"Questo ti sta una meraviglia."
"Trasparente? Ma quale trasparente? Sei paranoica!"
"Questo non azzardarti a prenderlo, è troppo caro".

Credo perfino di aver sfornato un "Ma poi con che scarpe lo metti?", che detto da me è miracoloso quanto lo sarebbe per un matematico risolvere il Teorema di Fermat con il pallottoliere.

Resta divertente questa specie di gioco di ruolo che scatena sguardi di perplessità nelle commesse. Io sembro una specie di scaricatore di porto in visita a un museo d'arte contemporanea, con l'occhio a metà fra lo sprezzante e il superiore. Lei tutta moine e sorrisini, evidentemente preda di un delirante scompenso ormonale che causa shopping ossessivo-compulsivo, fruga disinvoltamente fra scaffali e attaccapanni come fosse roba sua.
"Provo questo, questo e anche questo, poi magari quello e possibilmente quell'altro".

Dal momento in cui il camerino viene colonizzato, a volte tocca a me fare la spola tra lei e la commessa. "Questo lo prende, questo no perché le ingrossa il sedere, di questo serve una taglia in meno, questo se ci fosse di un'altra fantasia..."
Le commesse non hanno mai ben chiaro se stanno parlando con un'amica, una segretaria, una guardia del corpo, una parente... c'hanno un po' l'occhio vitreo, che torna normale quando lei esce dal camerino per guardarsi meglio allo specchio. Allora si rasserenano, si tranquillizzano: hanno nuovamente davanti un soggetto canonico con cui possono parlare la stessa lingua, un prototipo collaudato di acquirente, uno standard riconosciuto di cliente divertita e vanitosa da intortare, un essere umano con cui sono in grado di instaurare una conversazione adatta al contesto.

Il massimo che riescono a ottenere da me è una cosa del genere:
"Questo no, è un po' troppo corto".
"Ma come, arriva appena al ginocchio..."
"Lei se lo vede corto".
"Forse con una taglia in più potrebbe..."
"E'. Troppo. Corto."
Sguardi feroci. Le poverine non si rendono conto che sto solo alleviando le loro sofferenze, perché se lei si mette in testa che è troppo corto (o peggio, il cielo non voglia, che le fa il culo grosso), possono star tranquille che non hanno speranza di venderglielo. Ma le buone azioni non sempre vengono premiate.

Devo darle atto che ha gusto (sempre per quel niente che ne capisco). L'ultima volta a Bologna ha comprato un abito che, se lo indossa in una certa occasione formale e di lavoro che dico io, possiamo considerare la serata ben riuscita fin d'ora.

Comunque, alla fine di queste trasferte perditempo ci ritroviamo a girare per la città cariche di pacchetti e pacchettini (tutti suoi), esibendoci in dialoghi come:
"Quello viola era bellissimo, vero?"
"Nah... costava un casino."
"Che c'entra, io dicevo solo che era bello. Magari più tardi ripassiamo da lì."
"Non vorrai tornare a prenderlo! Non te lo puoi permettere, costava un pozzo di soldi!!!"
"Eeeh, però se li meritava tutti."
"Maddeché? Ti faceva due fianchi come le Dolomiti!"
"Non è vero!"
"Ma certo che non è vero, scema."
"Eh?"
"Almeno, se ti dico così non lo compri."
"Vaffanculo."

Alla fine, come tante cose nella vita, è un gioco delle parti.
Tipo, che ne so...
Lei, Pretty Woman.
Io, Gegia.

sabato, aprile 19, 2008

Grandi soddisfazioni con antiche radici

Ieri, nel corso di un viaggio di lavoro, ho avuto occasione di incontrare e rivedere, dopo parecchio tempo, un amico che in passato, per un breve periodo, lavorò con me. Faceva parte di una squadra di ragazzi (ora non più sbarbini, eh no, il tempo passa anche per noi) che avevo messo insieme in una situazione abbastanza disperata, ma che avevo dovuto in qualche modo affrontare. Ovvero: prendere le redini di una rivista che era stata abbandonata dal suo direttore editoriale, per una serie di vicende che ovviamente vedevano torti e ragioni sia da parte sua che da parte dell'editore. Comunque fosse, a me era toccato il compito di rimettere in piedi questa rivista... diciamo pure un compito impossibile, dato il periodo e data l'inesperienza. Ma bisognava comunque provare.
Il risultato non mi hai mai soddisfatta in termini di durata: appena una decina di numeri... però mi ha lasciato enormi soddisfazioni in termini di lavoro di squadra. Molte delle persone che avevo coinvolto a suo tempo (vuoi perché le conoscevo di persona, vuoi perché erano conoscenti di conscenti) erano all'epoca studenti, o neolaureati, o semplici appassionati, tutti desiderosi di cimentarsi nella stesura di articoli o recensioni. Gente sveglia, attenta, curiosa, che si trovava sparsa per diverse città ma era contenta di avere questa cosa in comune e aveva palesemente una marcia in più.

Adesso, uno di loro è ricercatore universitario e sforna in continuazione libri (belli!) sui cartoni animati e i fumetti.
Un altro è un apprezzato sceneggiatore di cartoni animati, che ha lavorato anche per produzioni importanti.
Un altro è traduttore e adattatore di fumetti e serie animate giapponesi.
Un altro ha fondato un service di prodotti per l'editoria e gli audiovisivi, e si sta affermando come esperto di cinema d'animazione.
Un altro l'ho un po' perso di vista, ma so che ha scritto almeno un buon libro sul fumetto giapponese.
E un altro è appunto quello che ho incontrato ieri, nella sua veste di direttore di un nuovo festival di cinema d'animazione.

Non sono orgoliosa di tutte le mie esperienze lavorative passate. E quell'esperienza in particolare, è sempre stata molto controversa e pesante da molti punti di vista. Ma della squadra che avevo selezionato e che aveva lavorato insieme a me per quella rivista, sono (e sono sempre stata) molto fiera. Certo nessuno di loro è più lo sbarbino di allora, alcuni di loro non sono poi tanto distanti da me in termini di età, e parecchi di loro mi hanno sopravanzata in termini di carriera. Ma in fondo, almeno in parte non smetterò mai di considerarli "i miei ragazzi". :-)

giovedì, aprile 03, 2008

Ed è arrivata pure Suzumiya...

Poco ma sicuro, a volte il mio lavoro mi porta ad avere a che fare con piccole (ma divertenti) follie.

venerdì, marzo 28, 2008

AAA - collega cercasi

Annunciaziò, annunciaziò!

Alcuni miei colleghi ed io siamo alla ricerca di gente nuova da "tirare a bordo", perché il carico di lavoro aumenta e serve nuova linfa. Se qualcuno dei miei amici che segue questo blog è interessato, o conosce bene persone potenzialmente interessate, si faccia sentire. No completi sconosciuti, please.

I requisiti necessari sono:
- ottima conoscenza della lingua italiana (al rogo chi sbaglia i congiuntivi);
- scioltezza nell'uso della punteggiatura;
- propensione alla scrittura creativa;
- senso della puntualità e del dovere (se hai detto che consegni oggi, tu - consegni - oggi a costo di fare la notte in bianco o di sacrificare il weekend);
- elasticità mentale, capacità di affrontare le emergenze;
- la conoscenza di lingue straniere non è obbligatoria, ma può fare comodo.

Versante economico:
- retribuzione buona (i dettagli in privato);
- pagamento a 90 giorni;
- si lavora a cottimo, no assunzioni, no eterne garanzie: siamo liberi professionisti, scommettiamo e investiamo su noi stessi.

E dopo questa "pausa blog", forza e coraggio, si torna al lavoro!

domenica, marzo 23, 2008

The Corrs, dieci anni dopo

Ogni volta che mi trovo costretta a dare una riordinata al salotto di casa (che normalmente assomiglia più a un ufficio che a un salotto, se non fosse per i poster e le illustrazioni appese alle pareti), piazzo un CD o un DVD nel lettore per farmi compagnia. Stasera ho ripescato questo DVD: The Corrs - Live at the Royal Albert Hall, che risale al 1998 e ancora mi dà le stesse emozioni della prima volta che l'ho guardato e ascoltato, qualche anno fa.
Non che i Corrs siano delle perle di originalità nel panorama musicale contemporaneo: in fondo, ciò che fanno è mescolare la tradizione irlandese con il pop e un po' di rock melodico... però mi piacciono un sacco lo stesso (e infatti non vado mai in giro in macchina senza portarmi dietro il loro CD Unplugged).
Quindi, per farla breve... è un DVD vecchio di 10 anni, che ormai suppongo si trovi nei negozi o su internet a prezzi più che accessibili. Fateci un pensierino, ne vale la pena. Qui sotto, l'esecuzione di "Dreams", un brano dei Fleetwod Mac. E' quindi una cover e non un pezzo originale dei Corrs, ma è divertente da vedere grazie alla partecipazione speciale di Mick Fleetwood che secondo me è matto da legare. :-)

venerdì, marzo 21, 2008

Ce l'hanno tutti con me

Una settimana così piena di proteste e recriminazioni da amici e colleghi non l'avevo ancora mai avuta. A volte espresse con buon garbo, altre volte per niente, e pure io ho fatto la mia bella parte.
Uffa, come mi sento abbacchiata...

