giovedì, febbraio 14, 2008

L'amico ritrovato

E' la seconda volta in pochi mesi che mi capita di regalare questo libro, e così mi è anche capitato di rileggerlo.
Come ogni volta, ne assaporo qualche parola o qualche frase in più, oltre a ri-assaporare le parti che già so a memoria, ed oltre a godermi sempre più il meccanismo di un libro che rivela il suo senso e il suo messaggio solo con l'ultima parola dell'ultima pagina, quella che ti fa ritrovare l'amico del titolo, ma te lo fa anche nuovamente perdere. Tutto in poche sillabe, tutto in un singolo scatto del cervello che ti fa ripercorrere a ritroso le pagine precedenti e dare loro un significato nuovo.
Novantadue pagine, 5 euro, praticamente nulla, ma in quel nulla c'è tanta roba. Tra cui questo capoverso:

I giovani tra i sedici e i diciotto anni uniscono in sé un'innocenza soffusa di ingenuità, una radiosa purezza di corpo e di spirito e il bisogno appassionato di una devozione totale e disinteressata. Si tratta di una fase di breve durata che, tuttavia, per la sua stessa intensità e unicità, costituisce una delle esperienze più preziose della vita.

Mi vergogno un po' ad ammettere che questa "fase" io non l'ho ancora superata. In fondo, quando uno non ha certezze sui Grandi Temi Della Vita, non ha fedi incrollabili, non ha ideologie di riferimento, che cosa rimane se non il desiderio, anzi la necessità viscerale, di qualcosa che faccia la differenza? E che cosa può fare la differenza meglio del dedicarsi a qualcuno o qualcosa, meglio di un'assunzione di responsabilità che vada oltre l'innamoramento o il sentimento, ma diventi una decisione consapevole, una solenne promessa e un intimo motivo di orgoglio?

C'è anche un altro passaggio che mi tocca dentro, quello dove si racconta dell'inizio dell'amicizia fra Hans (il narratore in prima persona) e Konradin.

Con un gesto stranamente goffo ed impreciso, mi strinse la mano tremante. "Ciao, Hans", mi disse e io all'improvviso mi resi conto con un misto di gioia, sollievo e stupore che era timido come me e, come me, bisognoso di amicizia. Non ricordo più ciò che mi disse quel giorno, né quello che gli dissi io. Tutto ciò che so è che, per un'ora, camminammo avanti e indietro come due giovani innamorati, ancora nervosi, ancora intimiditi. E tuttavia io sentivo che quello era solo l'inizio e che da allora in poi la mia vita non sarebbe più stata vuote e triste, ma ricca e piena di speranza per entrambi.

Io ce l'ho ho avuta, un'amica di questo genere... diciamo l'equivalente di un Konradin, nella mia vita, proprio quando ero adolescente. E di certo non esiste età in cui i sentimenti si provano in maniera più profonda e viscerale. Mi rendo conto adesso che di questa persona parlo pochissimo, forse perchè i ricordi sono sempre più lontani nel tempo e ho sempre meno occasioni di tirarli fuori. Ci sono tante persone, fra le mie amicizie più recenti, che non mi hanno mai sentito fare il suo nome. Persone che se entrassero nella mia camera da letto e vedessero quella fotografia appoggiata in un angolo mi chiederebbero "chi è quella ragazza?", e io farei una gran fatica ad andare oltre un nome e una breve spiegazione. Eppure so che, prima di incontrarla e prima che lei facesse la prima mossa nella mia direzione, ero una persona diversa da quella che sono stata dopo. Non so dire se migliore o peggiore, ma di certo ero completamente un'altra persona.

Immagino ciò significhi che i miei amici di ora, mio marito, le persone a cui ora io piaccio, devono molto a questa ragazza di cui tanti fra loro non hanno neppure mai sentito parlare. E non mi spiego perchè ne parlo così poco. Forse perché, mentre nei libri ci si può permettere di essere un po' retorici o melodrammatici, nelle chiacchiere della vita reale mi sentirei esposta al ridicolo, se riuscissi a spiegare a parole cosa quel rapporto, quell'amicizia, significarono per me. Se riuscissi ad elaborare quanto e come lei mi cambiò. Se riuscissi a raccontare per davvero quella sensazione di assoluta reciprocità e... com'è che diceva, il primo passaggio che ho citato? "Devozione totale e disinteressata". Il genere di cosa che ho provato solo altre due volte in vita mia, ma ormai fuori dall'età dell'adolescenza, quella specie di lente che cambia l'intera percezione del mondo in una maniera mai più replicabile.