Aggiunta del sabato mattina: dimenticavo di dire che nelle ultime settimane mi sono pure andate a monte tre cose di lavoro a cui tenevo. Volevo mettere in piedi una certa mostra, e mi hanno detto di no (ma se non altro me l'hanno praticamente promessa per il 2009). Volevo occuparmi di un certo progettino editoriale, e mi hanno detto di no (adducendo due ragioni di cui una ci può anche stare, ma l'altra secondo me non tiene). Volevo invitare un certo ospite famoso in un certo posto, e mi ha detto di no (perché proprio in quei giorni ha il matrimonio del nipote, e pure lui ha dato disponibilità per il 2009). Probabilmente mi salta anche la trasferta di metà aprile all'IFFS, ma quella tutto sommato non è un grosso problema, anzi rimanere a casa in quei giorni mi facilita su altri fronti. Ma il resto, proprio mi rode. Me very unhappy.

mercoledì, marzo 19, 2008

Innamorarsi di un robot

Trovo che sia un atto di responsabilità morale divulgare e diffondere questo screensaver che si trova al momento sul mio schermo (cliccate l'immagine per visualizzare la versione grande). Il film dei Transformers non è stata certo una pietra miliare della storia del cinema, però a me questa sembra tanto la versione fantascientifica e robotica di un antico cavaliere della Tavola Rotonda o qualcosa del genere.
Dopo Richard Gere, John Barrowman e Mark Harmon (e ovviamente Mattia Bulgarelli che è un mio amico per niente famoso ma è un gran figo lo stesso, almeno per i miei gusti bislacchi e pure un po' pedofili), un nuovo ideale maschile fa breccia nel mio cuore.
Insomma mi sono innamorata di Optimus Prime.

Full Metal Panic 2nd Raid

Direttamente dal comunicato stampa...

Dynit presenta: FULL METAL PANIC - THE SECOND RAID

Dopo il grande successo televisivo tornano gli eroi di FULL METAL PANIC nella terza serie ricca di azione e di colpi di scena!

Kaname Chidori è una normale studentessa delle scuole superiori: una bella ragazza, un carattere solare e deciso, una spiccata predisposizione per le materie scientifiche. Il suo compagno di classe Sosuke Sagara, invece, non sembra affatto un normale studente: iperteso, sempre all’erta, ossessionato dal gergo militare, timoroso che mortali nemici e pericoli si nascondano dietro ogni angolo di strada e possano minacciare Kaname. Il suo bizzarro comportamento, però, ha delle ragioni: Sosuke è in realtà un agente di un’organizzazione paramilitare detta Mithril, a cui è stato dato l’incarico di sorvegliare e proteggere Kaname: la ragazza è infatti una Whispered, una persona la cui mente nasconde avanzatissime conoscenze di tecnologia bellica.

Dopo la parentesi scolastica/demenziale di Fumoffu?, The second raid è l’ideale seguito delle avventure narrate nella prima serie. La commedia romantica lascia il posto all’azione, al combattimento tra mecha e a nuovi risvolti psicologici dei personaggi.

A seguito riportiamo anche il CAST principale:

Sousuke Sagara - SIMONE D’ANDREA
Kaname Chidori - PERLA LIBERATORI
Kurz Weber - FRANCESCO PEZZULLI
Teresa "Tessa" Testarossa - LETIZIA CIAMPA
Melissa Mao - BARBARA DE BORTOLI
Andrei Kalinin - LESLIE LA PENNA
Richard
Mardukas - STEFANO MONDINI
Gauron - ROBERTO DRAGHETTI
Kyouko Tokiwa - FEDERICA DE BORTOLI
Shinji Kazama - ALESSIO DE FILIPPIS

13 episodi raccolti in 4 DVD
Collector's Box in omaggio con il dvd 1
In arrivo a Maggio.

martedì, marzo 18, 2008

La mia amica genio

Ho un'amica che è un genio.
Una di quelle che, qualsiasi attività intraprendano, brucia le tappe e arriva sempre un passo avanti agli altri, non di rado scalzando gli altri, e non perché sia spregiudicata e sleale (anzi!), ma semplicemente perché è talmente e spudoratamente fuoriclasse, da essere contesa a colpi d'arma bianca praticamente in qualsiasi ambito.
Insomma è un genio.
Ci vediamo tre o quattro volte l'anno quando siamo fortunate, ma siamo comunque molto unite, sia da una serie di interessi in comune, sia dai ricordi dei tempi in cui, frequentando la stessa università nella stessa città, eravamo solite incontrarci molto più spesso. E il fatto di aver attraversato insieme il periodo più triste e doloroso delle rispettive vite, diversi anni fa, ha creato un legame di quelli che non si spezzano più.

Ora, essendo lei sia un'amica che un genio, tendo a tenere in grande considerazione le sue idee e opinioni. Oggi me ne è tornata in mente una in particolare. Questa sua teoria dice che, nelle situazioni di crisi o emergenza, è meno strano di quanto sembri che la gente tiri fuori il meglio di sé e il massimo delle forze, proprio perché le crisi, i momenti particolari, le situazioni complicate inducono le persone a recuperare nuove energie e nuove capacità. Insomma, come dire che "quando il gioco si fa duro i duri incominciano a giocare" è un detto abbastanza insignificante, perché quando il gioco si fa duro, tutti (o quasi tutti) tendono a diventare dei duri.
Dove veramente puoi valutare il valore di una persona, continuava l'amica genio, è quindi nelle circostanze normali, nella vita quotidiana, nelle situazioni comuni. Inutile ammirare qualcuno per la sua prontezza e validità nei momenti critici, quando poi nella vita di tutti i giorni la stessa persona è pigra, o meschina, o arrendevole, eccetera.

Non so se essere del tutto d'accordo o no, anzi direi di no, sostanzialmente perché è difficile procedere per generalizzazioni in un ambito così vasto (non che l'amica genio non lo sappia, visto che - l'ho già detto? - è un genio). Però, ultimamente mi trovo a riflettere con difficoltà su questo suo principio, perché noto che ultimamente il concetto di "normale vita quotidiana" quasi non esiste più. La mia giornata media consiste di almeno due o tre emergenze da arginare, altrimenti dette "casini da risolvere", e un numero imprecisato ma abbondante di cose che vanno assolutamente fatte altrimenti ci sono conseguenze (scadenze, consegne, revisioni, ecc), non importa se nel frattempo uno ha un po' di influenza, o deve pensare anche alla vita privata, o più semplicemente è stanco morto.

Insomma... i duri giocano in continuazione perché ormai il gioco è sempre duro?!?

Non pretendo che questo post abbia un senso, mi rendo conto di avere le idee confuse, ma avevo voglia di scriverlo lo stesso.

domenica, marzo 16, 2008

Remake and update

Se c'è una cosa che Go Nagai sa fare, è riciclare i suoi successi... ammetto che le versioni "updated" dei suoi robot hanno un certo fascino.
:-)





Voglio rinascere gatto (domestico e viziato)

Chiunque abbia inventato l'amaca da termosifone per i gatti ha tutta la mia gratitudine perchè, mentre la micia più piccola e agile continua a sdraiarsi sul monitor del mio PC quando vuole stare al calduccio, ora anche la bestiona-idrovora-panzer ha il suo rifugio ideale.
Felicità è anche lo sguardo di un micio che si sente in completa sintonia con l'universo infinito.

giovedì, marzo 06, 2008

Allora dillo che cerchi rogne

Tantissimo tempo fa:
"Voi mi ignorate! Voi non parlate di me! Voi non mi recensite! Voi ordite una congiura del silenzio!"

Tanto tempo fa:
"Voi avete parlato male di me! Voi avete pubblicato una recensione cattiva sul mio lavoro! Voi mi avete criticato duramente!"

Un po' di tempo fa:
"Voi avete parlato bene di me nel modo sbagliato! Voi avete pubblicato una recensione buona sul mio lavoro ma in un modo che non condivido! Voi mi avete criticato positivamente ma mettendo in luce le cose sbagliate!"

Poi ci credo che mi vengono le emicranie...

mercoledì, marzo 05, 2008

So long, Gary


Non mi sentivo partecipe di un lutto "pubblico" da quando, nel settembre 1999, venne a mancare Marion Zimmer Bradley, che sarà anche stata una scrittrice di romanzetti in serie, ma in quei romanzetti aveva infilato un sacco di cose che mi piacevano e che mi avevano condotta a fare tante cose divertenti e a conoscere tante persone.
E adesso se ne va Gary Gygax. Sniff... in fondo... molto molto in fondo... devo un po' anche a lui se oggi sono felicemente sposata con il Ghigo più ghigoso delle terre emerse.

sabato, marzo 01, 2008

L'uovo di Colombo

Io a chi ha inventato 'sto coso gli darei il Nobel.

Ma ci voleva tanto a studiare una roba che ti protegga dall'acqua epperò ti lasci le mani libere?
Per una come me che a malapena sopporta di avere tra i piedi la borsa da lavoro, sarebbe una benedizione. Anche se resta pur sempre qualcosa che ti tocca portarti dietro... hmmm...

Va a finire che anche stavolta non cedo, e continuo a comprare giubbotti col cappuccio.
:-)

sabato, febbraio 23, 2008

Ci vado?


La tentazione di andare a questo summit è forte, ma ho pochi elementi per capire se vale davvero la pena, se mi fornirà qualcosa di veramente utile, quale sarà la percentuale di chiacchiere poco concrete. Mah. Però non mi dispiacerebbe per niente...

Aggiunta della domenica mattina: non mi dispiacerebbe per niente andare pure a questo qui. Meno male che è più vicino e non mi serve un mutuo!

Aggiunta del lunedì sera: CI VADO! A tutti e due, autorizzata e sponsorizzata dal capo. ^___^

Aggiunta del giovedì notte: vado pure a questo qui! E anche a quest'altro qua (per giunta come ospite e membro di una giuria)! Insomma una primavera di trasferte, speriamo positive.

Aggiunta del venerdì notte: porcozzìmbolo... se vado qui, non riesco ad andare qua. Uffa.
A meno di non fare un giro unico in più tappe: il 28 un salto a Milano, poi la sera stessa andare da lì a Roma, e il 30 tornare a casa. Quasi quasi...
Nel frattempo ho visto che l'esosa quota d'iscrizione del IFFS non si degna di comprendere il pernottamento. Questi sono pazzi! Vedrò come fare... ma su quella trasferta lì inizia ad esserci un po' di ipoteca. Snort.

Orizzonti economici

Stabilito che faccio un lavoro che solitamente mi dà qualcosa da mangiare (se non di più) tutti i mesi, ma è per sua natura precario (e mi sta bene così e il miraggio del posto fisso non mi interessa e il cartellino non lo voglio timbrare e tutto il resto del comizio che ormai conoscete a memoria)...
Stabilito che viviamo in un tempo di cambiamenti enormi, tecnologie che galoppano e tutto il resto di un repertorio anch'esso ormai ben noto...
Stabilito che i problemi strutturali dell'Italia e la mediocrità della nostra classe politica impediscono a questo paese di raggiungere risultati economici degni di nota, tanto più se la congiuntura mondiale è sfavorevole anzi disastrosa...

...ne consegue che inizia ad essere davvero ottuso, da parte mia, il continuare a navigare a vista fra gli strumenti economici e finanziari a disposizione dei piccoli risparmiatori senza aggiornarmi con un minimo di costanza e senza cercare di capirci qualcosa di più. Quindi mi riprometto di dare un'occhiata periodica a un paio di siti utili (Finanza.com e MorningStar.it) e di fare qualche piccolo e prudente esperimento tramite la IW Bank.

Come andrà a finire non lo so, ma almeno potrò dire di non essere rimasta impalata ad aspettare che qualcun altro (partiti, sindacati e altra gentaglia) decida come rendere sempre meno preziosi i miei risparmi.

mercoledì, febbraio 20, 2008

Commossa...

Io sottoscritta "Swan cuore di pietra" dichiaro pubblicamente di essermi molto ma molto commossa alla visione di questo video, che pertanto desidero condividere con gli amici visitatori di questo blog.
E il primo che mi dice "io non l'ho capito", come ha fatto qualcuno a cui avevo mandato il link, sa che rischia una bruttissima fine...

Sosuke & Chidori

Da alcune settimane ho interrotto il lavoro di adattamento su Zatch Bell perché era stata prevista una pausa nella lavorazione della serie. Così, il mio fraterno collega ed io ne abbiamo approfittato per metterci al lavoro su un altro adattamento, una cosa breve ma piacevole: Full Metal Panic - the Second Raid, miniserie di 13 episodi che riprende la precedente Full Metal Panic, quasi "scavalcando" l'intermezzo Full Metal Panic: Fumoffu.
Va bè, per chi non segue l'animazione giapponese sembra un grosso gioco di parole, ma in sostanza è la terza serie dedicata alle avventure di Sosuke Sagara, un soldato speciale che fa da guardia del corpo alla studentessa Chidori Kaname. Una bella altalena di avventura, dramma, commedia e umorismo, insomma mi sto divertendo.
Questa è la sigla di apertura... sì sì, è proprio il mio genere. :-)

martedì, febbraio 19, 2008

The wizard and I

«Pronto?»
«Ciao, capo, sono io.»
«Ah ciao! Allora?»
«Fatto! Finito! Lavoro consegnato, volevo farti partecipe di questo momento di trionfo. Puoi lanciarti in canti di giubilo, se vuoi.»
«Bene, allora puoi rilassarti un po'! Sono proprio contenta!»
«Tu che fai?»
«Ho lavorato tutto il giorno a una relazione, adesso sto andando da un notaio per una firma.»
«Finita, la relazione?»
«Ma va'... dovrò tirare dritto anche tutto domani.»
«Ma qual è, delle due che mi avevi detto?»
«Una nuova, che entro domani va finita.»
«Come, entro domani?! Ma da quand'è che sapevi di doverla fare?»
«Da venerdì.»
«Usti. Eh, non è che ti abbiano dato del gran preavviso... dài, stavolta non è colpa tua, sei innocente!»
«Grazie, vostro onore.»
«Invece le altre due che ti trascini da settimane, quelle sono colpa tua.»
«A rigrazie! Ma che carina che sei oggi, eh?»
«La prossima è quella per la conferenza del weekend, giusto?»
«Ti dirò, quella non mi preoccupa tanto... al limite improvviso, vado a braccio... è quella dopo ancora, che sarà un casino.»
«Ma che scadenza hai per consegnarla?»
«Martedì.»
«Bè... una settimana... anche mettendo in mezzo le altre cose che devi fare, secondo me ne vieni a capo.»
«E devo pure finire il libretto per l'Assessorato!»
«Ancora con 'sto ç@%%0 di libretto?!?»
«Eh sì, è tutto da rileggere e rivedere...»
«Questo entro quando?»
«Sempre martedì.»
«Come, sempre martedì?!?!?»
«Ohi, che ci devo fare... la scadenza è quella...»
«Santa pazienza... senti, io domani pomeriggio ho da fare ma la mattina sono libera... cosa dici, può servirti una letta al file, uno straccio di editing tanto per gradire?»
«Ah, dì... io sarò a casa che scrivo... quasi quasi, se vuoi...»
«Ti do un colpo di telefono domattina e ci mettiamo d'accordo... non potrò mica mollarti in mezzo a 'ste relazioni come niente fosse, che giovedì mi servi lucida alla riunione!»
«Va bene, ci sentiamo domani...»
«Jawhol! A domani, ciao!»
«Ciao!»

Facciamo un po' di bilancio preventivo.
Ci perdo un po' di tempo che potrei impiegare per fare altri lavori, questo sì.
Ci guadagno due o tre risate, sicuramente un tè caldo e, se ingraniamo come si deve, probabilmente un pasto al volo. Il tutto prima di andare a trovare alcuni amici e passare qualche ora in compagnia.
Alla fine, nella vita ci sono cose molto peggiori.

P.S. Il titolo del post è una citazione da Wicked. Non c'entra una cippa, ma mi piaceva.

giovedì, febbraio 14, 2008

L'amico ritrovato

E' la seconda volta in pochi mesi che mi capita di regalare questo libro, e così mi è anche capitato di rileggerlo.
Come ogni volta, ne assaporo qualche parola o qualche frase in più, oltre a ri-assaporare le parti che già so a memoria, ed oltre a godermi sempre più il meccanismo di un libro che rivela il suo senso e il suo messaggio solo con l'ultima parola dell'ultima pagina, quella che ti fa ritrovare l'amico del titolo, ma te lo fa anche nuovamente perdere. Tutto in poche sillabe, tutto in un singolo scatto del cervello che ti fa ripercorrere a ritroso le pagine precedenti e dare loro un significato nuovo.
Novantadue pagine, 5 euro, praticamente nulla, ma in quel nulla c'è tanta roba. Tra cui questo capoverso:

I giovani tra i sedici e i diciotto anni uniscono in sé un'innocenza soffusa di ingenuità, una radiosa purezza di corpo e di spirito e il bisogno appassionato di una devozione totale e disinteressata. Si tratta di una fase di breve durata che, tuttavia, per la sua stessa intensità e unicità, costituisce una delle esperienze più preziose della vita.

Mi vergogno un po' ad ammettere che questa "fase" io non l'ho ancora superata. In fondo, quando uno non ha certezze sui Grandi Temi Della Vita, non ha fedi incrollabili, non ha ideologie di riferimento, che cosa rimane se non il desiderio, anzi la necessità viscerale, di qualcosa che faccia la differenza? E che cosa può fare la differenza meglio del dedicarsi a qualcuno o qualcosa, meglio di un'assunzione di responsabilità che vada oltre l'innamoramento o il sentimento, ma diventi una decisione consapevole, una solenne promessa e un intimo motivo di orgoglio?

C'è anche un altro passaggio che mi tocca dentro, quello dove si racconta dell'inizio dell'amicizia fra Hans (il narratore in prima persona) e Konradin.