Spesso ho la tentazione di ritrovare quell'amica. L'ho già fatto un altro paio di volte, in passato, ma sono passati anni dall'ultima volta. So più o meno dove abita, so che cosa fa. Sarebbe bello rientrare nelle rispettive vite, sebbene a distanza (comunque, non una distanza incolmabile). Eppure sento una specie di timidezza che mi frena e mi impedisce di decidermi. Di certo la sicurezza che quella stagione è passata da anni, che nulla può essere ripetuto. Ma in fondo, ci possono essere altre infinite stagioni pronte per noi, che aspettano solo di sentirsi dare il via.

Che faccio, vado?

martedì, febbraio 12, 2008

Re-arranged!

Una delle cose che adoro di mio marito è l'effetto ingranaggio che si innesca quando parliamo di qualcosa. Ingranaggio nel senso che i concetti espressi dall'una si incastrano mirabilmente con quelli espressi dall'altro, comprendendosi alla perfezione e trasformando tutte le conversazioni (o quasi) in delle sorte di partite a ping-pong perfettamente coordinate. Non importa se siamo d'accordo su un certo argomento, cioè se la pensiamo allo stesso modo, ma è bello sapere che non ci sono incomprensioni o equivoci, che ciascuno capisce perfettamente cosa l'altro intende dire.
Detto questo, ieri c'è stata una partita a ping-pong breve ed intensa, di quelle che portano subito a casa un bel risultato. Io pensavo così, tu cosa ne dici, ma sì, perché no, tu controlla i voli che io controllo gli alberghi, tu controlla i biglietti che io controllo il conto corrente, potremmo fare così, poi potremmo andare colà, organizzarci in questo modo, scegliere questi orari.
E voilà, siore e siori, il ponte del primo maggio è deciso. Londra dal giovedì alla domenica, per andare a vedere Re-arranged, ovvero il one-woman-show di Maria Friedman, e poi qualcos'altro ancora da scegliere... ma ovviamente siamo orientati su un bel Wicked (anche perché mica lo sappiamo fino a quando ci sarà la possibilità di vedere in scena Kerry Ellis) e, se per allora sarà in zone non troppo remote, sul tour di Godspell (perché non vediamo Tiffany da tanto di quel tempo).
L'idea dello show di Maria Friedman, in particolare, mi esalta. L'ho vista in scena solo tre volte in vita mia: una volta nella versione concerto di Follies, dove interpretava Sally Durant, e le altre due in quel polpettone atomico che era The Woman in White... polpettone che riusciva a stare in piedi solo grazie alla Friedman stessa, una che ti fa tornare a sorbirti anche le nenie di Webber meno riuscite in nome della sua voce e della sua recitazione, una che nella scena del ritrovamento della sorella nell'ospedale psichiatrico fa commuovere fino alle budella anche i cuori di pietra come me. E poi, il solo fatto che sia bruttina e tracagnotta, per me è un inno alla meritocrazia teatrale: questa è una che muove le folle SOLO in virtù del suo talento e della sua voce!
Inizio pure ad avere voglia di tornarci, a Londra. Ormai è un po' che non ci vado, per tante ragioni. Ma sì, quattro giorni di pace solo per noi, il Ghigo ed io ce li meritiamo.

Il totem decapitato

Essere a casa con l'influenza ha un sacco di conseguenze negative, ma almeno una positiva: un po' di tempo libero in più. Ne approfitto per buttare giù al volo questo post dedicato a Francesco, in cui faccio riaffiorare dagli abissi della sua memoria la saga disneyana del totem decapitato... era una storia in una decina di puntate, nelle quali tutti i protagonisti dell'universo Disney (sia topi che paperi) si mettevano a indagare sul misterioso contenuto di un totem indiano. Non ricordo tutti gli autori coinvolti, ma di sicuro c'erano Carpi e Cavazzano. All'inizio era stata stampata su Topolino, una storia alla volta, in seguito venne raccolta in un volume della collana Grandi Classici Disney. Bei tempi...

lunedì, febbraio 11, 2008

No, vabbè... ci rinuncio!

Avete presente quando, due o tre giorni fa, dicevo che ero un po' giù perché avevo subìto una specie di ingiustizia?
Le cose non sono cambiate da allora, ma di certo io le ho razionalizzate. Dopotutto, è quello che faccio sempre. In fondo la mia laurea è in filosofia, mica in giurisprudenza!

Il casus belli è che qualcuno ha messo una sua questione personale davanti a una mia questione professionale e intende pertanto obbligarmi, usando fino in fondo l'autorità che è cosciente di avere su di me, ad agire in un certo modo tale da salvaguardare la sua questione personale, a totale discapito della mia questione professionale.
Come nel 90% dei casi della vita, in fondo è una questione di priorità darwiniana: "io vengo prima di te (anche se, trattandosi anche di questioni di lavoro, non avrei il diritto di scavalcarti in questo modo)". Lo facciamo tutti, a fasi alterne. Siamo sempre tutti capaci di anteporre il nostro bene a quello altrui, specie quando ci facciamo l'idea che l'esigenza altrui non sia certo questione di vita o di morte, mentre la nostra sì.
A dirla tutta, è vero. La mia questione professionale ha una certa importanza, ma non avviene la fine del mondo se non la curo. La sua questione personale è invece estremamente importante e delicata. Quindi, in termini di priorità, non posso negare l'esistenza di una gerarchia fra le due cose.

Allora, che cos'è a darmi fastidio?
Primo, mi dà fastidio che probabilmente la persona in questione nemmeno si è resa conto di aver operato questa sorta di prepotenza. Ho avuto la sensazione che abbia deciso le cose come se il tutto le fosse semplicemente dovuto, come se fosse scontato che io avrei dovuto fare a modo suo.
Secondo, mi dà fastidio che non abbia lasciato alcun margine di contrattazione, in sostanza che mi abbia impartito degli ordini senza nemmeno tentare di vedere se c'era almeno, che so, la possibilità di un compromesso.
Terzo, mi dà fastidio che questa persona, ammesso e non concesso che si sia resa conto del numero che mi stava combinando, non abbia nemmeno accennato una vaga scusa, un'ammissione di responsabilità, nulla del genere. Sarebbe bastato che mi dicesse qualcosa del tipo: "Lo so che sto anteponendo i miei casini a tutto il resto, lo so che questo a volte è ingiusto e ti ferisce, ne sono spiacente e ti prego solo di avere pazienza e di volermi bene lo stesso". Ecco, a questo punto io non avrei avuto più niente da dire, ma proprio niente.

Insomma, tagliando corto, è il mio amor proprio ad esserci rimasto male. Ho rimuginato su questa cosa a lungo e ho pensato che, una volta leccate le ferite (e non solo le mie, perché temo di avere a mia volta inferto qualche colpetto, in reazione a quelli che mi arrivavano), se davvero vogliamo venire a capo della cosa e mettere tutti i pezzi al loro posto, in modo da ripartire per benino e senza strascichi (nel lavoro e nella vita), bisogna pur riprendere il discorso, senza timore di screzi o imbarazzi. Non sopporto le robe a metà, i chiarimenti mancati, le discussioni incompiute (soprattutto quando ho la certezza che ci siano affetto e maturità sufficienti, sia da una parte che dall'altra, per arrivare in fondo nel migliore dei modi).
Così, quando stasera la famosa persona mi ha dato un colpo di telefono, fra le varie cose ho accennato anche un "beh, poi abbiamo un discorso in sospeso... alla prima occasione ne parliamo un attimo".
Risposta: "Eh? Quale discorso?"



Com'è che dicevo, poco fa? Mi dà fastidio che probabilmente la persona in questione nemmeno si è resa conto, ecc ecc. Roba da pazzi! No, basta, ci rinuncio, a volte far filtrare certe cose nei neuroni altrui è un'impresa troppo irrealizzabile.

Non è vero. In realtà non ci rinuncio... mai e poi mai.
Eppure, sento un pelino di stanchezza e rassegnazione farsi strada fra i miei, di neuroni... :-(

Quanto m'attizza 'st'omo

Sono anni che non mi affeziono ad alcuna serie televisiva... credo dai tempi della terza stagione di Buffy. Ultimamente, però, mi diverto molto a guardare N.C.I.S., nelle varie incarnazioni e stagioni su Fox Crime, RaiDue e via discorrendo. Al momento, sto aspettando che gli episodi di RaiDue si ricongiungano al punto in cui erano rimasti in sospeso qualche mese fa, e portino finalmente avanti la trama.
Poco ma sicuro, a divertirmi tanto sono i personaggi un po' pazzoidi (tanto di cappello a chi li ha creati, in primis la scienziata dark-gothic), ma non guasta nemmeno il fatto che l'attore protagonista della situazione, tale Mark Harmon, sia esattamente il mio genere di bellezza maschile matura (mentre il John Barrowman dei tempi d'oro è il genere "non maturo"). Così mi siedo a guardare le puntate, e rimango con un bel sorrisetto ebete fino alla sigla di coda.
Mio marito sopporta in silenzio. E programma vacanze londinesi per andare a vedere la sua/mia attrice di teatro preferita, ma questo è un altro discorso...

domenica, febbraio 10, 2008

Influenza pure io!