Con un gesto stranamente goffo ed impreciso, mi strinse la mano tremante. "Ciao, Hans", mi disse e io all'improvviso mi resi conto con un misto di gioia, sollievo e stupore che era timido come me e, come me, bisognoso di amicizia. Non ricordo più ciò che mi disse quel giorno, né quello che gli dissi io. Tutto ciò che so è che, per un'ora, camminammo avanti e indietro come due giovani innamorati, ancora nervosi, ancora intimiditi. E tuttavia io sentivo che quello era solo l'inizio e che da allora in poi la mia vita non sarebbe più stata vuote e triste, ma ricca e piena di speranza per entrambi.

Io ce l'ho ho avuta, un'amica di questo genere... diciamo l'equivalente di un Konradin, nella mia vita, proprio quando ero adolescente. E di certo non esiste età in cui i sentimenti si provano in maniera più profonda e viscerale. Mi rendo conto adesso che di questa persona parlo pochissimo, forse perchè i ricordi sono sempre più lontani nel tempo e ho sempre meno occasioni di tirarli fuori. Ci sono tante persone, fra le mie amicizie più recenti, che non mi hanno mai sentito fare il suo nome. Persone che se entrassero nella mia camera da letto e vedessero quella fotografia appoggiata in un angolo mi chiederebbero "chi è quella ragazza?", e io farei una gran fatica ad andare oltre un nome e una breve spiegazione. Eppure so che, prima di incontrarla e prima che lei facesse la prima mossa nella mia direzione, ero una persona diversa da quella che sono stata dopo. Non so dire se migliore o peggiore, ma di certo ero completamente un'altra persona.

Immagino ciò significhi che i miei amici di ora, mio marito, le persone a cui ora io piaccio, devono molto a questa ragazza di cui tanti fra loro non hanno neppure mai sentito parlare. E non mi spiego perchè ne parlo così poco. Forse perché, mentre nei libri ci si può permettere di essere un po' retorici o melodrammatici, nelle chiacchiere della vita reale mi sentirei esposta al ridicolo, se riuscissi a spiegare a parole cosa quel rapporto, quell'amicizia, significarono per me. Se riuscissi ad elaborare quanto e come lei mi cambiò. Se riuscissi a raccontare per davvero quella sensazione di assoluta reciprocità e... com'è che diceva, il primo passaggio che ho citato? "Devozione totale e disinteressata". Il genere di cosa che ho provato solo altre due volte in vita mia, ma ormai fuori dall'età dell'adolescenza, quella specie di lente che cambia l'intera percezione del mondo in una maniera mai più replicabile.

Spesso ho la tentazione di ritrovare quell'amica. L'ho già fatto un altro paio di volte, in passato, ma sono passati anni dall'ultima volta. So più o meno dove abita, so che cosa fa. Sarebbe bello rientrare nelle rispettive vite, sebbene a distanza (comunque, non una distanza incolmabile). Eppure sento una specie di timidezza che mi frena e mi impedisce di decidermi. Di certo la sicurezza che quella stagione è passata da anni, che nulla può essere ripetuto. Ma in fondo, ci possono essere altre infinite stagioni pronte per noi, che aspettano solo di sentirsi dare il via.

Che faccio, vado?

martedì, febbraio 12, 2008

Re-arranged!

Una delle cose che adoro di mio marito è l'effetto ingranaggio che si innesca quando parliamo di qualcosa. Ingranaggio nel senso che i concetti espressi dall'una si incastrano mirabilmente con quelli espressi dall'altro, comprendendosi alla perfezione e trasformando tutte le conversazioni (o quasi) in delle sorte di partite a ping-pong perfettamente coordinate. Non importa se siamo d'accordo su un certo argomento, cioè se la pensiamo allo stesso modo, ma è bello sapere che non ci sono incomprensioni o equivoci, che ciascuno capisce perfettamente cosa l'altro intende dire.
Detto questo, ieri c'è stata una partita a ping-pong breve ed intensa, di quelle che portano subito a casa un bel risultato. Io pensavo così, tu cosa ne dici, ma sì, perché no, tu controlla i voli che io controllo gli alberghi, tu controlla i biglietti che io controllo il conto corrente, potremmo fare così, poi potremmo andare colà, organizzarci in questo modo, scegliere questi orari.
E voilà, siore e siori, il ponte del primo maggio è deciso. Londra dal giovedì alla domenica, per andare a vedere Re-arranged, ovvero il one-woman-show di Maria Friedman, e poi qualcos'altro ancora da scegliere... ma ovviamente siamo orientati su un bel Wicked (anche perché mica lo sappiamo fino a quando ci sarà la possibilità di vedere in scena Kerry Ellis) e, se per allora sarà in zone non troppo remote, sul tour di Godspell (perché non vediamo Tiffany da tanto di quel tempo).
L'idea dello show di Maria Friedman, in particolare, mi esalta. L'ho vista in scena solo tre volte in vita mia: una volta nella versione concerto di Follies, dove interpretava Sally Durant, e le altre due in quel polpettone atomico che era The Woman in White... polpettone che riusciva a stare in piedi solo grazie alla Friedman stessa, una che ti fa tornare a sorbirti anche le nenie di Webber meno riuscite in nome della sua voce e della sua recitazione, una che nella scena del ritrovamento della sorella nell'ospedale psichiatrico fa commuovere fino alle budella anche i cuori di pietra come me. E poi, il solo fatto che sia bruttina e tracagnotta, per me è un inno alla meritocrazia teatrale: questa è una che muove le folle SOLO in virtù del suo talento e della sua voce!
Inizio pure ad avere voglia di tornarci, a Londra. Ormai è un po' che non ci vado, per tante ragioni. Ma sì, quattro giorni di pace solo per noi, il Ghigo ed io ce li meritiamo.

Il totem decapitato

Essere a casa con l'influenza ha un sacco di conseguenze negative, ma almeno una positiva: un po' di tempo libero in più. Ne approfitto per buttare giù al volo questo post dedicato a Francesco, in cui faccio riaffiorare dagli abissi della sua memoria la saga disneyana del totem decapitato... era una storia in una decina di puntate, nelle quali tutti i protagonisti dell'universo Disney (sia topi che paperi) si mettevano a indagare sul misterioso contenuto di un totem indiano. Non ricordo tutti gli autori coinvolti, ma di sicuro c'erano Carpi e Cavazzano. All'inizio era stata stampata su Topolino, una storia alla volta, in seguito venne raccolta in un volume della collana Grandi Classici Disney. Bei tempi...

lunedì, febbraio 11, 2008

No, vabbè... ci rinuncio!

Avete presente quando, due o tre giorni fa, dicevo che ero un po' giù perché avevo subìto una specie di ingiustizia?
Le cose non sono cambiate da allora, ma di certo io le ho razionalizzate. Dopotutto, è quello che faccio sempre. In fondo la mia laurea è in filosofia, mica in giurisprudenza!

Il casus belli è che qualcuno ha messo una sua questione personale davanti a una mia questione professionale e intende pertanto obbligarmi, usando fino in fondo l'autorità che è cosciente di avere su di me, ad agire in un certo modo tale da salvaguardare la sua questione personale, a totale discapito della mia questione professionale.
Come nel 90% dei casi della vita, in fondo è una questione di priorità darwiniana: "io vengo prima di te (anche se, trattandosi anche di questioni di lavoro, non avrei il diritto di scavalcarti in questo modo)". Lo facciamo tutti, a fasi alterne. Siamo sempre tutti capaci di anteporre il nostro bene a quello altrui, specie quando ci facciamo l'idea che l'esigenza altrui non sia certo questione di vita o di morte, mentre la nostra sì.
A dirla tutta, è vero. La mia questione professionale ha una certa importanza, ma non avviene la fine del mondo se non la curo. La sua questione personale è invece estremamente importante e delicata. Quindi, in termini di priorità, non posso negare l'esistenza di una gerarchia fra le due cose.

Allora, che cos'è a darmi fastidio?
Primo, mi dà fastidio che probabilmente la persona in questione nemmeno si è resa conto di aver operato questa sorta di prepotenza. Ho avuto la sensazione che abbia deciso le cose come se il tutto le fosse semplicemente dovuto, come se fosse scontato che io avrei dovuto fare a modo suo.
Secondo, mi dà fastidio che non abbia lasciato alcun margine di contrattazione, in sostanza che mi abbia impartito degli ordini senza nemmeno tentare di vedere se c'era almeno, che so, la possibilità di un compromesso.
Terzo, mi dà fastidio che questa persona, ammesso e non concesso che si sia resa conto del numero che mi stava combinando, non abbia nemmeno accennato una vaga scusa, un'ammissione di responsabilità, nulla del genere. Sarebbe bastato che mi dicesse qualcosa del tipo: "Lo so che sto anteponendo i miei casini a tutto il resto, lo so che questo a volte è ingiusto e ti ferisce, ne sono spiacente e ti prego solo di avere pazienza e di volermi bene lo stesso". Ecco, a questo punto io non avrei avuto più niente da dire, ma proprio niente.