Volevo ben dire di essere l'unica ad avere l'esclusiva di salvarsi dall'influenza, tzè. E quindi, weekend con febbre, tosse, raffreddore e mal di gola, olè, tutto il repertorio!
Il che, ovviamente, non significa che non abbia dovuto lavorare almeno un po'... anzi, oggi parecchio... peraltro con risultati scarsini, appunto causa rincretinimento da influenza, sicché dovrò riprendere e rivedere il tutto nei prossimi giorni, febbre o non febbre. Che entusiasmo che c'ho.
Se rinasco, mi faccio raccomandare a un concorso pubblico per un posto in anagrafe, e appena mi viene mezza lineetta di febbre mi metto in malattia come tutti i fantozzi che si rispettino!!!
...
...
...
Ma per carità.

venerdì, febbraio 08, 2008

Maybe next year



"To flirt with rescue when one has no intention of being saved"...
La settimana scorsa mi era capitato di rivedere alcune sequenze dallo spettacolo Hey Mr Producer!, e mi ero confermata l'idea che ci sono ottimi motivi per cui Judy Dench è considerata una grandissima attrice, ma non una grandissima cantante.
Ci sono peraltro canzoni di cui anche una voce non eccelsa può dare un'interpretazione straordinaria, se la accompagna con una recitazione come si deve.
Risultato: Judy Dench che canta "Send in the Clowns" è una roba da pelle d'oca.
Le sensazioni che riesce a indurre con questa sua interpretazione (dovute naturalmente anche all'orchestra, all'arrangiamento, all'atmosfera, eccetera) sono così intense che a volte riescono a farmi piangere, pur essendo cosa nota che io non sono una facile alla commozione "da teatro", o quantomeno non nelle scene e nelle situazioni in cui la maggior parte del pubblico ci casca in automatico (ebbene sì, il mio cuore di pietra non si strugge MAI di lacrime quando Eponine muore fra le braccia di Marius in Les Miserables).
Oggi, per ragioni che non vale la pena raccontare, ho provato "in diretta" sensazioni molto simili a quelle evocate da "Send in the Clowns". Un certo senso di rassegnazione, di ingiustizia subìta, di delusione, di accettazione di un torto che non c'è modo di raddrizzare. Un coacervo di questioni che non sarà nemmeno possibile affrontare (e quindi almeno in parte sciogliere) nell'immediato. Maybe next year...
Insomma è stata una mezz'ora brutta, che ha influito sul resto della giornata. E siccome a volte mi concedo un po' di sano vittimismo, ecco che in testa a questo post ho inserito la rappresentazione ideale di quello che ho provato. Sperando che stasera il mio umore si raddrizzi almeno un po', e in effetti ho ragione di pensare che possa succedere. Hop! Forza e coraggio, via.

Non più sola

Stamattina mi è capitata una cosa bella. :-)

Negli ultimi tempi... diciamo negli ultimi tre o quattro mesi... rispetto a una certa cosa, mi sono spesso sentita un po' sola e abbandonata, quando non anche incompresa e criticata. Senza voler fare del vittimismo, per carità, ma di riffa o di raffa questa era la sensazione che mi portavo dietro.
Non capivo (e tuttora non capisco) come potessi io essere l'unica, in un certo giro di persone, che si ponesse un certo problema in termini un minimo approfonditi, un minimo impegnativi, un minimo slegati dall'ottica del comune sentire - che in certi casi, io credo, va abbandonato senza troppi scrupoli.
Però sono andata avanti, seppure fra mille dubbi ed esitazioni, provandole tutte per fare del mio meglio e per scrollarmi di dosso questa sensazione - appunto - di abbandono e di essere almeno in parte "incompresa".

E stamattina, che succede?
Che mi arriva un SMS da una persona che conosco e che stimo, ma con cui non ho rapporti particolarmente confidenziali, la quale mi propone di vederci una sera per affrontare insieme una parte di quel problema, proprio quello a proposito del quale mi sentivo abbandonata a me stessa.

Che sensazione inebriante. Non sono più l'unica! Non sono più quella che tutti guardano con sospetto misto a preoccupazione. Almeno un'altra persona, dico una, si sta ponendo davanti alla questione con un atteggiamento anche solo vagamente simile al mio, cercando di andare OLTRE il semplice prendere atto, cercando di migliorare se stessa e le proprie conoscenze allo scopo di rendersi utile, cercando di capire di più, di imparare, di approfondire.
E' grandioso. Mi viene da saltellare di gioia. Non sono più sola. ^__^

mercoledì, febbraio 06, 2008

Iokanaan ed io

Parte tutto da una tradizionale catena di pensieri alla Joyce, ovvero da un banalissimo flusso di coscienza fra i più quotidiani.