Insomma, tagliando corto, è il mio amor proprio ad esserci rimasto male. Ho rimuginato su questa cosa a lungo e ho pensato che, una volta leccate le ferite (e non solo le mie, perché temo di avere a mia volta inferto qualche colpetto, in reazione a quelli che mi arrivavano), se davvero vogliamo venire a capo della cosa e mettere tutti i pezzi al loro posto, in modo da ripartire per benino e senza strascichi (nel lavoro e nella vita), bisogna pur riprendere il discorso, senza timore di screzi o imbarazzi. Non sopporto le robe a metà, i chiarimenti mancati, le discussioni incompiute (soprattutto quando ho la certezza che ci siano affetto e maturità sufficienti, sia da una parte che dall'altra, per arrivare in fondo nel migliore dei modi).
Così, quando stasera la famosa persona mi ha dato un colpo di telefono, fra le varie cose ho accennato anche un "beh, poi abbiamo un discorso in sospeso... alla prima occasione ne parliamo un attimo".
Risposta: "Eh? Quale discorso?"



Com'è che dicevo, poco fa? Mi dà fastidio che probabilmente la persona in questione nemmeno si è resa conto, ecc ecc. Roba da pazzi! No, basta, ci rinuncio, a volte far filtrare certe cose nei neuroni altrui è un'impresa troppo irrealizzabile.

Non è vero. In realtà non ci rinuncio... mai e poi mai.
Eppure, sento un pelino di stanchezza e rassegnazione farsi strada fra i miei, di neuroni... :-(

Quanto m'attizza 'st'omo

Sono anni che non mi affeziono ad alcuna serie televisiva... credo dai tempi della terza stagione di Buffy. Ultimamente, però, mi diverto molto a guardare N.C.I.S., nelle varie incarnazioni e stagioni su Fox Crime, RaiDue e via discorrendo. Al momento, sto aspettando che gli episodi di RaiDue si ricongiungano al punto in cui erano rimasti in sospeso qualche mese fa, e portino finalmente avanti la trama.
Poco ma sicuro, a divertirmi tanto sono i personaggi un po' pazzoidi (tanto di cappello a chi li ha creati, in primis la scienziata dark-gothic), ma non guasta nemmeno il fatto che l'attore protagonista della situazione, tale Mark Harmon, sia esattamente il mio genere di bellezza maschile matura (mentre il John Barrowman dei tempi d'oro è il genere "non maturo"). Così mi siedo a guardare le puntate, e rimango con un bel sorrisetto ebete fino alla sigla di coda.
Mio marito sopporta in silenzio. E programma vacanze londinesi per andare a vedere la sua/mia attrice di teatro preferita, ma questo è un altro discorso...

domenica, febbraio 10, 2008

Influenza pure io!

Volevo ben dire di essere l'unica ad avere l'esclusiva di salvarsi dall'influenza, tzè. E quindi, weekend con febbre, tosse, raffreddore e mal di gola, olè, tutto il repertorio!
Il che, ovviamente, non significa che non abbia dovuto lavorare almeno un po'... anzi, oggi parecchio... peraltro con risultati scarsini, appunto causa rincretinimento da influenza, sicché dovrò riprendere e rivedere il tutto nei prossimi giorni, febbre o non febbre. Che entusiasmo che c'ho.
Se rinasco, mi faccio raccomandare a un concorso pubblico per un posto in anagrafe, e appena mi viene mezza lineetta di febbre mi metto in malattia come tutti i fantozzi che si rispettino!!!
...
...
...
Ma per carità.

venerdì, febbraio 08, 2008

Maybe next year



"To flirt with rescue when one has no intention of being saved"...
La settimana scorsa mi era capitato di rivedere alcune sequenze dallo spettacolo Hey Mr Producer!, e mi ero confermata l'idea che ci sono ottimi motivi per cui Judy Dench è considerata una grandissima attrice, ma non una grandissima cantante.
Ci sono peraltro canzoni di cui anche una voce non eccelsa può dare un'interpretazione straordinaria, se la accompagna con una recitazione come si deve.
Risultato: Judy Dench che canta "Send in the Clowns" è una roba da pelle d'oca.
Le sensazioni che riesce a indurre con questa sua interpretazione (dovute naturalmente anche all'orchestra, all'arrangiamento, all'atmosfera, eccetera) sono così intense che a volte riescono a farmi piangere, pur essendo cosa nota che io non sono una facile alla commozione "da teatro", o quantomeno non nelle scene e nelle situazioni in cui la maggior parte del pubblico ci casca in automatico (ebbene sì, il mio cuore di pietra non si strugge MAI di lacrime quando Eponine muore fra le braccia di Marius in Les Miserables).
Oggi, per ragioni che non vale la pena raccontare, ho provato "in diretta" sensazioni molto simili a quelle evocate da "Send in the Clowns". Un certo senso di rassegnazione, di ingiustizia subìta, di delusione, di accettazione di un torto che non c'è modo di raddrizzare. Un coacervo di questioni che non sarà nemmeno possibile affrontare (e quindi almeno in parte sciogliere) nell'immediato. Maybe next year...
Insomma è stata una mezz'ora brutta, che ha influito sul resto della giornata. E siccome a volte mi concedo un po' di sano vittimismo, ecco che in testa a questo post ho inserito la rappresentazione ideale di quello che ho provato. Sperando che stasera il mio umore si raddrizzi almeno un po', e in effetti ho ragione di pensare che possa succedere. Hop! Forza e coraggio, via.

Non più sola

Stamattina mi è capitata una cosa bella. :-)

Negli ultimi tempi... diciamo negli ultimi tre o quattro mesi... rispetto a una certa cosa, mi sono spesso sentita un po' sola e abbandonata, quando non anche incompresa e criticata. Senza voler fare del vittimismo, per carità, ma di riffa o di raffa questa era la sensazione che mi portavo dietro.
Non capivo (e tuttora non capisco) come potessi io essere l'unica, in un certo giro di persone, che si ponesse un certo problema in termini un minimo approfonditi, un minimo impegnativi, un minimo slegati dall'ottica del comune sentire - che in certi casi, io credo, va abbandonato senza troppi scrupoli.
Però sono andata avanti, seppure fra mille dubbi ed esitazioni, provandole tutte per fare del mio meglio e per scrollarmi di dosso questa sensazione - appunto - di abbandono e di essere almeno in parte "incompresa".

E stamattina, che succede?
Che mi arriva un SMS da una persona che conosco e che stimo, ma con cui non ho rapporti particolarmente confidenziali, la quale mi propone di vederci una sera per affrontare insieme una parte di quel problema, proprio quello a proposito del quale mi sentivo abbandonata a me stessa.

Che sensazione inebriante. Non sono più l'unica! Non sono più quella che tutti guardano con sospetto misto a preoccupazione. Almeno un'altra persona, dico una, si sta ponendo davanti alla questione con un atteggiamento anche solo vagamente simile al mio, cercando di andare OLTRE il semplice prendere atto, cercando di migliorare se stessa e le proprie conoscenze allo scopo di rendersi utile, cercando di capire di più, di imparare, di approfondire.
E' grandioso. Mi viene da saltellare di gioia. Non sono più sola. ^__^

mercoledì, febbraio 06, 2008

Iokanaan ed io

Parte tutto da una tradizionale catena di pensieri alla Joyce, ovvero da un banalissimo flusso di coscienza fra i più quotidiani.

Nel caso specifico: vado a tenere una specie di conferenza, parlo di fumetti, torno a casa contenta, ripenso ad alcune parti della specie di conferenza, penso a titoli e autori di cui non ho parlato perché mi è mancato il tempo, penso a personaggi nati diversi anni fa sui quali avevo svolto i primi esercizi di analisi del testo, penso allo sceneggiatore secondo me più bravo su quel personaggio, penso alla storia che più mi aveva colpito di quello sceneggiatore, mi viene in mente una citazione che compariva in quella storia, vado a scovare una versione un pochino più lunga della citazione, e infine mi rendo conto che quella citazione ha parecchio a che vedere con sentimenti e scossoni dell'animo che all'epoca mi erano abbastanza ignoti, mentre ora li percepisco in maniera ben più penetrante.

Ah! Io ho baciato la tua bocca, Iokanaan, io ho baciato la tua bocca. C'era un acre sapore sulle tue labbra. Era il sapore del sangue?... Ma era forse il sapore dell'amore. Dicono che l'amore ha un acre sapore... Ma cosa importa? Cosa importa? Io ho baciato la tua bocca, Iokanaan, io ho baciato la tua bocca.

Cavolo. Con tutto che sono passati degli anni, mi fa rabbrividire oggi molto più di ieri.

lunedì, febbraio 04, 2008

Le origini di una passione - 1

Le operazioni di packaging domestico stanno lentamente procedendo e mi hanno condotta a tirare fuori reperti "storici" su cui da tempo non posavo gli occhi. Fra di essi, alcuni hanno spalancato un abisso di ricordi e mi hanno portata a individuare alcuni "momenti chiave" nella formazione dei miei gusti, buoni o cattivi che essi siano. Insomma le prime letture che, insieme ai primi programmi televisivi, hanno contribuito a farmi diventare la persona (nel bene e nel male) che sono oggi.
Il mio primo fumetto Disney, sinceramente non me lo ricordo. Ma il primo fumetto Disney di cui mi sono completamente innamorata e che ho letto e riletto dozzine di volte, quello sì. Eccolo: Storia e gloria della dinastia dei paperi... una serie di avventure ambientate in epoche storiche diverse, che raccontavano le vicende degli antenati di Paperino & company. Lo addocchiai in casa della mia insegnante d'inglese (perché le brave bambine figlie di papà vanno a studiare inglese da un'insegnante madrelingua già durante le elementari... ), doveva essere di suo figlio Andy. Lo chiesi in prestito promettendo di riportarlo la settimana dopo. E così passai la settimana a leggere e rileggere quel volumetto. Erano avventure appassionanti e c'erano battute che mi facevano ribaltare dalle risate.
Paperone, parlando degli antenati: «La nostra dinastia risale all'antico Egitto. Allora eravamo faraoni, poi divenimmo galli, e infine paperi!»
Gamba il Gladiatore (antenato di Gambadilegno), parlando del locandiere Petronius Paperonius (antenato di Paperone): «Non c'è un tirchio più taccagno di lui! Vende il peggior vino al prezzo più caro! Non fa credito... e da quando smercia abbacchi al forno, non si trova più un gatto in tutta Roma!»
[Inciso: la seconda è una battuta che, al giorno d'oggi, la Disney mica lascia più pubblicare; siamo nell'era del politically correct, no?]
Comunque, col cavolo che riportai indietro il volume (perché le brave bambine figlie di papà, in realtà non sono brave per niente)... e la mia insegnante, o se ne dimenticò, o finse di dimenticarsene.
Anni dopo, quando lo studio dei fumetti iniziò a divenire la mia professione, scoprii che gli autori di quella saga erano pezzi da novanta come Guido Martina, Giovan Battista Carpi e Romano Scarpa. Ci credo che mi avevano stregata...

domenica, febbraio 03, 2008

Le conclusioni di un weekend

In ordine sparso...

- Ogni scelta ha delle conseguenze.

- Quando le difese sono abbassate, è più facile farsi male. NON il contrario.

- Anche i luoghi che amiamo di più hanno bisogno dello spirito giusto per essere visitati.

- Certi uomini non sono cattivi, ma hanno una innata coglioneria che li rende capaci di ferire.

- "Non voler essere di peso" è un'ottima intenzione di cui sono lastricati interi cavalcavia all'inferno.

- "Famiglia" è un concetto che non ha nulla a che vedere con il sangue o con le promesse, ma solo con l'amore in tutte le sue forme.

- Io prometto di stare attenta a non trascurare certe priorità.

- Tu prometti di non dimenticare il mio concetto di "famiglia".

sabato, febbraio 02, 2008

"La città vecchia" by De André - Follini

Chi segue i link della colonna qui a destra avrà già visto, nei mesi scorsi, le tavole disegnate da Francesca Follini e ispirate alla canzone "La città vecchia" di Fabrizio De André, ma volevo segnalare che la storia completa è ora disponibile per essere scaricata gratuitamente dal sito di ComicUS (sezione Alien Press). Giusto nel caso che a qualcuno sia sfuggito questo gioiellino.

E quattro, e cinque!

Due ulteriori recensioni per il mio libro.
Una è stata scritta da Fabio Licari (avete presente? quello che ha mirabilmente curato i volumi dell'Uomo Ragno allegati alla Gazzetta dello Sport), nell'ambito della rubrica "Il Podio" che lui cura in totale autonomia e indipendenza (questo ci tengo a dirlo) per la rivista Fumo di China nella cui redazione anche io lavoro. Avere conquistato un "podio" mi inorgoglisce, anche perché, come sempre, non ho detto mezza parola in merito, me ne sono rimasta rigorosamente in silenzio, ben defilata.
L'altra recensione è stata scritta qualche mese fa sul blog dello Storione Saggio e mi porta a stimare il suo autore, che non conosco, perché rivolge una critica sensata all'ultimo capitolo del mio "pargoletto" e in questo modo mi ha dato da riflettere e da riconoscere alcuni limiti del libro. Da tenere presente la prossima volta che mi darò alla stesura di un testo.

venerdì, febbraio 01, 2008

Costrizioni linguistiche

E figuriamoci se prima o poi qualcuno non finiva per esagerare. Adesso pare che nelle scuole inglesi uno non possa più dire "mamma" o "papà" perché è una distinzione che può essere associata all'omofobia. Bisogna dire "genitore". Qui la notizia più in dettaglio.

Io, citando una vecchia battuta dell'immortale Drive In, azzarderei un: "Ammè... ma pare 'na strunzata".
Primo, perché qui ci si pone un problema di omofobia ma si sta cadendo nel politically correct più artificioso e qualunquista, pronto a sfociare (di 'sto passo) nell'eterofobia, e allora siamo punto e accapo.
Secondo, perché cercare di imporre barriere a una cosa duttile e scivolosa come il linguaggio naturale, è semplicemente ridicolo. Le costrizioni linguistiche non funzionano, non hanno mai funzionato. L'esperanto è nato morto perchè era artificiale, perché i linguaggi naturali, quelli veri, funzionano per evoluzione, per contaminazioni, per dinamiche sociali spontanee, non imposte.

Oh, poi sia chiaro: l'omofobia è bandita da questa casa, e se qualcuno insulta o schernisce un gay, mi viene subito la bile viola. Ma non è che, se certi vocaboli possono (talvolta - in certi casi - da certe persone) essere usati come insulti, allora in generale non vanno più pronunciate. Voglio vedere chi può impedire a un ragazzino di chiamare "mamma" sua madre.

giovedì, gennaio 31, 2008

Buon vecchio Watzlavich

Quando andavo all'università e macinavo pile di libri una dietro l'altra, capitava che alcuni di quei libri non li comprassi, vuoi perchè costavano troppo, vuoi perché erano fuori catalogo, vuoi perché li trovavo in biblioteca o me li prestava qualcuno. Andò così con un volume intitolato Pragmatica della comunicazione umana (1967) di Paul Watzlavich e una pletora di altri autori. Me lo prestò una compagna di appartamento e poi, superato l'esame, glielo ridiedi indietro.
Ma era un gran bel libro, e ho sempre avuto una mezza intenzione di comprarmene una copia, anche se poi non l'ho mai fatto perché ho sempre dato la precedenza ad altri testi. Eppure, prima o poi, cascasse il mondo, una copia di quel libro finirà su uno scaffale di casa mia. Era scritto in maniera straordinariamente chiara e scorrevole, e metteva in luce una serie di dinamiche del linguaggio e della comunicazione che una volta lette sembravano l'uovo di Colombo, ma prima mi erano non dico ignote, ma non altrettanto chiare.

Quella fondamentale, che ritornava con una certa frequenza, era la tesi che nella maggior parte dei casi chi partecipa a una conversazione si dà un gran da fare non tanto per sviluppare gli argomenti e portare il discorso da qualche parte, ma per "affermare se stesso". Dare opinioni, ragionare insieme su una cosa, confrontare punti di vista, raccontare esperienze, anche il semplice chiacchierare, spesso e volentieri sono solo modi per attirare l'attenzione degli altri su di sé. L'esempio più tipico riportato da Watzlavich era quello delle persone che si incontrano nella sala d'aspetto del medico e iniziano a raccontarsi i rispettivi problemi di salute. Spesso diventa una gara a dire "Io ho avuto questo", "Pensi invece cosa è successo a me", "Ma voi non sapete cosa ho passato io"... uno squallido gioco al rialzo in cui la posta in gioco è l'attenzione su se stessi.

[Inciso numero 1: in fondo, basta saperlo. Anche i blog, alla fine, ricadono facilmente in questa dinamica. Sono "discussioni" a senso unico (a parte lo spazio per i commenti) e ci vuole poco a farli diventare esercizi onanistici di autoaffermazione. Io stessa in questo momento, sotto sotto, mi sto "vantando" con voi di avere studiato questo bel testo di Watzlavich. Io sì e voi no, trallallerollerollà. E un'altra parte di me si sta vantando di essere talmente consapevole e sincera da poter affermare che mi sto vantando. E così via. Ma se uno si incarta in questa infinita spirale, poi non parla più. Quindi andiamo avanti.]

C'è un altro testo, che ho letto parecchi anni fa e che mi è tornato in mano nei giorni scorsi. Mi vergogno un po' a rivelarne il titolo perché ha un sapore da cretinata new age che è parecchio fuorviante... ad ogni modo, mi riferisco a Vivere, amare, capirsi di Leo Buscaglia (1982). Si tratta di una raccolta di conferenze tenute negli anni da questo strano soggetto che si definiva "professore in amore" ed era in sostanza un sociologo con grandi doti comunicative, molte esperienze da condividere, e infine un carattere ottimista ed estroverso. Non è uno di quei libri che invitano all'autoaffermazione di sé (quelli che hanno titoli come Prendi la vita nelle tue mani o Fai vedere al mondo chi sei, roba del genere), ma piuttosto ad un'interazione molto attiva, intensa e affettuosa fra se stessi e gli altri; una vita di relazione che costruisca un delicato equilibrio fra le esigenze proprie e quelle altrui.

Ovviamente ci sono pagine più o meno convincenti, righe che restano impresse a lungo e altre ben più facili da dimenticare. Queste sono, a mio avviso, fra le più interessanti:

A me toccò uno degli ultimi turni. Eravamo soli nella stanza, io e mia madre. All'improvviso lei aprì gli occhi. Aveva occhi grandissimi, scuri, meravigliosi. Un attimo prima avevo pensato: «Mi mancherà moltissimo. Era una grande donna, stavamo così bene insieme, e lei aveva sempre un sorriso e un cioccolatino per me. E mi mancherà il suo aglio». Avete notato che dicevo sempre me? «Io farò questo, e mi mancherà quest'altro, e non mi lasciare!»