Nel caso specifico: vado a tenere una specie di conferenza, parlo di fumetti, torno a casa contenta, ripenso ad alcune parti della specie di conferenza, penso a titoli e autori di cui non ho parlato perché mi è mancato il tempo, penso a personaggi nati diversi anni fa sui quali avevo svolto i primi esercizi di analisi del testo, penso allo sceneggiatore secondo me più bravo su quel personaggio, penso alla storia che più mi aveva colpito di quello sceneggiatore, mi viene in mente una citazione che compariva in quella storia, vado a scovare una versione un pochino più lunga della citazione, e infine mi rendo conto che quella citazione ha parecchio a che vedere con sentimenti e scossoni dell'animo che all'epoca mi erano abbastanza ignoti, mentre ora li percepisco in maniera ben più penetrante.

Ah! Io ho baciato la tua bocca, Iokanaan, io ho baciato la tua bocca. C'era un acre sapore sulle tue labbra. Era il sapore del sangue?... Ma era forse il sapore dell'amore. Dicono che l'amore ha un acre sapore... Ma cosa importa? Cosa importa? Io ho baciato la tua bocca, Iokanaan, io ho baciato la tua bocca.

Cavolo. Con tutto che sono passati degli anni, mi fa rabbrividire oggi molto più di ieri.

lunedì, febbraio 04, 2008

Le origini di una passione - 1

Le operazioni di packaging domestico stanno lentamente procedendo e mi hanno condotta a tirare fuori reperti "storici" su cui da tempo non posavo gli occhi. Fra di essi, alcuni hanno spalancato un abisso di ricordi e mi hanno portata a individuare alcuni "momenti chiave" nella formazione dei miei gusti, buoni o cattivi che essi siano. Insomma le prime letture che, insieme ai primi programmi televisivi, hanno contribuito a farmi diventare la persona (nel bene e nel male) che sono oggi.
Il mio primo fumetto Disney, sinceramente non me lo ricordo. Ma il primo fumetto Disney di cui mi sono completamente innamorata e che ho letto e riletto dozzine di volte, quello sì. Eccolo: Storia e gloria della dinastia dei paperi... una serie di avventure ambientate in epoche storiche diverse, che raccontavano le vicende degli antenati di Paperino & company. Lo addocchiai in casa della mia insegnante d'inglese (perché le brave bambine figlie di papà vanno a studiare inglese da un'insegnante madrelingua già durante le elementari... ), doveva essere di suo figlio Andy. Lo chiesi in prestito promettendo di riportarlo la settimana dopo. E così passai la settimana a leggere e rileggere quel volumetto. Erano avventure appassionanti e c'erano battute che mi facevano ribaltare dalle risate.
Paperone, parlando degli antenati: «La nostra dinastia risale all'antico Egitto. Allora eravamo faraoni, poi divenimmo galli, e infine paperi!»
Gamba il Gladiatore (antenato di Gambadilegno), parlando del locandiere Petronius Paperonius (antenato di Paperone): «Non c'è un tirchio più taccagno di lui! Vende il peggior vino al prezzo più caro! Non fa credito... e da quando smercia abbacchi al forno, non si trova più un gatto in tutta Roma!»
[Inciso: la seconda è una battuta che, al giorno d'oggi, la Disney mica lascia più pubblicare; siamo nell'era del politically correct, no?]
Comunque, col cavolo che riportai indietro il volume (perché le brave bambine figlie di papà, in realtà non sono brave per niente)... e la mia insegnante, o se ne dimenticò, o finse di dimenticarsene.
Anni dopo, quando lo studio dei fumetti iniziò a divenire la mia professione, scoprii che gli autori di quella saga erano pezzi da novanta come Guido Martina, Giovan Battista Carpi e Romano Scarpa. Ci credo che mi avevano stregata...

domenica, febbraio 03, 2008

Le conclusioni di un weekend

In ordine sparso...

- Ogni scelta ha delle conseguenze.

- Quando le difese sono abbassate, è più facile farsi male. NON il contrario.

- Anche i luoghi che amiamo di più hanno bisogno dello spirito giusto per essere visitati.

- Certi uomini non sono cattivi, ma hanno una innata coglioneria che li rende capaci di ferire.

- "Non voler essere di peso" è un'ottima intenzione di cui sono lastricati interi cavalcavia all'inferno.

- "Famiglia" è un concetto che non ha nulla a che vedere con il sangue o con le promesse, ma solo con l'amore in tutte le sue forme.

- Io prometto di stare attenta a non trascurare certe priorità.