Questa settimana è venuta nel mio ufficio una ragazza, e per quasi un'ora è rimasta lì a parlare di «me, me, me!». Ecco una delle sue frasi: «Non sono sicura di sapere che cosa voglio dalla vita». E alla fine, questo vostro buon vecchio consulente ha urlato: «Cosa diavolo dà lei alla vita?». Ogni giorno prendete qualcosa dalla terra, prendete qualcosa dall'aria, prendete qualcosa dalla bellezza... che cosa date in cambio? Non pensiamo di dare qualcosa in cambio, vero?

In fondo, non è che un invito a sforzarsi di superare l'abitudine dell'autoaffermazione postulata da Watzlavich nel suo libro.

[Inciso numero 2: "postulata". Visto quanto sono colta? visto che belle parole so usare? visto come sono pronta ad ammettere che me la sto tirando? visto come sono brava, dal momento che sono pronta ad ammetterlo? e l'infinita spirale ricomincia...]

A volte riesco a farci caso, a quando le conversazioni prendono la "piega Watzlavich" e quando invece innescano un meccanismo disinteressato di costruzione di un ragionamento, comparazione di punti di vista, condivisione di pensiero. Ebbene sì, può capitare. Rendersi conto di quando accade è sempre una piccola ma gustosa epifania che arriva inaspettata e lascia a lungo un buon sapore sulla punta della lingua. Mi è capitato anche un paio di domeniche fa e ci ripenso ancora con soddisfazione.

Andando ancora più in fondo, quei brani di Buscaglia mi riportano con la memoria a quell'accidente di brano di Vangelo che avevo citato qui e che, nonostante la mia lontananza dalla fede cattolica, continua a sembrarmi l'esemplificazione più evidente e forte del desiderio di andare OLTRE l'abitudine, OLTRE il desiderio di ottenere attenzione, OLTRE il comune arrendersi all'egocentrismo.

Poi, per carità, nessun uomo è un'isola, e il desiderio di essere amati e apprezzati dal prossimo ha radici profonde e non immotivate. Ma riuscire, anche una sola volta in più al giorno, a guardarlo, il prossimo, invece che a cercare di farsi guardare da lui, non sarebbe malaccio. Certo però, che fatica.

lunedì, gennaio 28, 2008

Ordinarie follie lavorative

Piccola epopea della durata complessiva di 24 ore.

Ieri (domenica), intorno alle cinque e mezza, la Grande Capessa mi dice: «Bisogna presentare un elenco di proposte e relativi costi al committente Pinco Pallo, che ci ha chiesto delle ipotesi di attività estive nella sua struttura. Io mi sono consultata con Scooter-Man e con Caos Incarnato, e abbiamo pensato a un tot di possibilità...»
Io: «Sì, ho capito, era quella lista che Scooter-Man mi ha spedito per email l'altro ieri».
Grande Capessa: «Ah bene, te l'ha mandata. Non ce l'hai qui con te?»
Io: «Non avevo idea che dovessimo lavorarci oggi».
Grande Capessa: «Va bè, pazienza, comunque ti ricapitolo io le cose fondamentali: questo, quello, quest'altro e quell'altro. Si tratta solo di fare un bel file con descrizioni, costi, dettagli, eccetera. Ci pensi tu, vero? Poi lo mandi a Caos Incarnato, che ha tutti i contatti, così lui li gira al committente.»
Io: «Scadenza?»
Grande Capessa, arrossendo: «Domani.»
Io, fulminandola: «Come, domani?!?»
Grande Capessa: «Eh, sì, loro ci hanno chiesto tutto entro domani...»
Io: «Ovvero, tradotto, devo lavorarci stanotte.»
Grande Capessa tira fuori gli occhioni luccicosi e supplichevoli, perché 'st'animala LO SA che mi frega come vuole. E infatti.
Io: «E va bene, e va bene! Tiro fuori i vecchi preventivi di Tizio e Caio, ci aggiungo le vecchie proposte che avevamo mandato a Sempronio, faccio un po' di taglia e incolla, e aggiusto le cifre. Ovviamente le aggiusto al rialzo, niente preventivi da fame, stavolta!»
Grande Capessa: «Guarda, le cifre io nemmeno le voglio vedere, decidetele tu e Caos Incarnato, così io non corro il rischio di scombinare i conti.»
Io: «Affare fatto.»

Dopo aver viscidamente barattato il lavoro notturno con la promessa che martedì ci rivedremo per gestire un'altra questione (sempre di lavoro) che Grande Capessa non ha voglia di guardare nemmeno col binocolo, vado a casa e, dopo cena, mi metto al lavoro. Tiro fuori diversi file vecchi, li monto e smonto, una ritoccatina qui e una lì, finché arrivo a un punto morto. Non posso proseguire perché, nella lista inviatami da Scooter-Man, ci sono delle cose che Grande Capessa non mi ha citato. Quindi, o non me le ha citate perché se le è dimenticate, o perché non le ritiene adatte alla struttura a cui è rivolto il preventivo.
Guardo l'orologio: le dieci e quaranta. Un po' tardino per telefonarle, rischio che sia già andata a dormire. Cioè: è improbabile, ma non impossibile. Così opto per un SMS, che recita: "Se sei ancora sveglia, puoi chiamarmi? Grazie."
Niente telefonata. O dorme, o non ha visto il messaggio. Comunque sia, bisognerà riprendere il discorso domani. Salvo il file e glielo spedisco per email, giusto così per scrupolo, scrivendole dove mi sono inceppata. Poi abbandono il computer, sistemo alcune cose in casa (ebbene sì, sto proseguendo con il packaging di cui vi parlavo qualche post fa) e poi, intorno a mezzanotte e mezza, il Ghigo ed io ci dirigiamo a letto, intenzionati a dormire come due sassi: io perché so che mi aspetta una giornata pesante, lui idem (con l'aggravante che deve svegliarsi alle cinque e mezza per una trasferta).
All'una meno dieci, quando iniziavo a scivolare tra le braccia di Morfeo, suona il mio cellulare e poco ci manca mi venga un attacco di cuore (io ho il sonno MOLTO leggero, basta una zanzara e salto come una cavalletta, e non starò a dirvi cosa riesco a combinare quando ho degli incubi dai quali mi sveglio all'improvviso).
Passato l'attimo di panico, allungo il braccio sul comodino senza nemmeno guardare chi è, perché tanto avevo già capito.
Io: «Pronto...?»
Grande Capessa, allarmatissima: «Che cosa è successo?!?!?!?»

Adesso. Va bene che, fra tutte e due, non si sa chi è stata più sfigata negli ultimi mesi, e non si contano le volte che abbiamo dovuto telefonarci o messaggiarci per avere/dare sostegno o per correre (a volte letteralmente) l'una dall'altra. Ma se fosse successo qualcosa di grave, magari le avrei telefonato, o sarei stata più chiara nel mio SMS. Mi scappa una risata.
Io: «Ma niente... era per una cosa di lavoro... quella roba che mi hai chiesto oggi...»
Grande Capessa: «Aaah! Perché io il messaggio l'ho letto solo adesso... in effetti ero un po' indecisa se chiamarti, a quest'ora, però per sicurezza...»
Io (cercando di tagliare corto per non svegliare ulteriormente il Ghigo): «Tranquilla. Ti ho mandato tutto via mail, quindi scarica la posta e poi mi farai sapere.»
Grande Capessa: «Va bene anche domattina, no? Così non sto a riaccendere il computer. Dài, domattina ci guardo e poi ti chiamo.»
Io PENSO: Non è vero. Domattina sei incasinata come poche mattine al mondo, quindi non avrai mai il tempo di guardarci, quindi non mi farai sapere niente, quindi io rimarrò incagliata e dovrò rincorrerti tutto il giorno in mezzo ai tuoi appuntamenti, incontri, conferenze, riunioni, consigli di amministrazione e il cielo sa cos'altro. Però lo so che in questo momento sei troppo rincoglionita per riuscire a lavorare.
Quindi mento e DICO: «Sì, anche domattina. Aspetto tue notizie. 'notte, capo...»
Grande Capessa: «'notte... e scusa... 'notte...»
Il Ghigo si gira e bofonchia: «Tutto okay?»
Io: «Sì... un equivoco su un SMS...»
Ghigo: «Ma era davvero il capo?»
Io: «Ehm, sì... io avevo mandato un SMS due ore fa, ma lei l'ha letto adesso e...»
Ghigo (ridacchiando e tirandosi le coperte sul naso): «No, fa lo stesso... non lo voglio sapere...»
Io (ridacchiando): «Dài... lo sai com'è il mio capo.»
Ghigo: «Poveri noi...»