- Tu prometti di non dimenticare il mio concetto di "famiglia".

sabato, febbraio 02, 2008

"La città vecchia" by De André - Follini

Chi segue i link della colonna qui a destra avrà già visto, nei mesi scorsi, le tavole disegnate da Francesca Follini e ispirate alla canzone "La città vecchia" di Fabrizio De André, ma volevo segnalare che la storia completa è ora disponibile per essere scaricata gratuitamente dal sito di ComicUS (sezione Alien Press). Giusto nel caso che a qualcuno sia sfuggito questo gioiellino.

E quattro, e cinque!

Due ulteriori recensioni per il mio libro.
Una è stata scritta da Fabio Licari (avete presente? quello che ha mirabilmente curato i volumi dell'Uomo Ragno allegati alla Gazzetta dello Sport), nell'ambito della rubrica "Il Podio" che lui cura in totale autonomia e indipendenza (questo ci tengo a dirlo) per la rivista Fumo di China nella cui redazione anche io lavoro. Avere conquistato un "podio" mi inorgoglisce, anche perché, come sempre, non ho detto mezza parola in merito, me ne sono rimasta rigorosamente in silenzio, ben defilata.
L'altra recensione è stata scritta qualche mese fa sul blog dello Storione Saggio e mi porta a stimare il suo autore, che non conosco, perché rivolge una critica sensata all'ultimo capitolo del mio "pargoletto" e in questo modo mi ha dato da riflettere e da riconoscere alcuni limiti del libro. Da tenere presente la prossima volta che mi darò alla stesura di un testo.

venerdì, febbraio 01, 2008

Costrizioni linguistiche

E figuriamoci se prima o poi qualcuno non finiva per esagerare. Adesso pare che nelle scuole inglesi uno non possa più dire "mamma" o "papà" perché è una distinzione che può essere associata all'omofobia. Bisogna dire "genitore". Qui la notizia più in dettaglio.

Io, citando una vecchia battuta dell'immortale Drive In, azzarderei un: "Ammè... ma pare 'na strunzata".
Primo, perché qui ci si pone un problema di omofobia ma si sta cadendo nel politically correct più artificioso e qualunquista, pronto a sfociare (di 'sto passo) nell'eterofobia, e allora siamo punto e accapo.
Secondo, perché cercare di imporre barriere a una cosa duttile e scivolosa come il linguaggio naturale, è semplicemente ridicolo. Le costrizioni linguistiche non funzionano, non hanno mai funzionato. L'esperanto è nato morto perchè era artificiale, perché i linguaggi naturali, quelli veri, funzionano per evoluzione, per contaminazioni, per dinamiche sociali spontanee, non imposte.

Oh, poi sia chiaro: l'omofobia è bandita da questa casa, e se qualcuno insulta o schernisce un gay, mi viene subito la bile viola. Ma non è che, se certi vocaboli possono (talvolta - in certi casi - da certe persone) essere usati come insulti, allora in generale non vanno più pronunciate. Voglio vedere chi può impedire a un ragazzino di chiamare "mamma" sua madre.

giovedì, gennaio 31, 2008

Buon vecchio Watzlavich

Quando andavo all'università e macinavo pile di libri una dietro l'altra, capitava che alcuni di quei libri non li comprassi, vuoi perchè costavano troppo, vuoi perché erano fuori catalogo, vuoi perché li trovavo in biblioteca o me li prestava qualcuno. Andò così con un volume intitolato Pragmatica della comunicazione umana (1967) di Paul Watzlavich e una pletora di altri autori. Me lo prestò una compagna di appartamento e poi, superato l'esame, glielo ridiedi indietro.
Ma era un gran bel libro, e ho sempre avuto una mezza intenzione di comprarmene una copia, anche se poi non l'ho mai fatto perché ho sempre dato la precedenza ad altri testi. Eppure, prima o poi, cascasse il mondo, una copia di quel libro finirà su uno scaffale di casa mia. Era scritto in maniera straordinariamente chiara e scorrevole, e metteva in luce una serie di dinamiche del linguaggio e della comunicazione che una volta lette sembravano l'uovo di Colombo, ma prima mi erano non dico ignote, ma non altrettanto chiare.

Quella fondamentale, che ritornava con una certa frequenza, era la tesi che nella maggior parte dei casi chi partecipa a una conversazione si dà un gran da fare non tanto per sviluppare gli argomenti e portare il discorso da qualche parte, ma per "affermare se stesso". Dare opinioni, ragionare insieme su una cosa, confrontare punti di vista, raccontare esperienze, anche il semplice chiacchierare, spesso e volentieri sono solo modi per attirare l'attenzione degli altri su di sé. L'esempio più tipico riportato da Watzlavich era quello delle persone che si incontrano nella sala d'aspetto del medico e iniziano a raccontarsi i rispettivi problemi di salute. Spesso diventa una gara a dire "Io ho avuto questo", "Pensi invece cosa è successo a me", "Ma voi non sapete cosa ho passato io"... uno squallido gioco al rialzo in cui la posta in gioco è l'attenzione su se stessi.

[Inciso numero 1: in fondo, basta saperlo. Anche i blog, alla fine, ricadono facilmente in questa dinamica. Sono "discussioni" a senso unico (a parte lo spazio per i commenti) e ci vuole poco a farli diventare esercizi onanistici di autoaffermazione. Io stessa in questo momento, sotto sotto, mi sto "vantando" con voi di avere studiato questo bel testo di Watzlavich. Io sì e voi no, trallallerollerollà. E un'altra parte di me si sta vantando di essere talmente consapevole e sincera da poter affermare che mi sto vantando. E così via. Ma se uno si incarta in questa infinita spirale, poi non parla più. Quindi andiamo avanti.]

C'è un altro testo, che ho letto parecchi anni fa e che mi è tornato in mano nei giorni scorsi. Mi vergogno un po' a rivelarne il titolo perché ha un sapore da cretinata new age che è parecchio fuorviante... ad ogni modo, mi riferisco a Vivere, amare, capirsi di Leo Buscaglia (1982). Si tratta di una raccolta di conferenze tenute negli anni da questo strano soggetto che si definiva "professore in amore" ed era in sostanza un sociologo con grandi doti comunicative, molte esperienze da condividere, e infine un carattere ottimista ed estroverso. Non è uno di quei libri che invitano all'autoaffermazione di sé (quelli che hanno titoli come Prendi la vita nelle tue mani o Fai vedere al mondo chi sei, roba del genere), ma piuttosto ad un'interazione molto attiva, intensa e affettuosa fra se stessi e gli altri; una vita di relazione che costruisca un delicato equilibrio fra le esigenze proprie e quelle altrui.

Ovviamente ci sono pagine più o meno convincenti, righe che restano impresse a lungo e altre ben più facili da dimenticare. Queste sono, a mio avviso, fra le più interessanti:

A me toccò uno degli ultimi turni. Eravamo soli nella stanza, io e mia madre. All'improvviso lei aprì gli occhi. Aveva occhi grandissimi, scuri, meravigliosi. Un attimo prima avevo pensato: «Mi mancherà moltissimo. Era una grande donna, stavamo così bene insieme, e lei aveva sempre un sorriso e un cioccolatino per me. E mi mancherà il suo aglio». Avete notato che dicevo sempre me? «Io farò questo, e mi mancherà quest'altro, e non mi lasciare!»

Questa settimana è venuta nel mio ufficio una ragazza, e per quasi un'ora è rimasta lì a parlare di «me, me, me!». Ecco una delle sue frasi: «Non sono sicura di sapere che cosa voglio dalla vita». E alla fine, questo vostro buon vecchio consulente ha urlato: «Cosa diavolo dà lei alla vita?». Ogni giorno prendete qualcosa dalla terra, prendete qualcosa dall'aria, prendete qualcosa dalla bellezza... che cosa date in cambio? Non pensiamo di dare qualcosa in cambio, vero?

In fondo, non è che un invito a sforzarsi di superare l'abitudine dell'autoaffermazione postulata da Watzlavich nel suo libro.

[Inciso numero 2: "postulata". Visto quanto sono colta? visto che belle parole so usare? visto come sono pronta ad ammettere che me la sto tirando? visto come sono brava, dal momento che sono pronta ad ammetterlo? e l'infinita spirale ricomincia...]

A volte riesco a farci caso, a quando le conversazioni prendono la "piega Watzlavich" e quando invece innescano un meccanismo disinteressato di costruzione di un ragionamento, comparazione di punti di vista, condivisione di pensiero. Ebbene sì, può capitare. Rendersi conto di quando accade è sempre una piccola ma gustosa epifania che arriva inaspettata e lascia a lungo un buon sapore sulla punta della lingua. Mi è capitato anche un paio di domeniche fa e ci ripenso ancora con soddisfazione.

Andando ancora più in fondo, quei brani di Buscaglia mi riportano con la memoria a quell'accidente di brano di Vangelo che avevo citato qui e che, nonostante la mia lontananza dalla fede cattolica, continua a sembrarmi l'esemplificazione più evidente e forte del desiderio di andare OLTRE l'abitudine, OLTRE il desiderio di ottenere attenzione, OLTRE il comune arrendersi all'egocentrismo.