Ovviamente il giorno dopo (cioè oggi), nessuna notizia. Procedo comunque e penso di chiedere aiuto a Caos Incarnato. Inizia così un carteggio email di domande, risposte, suggerimenti e opinioni, che in effetti contribuisce a dare forma al file dei preventivi.
Resta però un interrogativo grosso, e cioè che, tra le voci non elencate dalla Grande Capessa, ma presenti nell'elenco di Scooter-Man, ci sono due concerti, di due gruppi musicali, che non ho idea se vadano inseriti o meno, e, nel caso, quanto costino.
Caos Incarnato parte deciso: «Sì sì, io dico che vanno benissimo, mettili nel file.»
Io: «Va bene, li metto, ma tu sai quanto ci costano? Trasporto e vitto lo so perché una volta me ne sono già occupata, ma il cachet non lo conosco.»
Caos Incarnato: «A me il loro Capoccia 1 aveva detto gratis.»
Io: «Ma quando? Perché a me la loro Capoccia 2 aveva detto che per noi avevano suonato gratis in virtù di un rapporto di lunga data... però credo che in via normale, per altri committenti, vogliano dei soldi... anche se poi probabilmente, conoscendoli, danno tutto in beneficenza o qualcosa del genere...»
Caos Incarnato: «Boh, a me avevano detto gratis.»

Molto perplessa, mando una mail a Capoccia 2 per chiedere lumi. Nel frattempo, miracolosamente, Grande Capessa chiama. Ovviamente la famosa mail non l'ha vista, ma posso almeno riepilogare le lacune e ottenere alcune informazioni utili.
Io: «E i concerti dei due gruppi li metto?»
Grande Capessa: «Nooo, quelli no... in quel posto non ce li vedo...»
Io: «Guarda che Caos Incarnato sembrava convinto che fossero adatti.»
Grande Capessa: «Ma sei sicura?»
Io: «Amore bello, sì che sono sicura, è tutto il giorno che ne parliamo!»
Grande Capessa: «Allora va bene, inserisci pure.»
Io: «Ma tu sai quanto costano?»
Grande Capessa: «Ah, no... quella volta avevano fatto tutto gratis...»
Io: «Eh. Quella volta. Ma qui è un discorso diverso. Io ho chiesto alla loro responsabile, ma non so se mi manda una risposta entro oggi.»
Grande Capessa: «Allora fai così... li inserisci, ma scrivi che siamo in attesa di preventivo aggornato al 2008, se no rischiamo di dire qualche stupidata.»

Metto giù il telefono, avviso Caos Incarnato.
Lui commenta: «Ma come? Glielo avevo detto da subito, che secondo me era il posto giusto per quei due concerti, lo sapeva benissimo!»
Io: «Ah ragà, basta che vi mettiate d'accordo, va bene? Io 'sto cazzo di file ve lo scrivo, ma almeno che non mi diciate due cose diverse!»
Un minuto dopo, arriva la risposta da Capoccia 2. Cachet del primo gruppo, 4.000 euro. Cachet del secondo gruppo, 2.000 euro.
Non so a voi, ma a me sembra parecchio diverso da "gratis".
Aggiorno il file e scrivo "in attesa di preventivo 2008", sperando che ci siano margini di contrattazione. Se poi non ci saranno, niente gruppi musicali e pazienza, mica muore nessuno. Apporto le ultime modifiche al file, provvedo a qualche ritocco, finalmente lo spedisco a Caos Incarnato dicendogli che è completo, che per favore lo rilegga e corregga eventuali errori, e che se vuole può anche ritoccare i prezzi purché NON al ribasso. Consentiti solo rialzi.

Trenta secondi dopo che ho spedito il file, ma più probabilmente nemmeno trenta secondi dopo, la mia adorata micina nera Morgana, che stava pisolando sul monitor, si alza e inizia ad avere dei conati di vomito (è delicata di stomaco, le càpita con una certa frequenza). In tre salti arrivo in cucina e prendo il rotolo della carta assorbente, torno nello studio e cosa trovo?
Lei ha vomitato solo un po' di succhi gastrici misti a pelo, e ha il musino inebetito di quando le succede questa cosa.
Il monitor è NERO. La lucina verde diventa arancione e inizia a lampeggiare.
Tracce di succhi gastrici sono evidentemente presenti sopra la grata del monitor.
Se ne deduce che i suddetti succhi gastrici sono colati DENTRO il monitor e lo hanno fritto.

Era già successo un'altra volta in passato, ma il monitor (dopo qualche strano lampo e un po' di sfrigolìo condito da puzza di bruciato) si era ripreso in fretta. Stavolta, è inequivocabilmente cadavere.

Ringrazio il cielo di avere spedito il maledetto file PRIMA che avvenisse il disastro, e guardo l'orologio. Le cinque e mezza. Esattamente 24 ore dopo che Grande Capessa aveva esordito con «Bisogna presentare un elenco di proposte e relativi costi...».
Facendo un bilancio, mi ritrovo con:
- una giornata passata a compilare UN solo, maledetto file (oltre che a curare alcune inderogabili commissioni fuori casa);
- un attacco di cuore da telefonata notturna;
- una serie di altri lavori rimasti al palo, che dovrò concentrare nelle prossime 36 ore senza avere nessuna pietà di me stessa;
- un monitor fritto.

Ed è solo lunedì...

Bigotti senza confini...

Apprendo dal blog di un'amica (ciao Maggie!) e segnalo a mia volta la petizione online per la raccolta di firme contro la decisione delle autorità iraniane di condannare a morte due ragazzi colpevoli del gravissimo reato di essere gay. Evviva i fondamentalisti e i bigotti di ogni credo, razza e religione! Ma si lavassero gli zebedei nell'acido muriatico, 'sti stronzi.
Qui c'è un articolo che racconta la vicenda, e qui la petizione.

sabato, gennaio 26, 2008

Mastelcard

Esiste già da qualche mese ma io l'ho scoperta solo oggi e me ne dolgo.
Il blog dementemastella, che contiene una serie di articoli e commenti su Voi-Sapete-Chi, ha lanciato la Mastelcard (di cui ovviamente reclamizza tutti gli usi più evidenti e fantasiosi).
La voglio!

Packaging

Sono a casa con l'influenza e quindi, sentendomi troppo incucalita per affrontare con profitto gli impegni di lavoro, ho deciso di dedicarmi finalmente a un'operazione che da troppo tempo procrastinavo: uno straccio di riordino della casa.
E intendo proprio di tutta la casa: studio, due camere da letto, salotto e sgabuzzino. Diciamo che non riorganizzo il bagno e la cucina solo perché non sono capace di estirpare i sanitari e i pensili dal loro posto e metterli dove mi piacerebbe di più.

Il riordino avviene "a cascata". Se libero un paio di ripiani nello studio, posso ottenere dello spazio dove collocare i lavori in corso (fogli, fotocopie, depliant, disegni, CD, lettere). Se colloco nello studio i lavori in corso, significa che posso toglierli dal salotto, dove occupano indebitamente quasi tutto il tavolo. Se libero il tavolo del salotto, posso usarlo per stenderci sopra, misurare e catalogare una serie di poster cinematografici che devo decidermi a vendere o regalare. Se metto sul tavolo del salotto i poster (e poi li porto giù in garage insieme agli altri), significa che posso toglierli dallo sgabuzzino, dove andranno a finire cinque o sei paia di scarpe al momento buttate alla rinfusa in un angolo della camera da letto. Se libero altro posto nello sgabuzzino, significa poterci mettere alcune scatole piene di maglie e magliette rimaste a vegetare sul comò della camera da letto, il che significa poter archiviare anche altri capi d'abbigliamento che debordano dai cassetti e ridare un senso all'armadio. Se ridò un senso all'armadio della mia camera, posso ridare un senso anche all'armadio dell'altra camera, dove sono state buttate varie cose (arrivate da casa di mia suocera) che non abbiamo mai avuto il tempo di vagliare e selezionare. Se ridò un senso all'altra camera, potrò sia darle un aspetto decente per quando capita di avere ospiti, sia traslocarci ordinatamente alcune serie di fumetti dallo studio. E così si ritorna all'origine della cascata.

In realtà ci sarebbe anche da riparare la lavastoviglie (mio marito sostiene di saperlo fare, ma quando mai può avere la voglia di mettercisi? e lo capisco), appendere i porta-dvd prima che le cataste in salotto franino, archiviare definitivamente opere di gioventù a cui non ho il coraggio di dire addio, risistemare in cucina il televisore piccolo, inscatolare l'ultima annata completa di Autosprint, mettere le copertine a tutte le custodie dei dvd di musical, e più ci penso più me ne vengono in mente. Forse per la fine del 2009 ce la faccio.

Mezz'ora fa ho dato un colpo di telefono a mio marito e gli ho detto: «Seeeeenti... quando torni a casa, non è che passeresti al Castorama a comprare altre quattro di quelle staffe di metallo nere... sai quelle con cui abbiamo appeso i ripiani nello studio?»
Lui, con un filo di voce: «Oddio ti sei messa a sistemare casa...»

Comunque, nel frattempo, una grande lezione l'ho imparata. Mai, mai, dico MAI, parcheggiare "temporaneamente" intere borsate di adorati fumetti in uno sgabuzzino che viene assiduamente frequentato da una gatta di otto chili a pelo lungo. Adesso che finalmente quei fumetti hanno trovato un posto, perdono pelo come stessero facendo la muta. E vi assicuro, dare l'aspirapolvere ai fumetti ha un che di straniante e surreale. °__°