Poi, per carità, nessun uomo è un'isola, e il desiderio di essere amati e apprezzati dal prossimo ha radici profonde e non immotivate. Ma riuscire, anche una sola volta in più al giorno, a guardarlo, il prossimo, invece che a cercare di farsi guardare da lui, non sarebbe malaccio. Certo però, che fatica.

lunedì, gennaio 28, 2008

Ordinarie follie lavorative

Piccola epopea della durata complessiva di 24 ore.

Ieri (domenica), intorno alle cinque e mezza, la Grande Capessa mi dice: «Bisogna presentare un elenco di proposte e relativi costi al committente Pinco Pallo, che ci ha chiesto delle ipotesi di attività estive nella sua struttura. Io mi sono consultata con Scooter-Man e con Caos Incarnato, e abbiamo pensato a un tot di possibilità...»
Io: «Sì, ho capito, era quella lista che Scooter-Man mi ha spedito per email l'altro ieri».
Grande Capessa: «Ah bene, te l'ha mandata. Non ce l'hai qui con te?»
Io: «Non avevo idea che dovessimo lavorarci oggi».
Grande Capessa: «Va bè, pazienza, comunque ti ricapitolo io le cose fondamentali: questo, quello, quest'altro e quell'altro. Si tratta solo di fare un bel file con descrizioni, costi, dettagli, eccetera. Ci pensi tu, vero? Poi lo mandi a Caos Incarnato, che ha tutti i contatti, così lui li gira al committente.»
Io: «Scadenza?»
Grande Capessa, arrossendo: «Domani.»
Io, fulminandola: «Come, domani?!?»
Grande Capessa: «Eh, sì, loro ci hanno chiesto tutto entro domani...»
Io: «Ovvero, tradotto, devo lavorarci stanotte.»
Grande Capessa tira fuori gli occhioni luccicosi e supplichevoli, perché 'st'animala LO SA che mi frega come vuole. E infatti.
Io: «E va bene, e va bene! Tiro fuori i vecchi preventivi di Tizio e Caio, ci aggiungo le vecchie proposte che avevamo mandato a Sempronio, faccio un po' di taglia e incolla, e aggiusto le cifre. Ovviamente le aggiusto al rialzo, niente preventivi da fame, stavolta!»
Grande Capessa: «Guarda, le cifre io nemmeno le voglio vedere, decidetele tu e Caos Incarnato, così io non corro il rischio di scombinare i conti.»
Io: «Affare fatto.»

Dopo aver viscidamente barattato il lavoro notturno con la promessa che martedì ci rivedremo per gestire un'altra questione (sempre di lavoro) che Grande Capessa non ha voglia di guardare nemmeno col binocolo, vado a casa e, dopo cena, mi metto al lavoro. Tiro fuori diversi file vecchi, li monto e smonto, una ritoccatina qui e una lì, finché arrivo a un punto morto. Non posso proseguire perché, nella lista inviatami da Scooter-Man, ci sono delle cose che Grande Capessa non mi ha citato. Quindi, o non me le ha citate perché se le è dimenticate, o perché non le ritiene adatte alla struttura a cui è rivolto il preventivo.
Guardo l'orologio: le dieci e quaranta. Un po' tardino per telefonarle, rischio che sia già andata a dormire. Cioè: è improbabile, ma non impossibile. Così opto per un SMS, che recita: "Se sei ancora sveglia, puoi chiamarmi? Grazie."
Niente telefonata. O dorme, o non ha visto il messaggio. Comunque sia, bisognerà riprendere il discorso domani. Salvo il file e glielo spedisco per email, giusto così per scrupolo, scrivendole dove mi sono inceppata. Poi abbandono il computer, sistemo alcune cose in casa (ebbene sì, sto proseguendo con il packaging di cui vi parlavo qualche post fa) e poi, intorno a mezzanotte e mezza, il Ghigo ed io ci dirigiamo a letto, intenzionati a dormire come due sassi: io perché so che mi aspetta una giornata pesante, lui idem (con l'aggravante che deve svegliarsi alle cinque e mezza per una trasferta).
All'una meno dieci, quando iniziavo a scivolare tra le braccia di Morfeo, suona il mio cellulare e poco ci manca mi venga un attacco di cuore (io ho il sonno MOLTO leggero, basta una zanzara e salto come una cavalletta, e non starò a dirvi cosa riesco a combinare quando ho degli incubi dai quali mi sveglio all'improvviso).
Passato l'attimo di panico, allungo il braccio sul comodino senza nemmeno guardare chi è, perché tanto avevo già capito.
Io: «Pronto...?»
Grande Capessa, allarmatissima: «Che cosa è successo?!?!?!?»

Adesso. Va bene che, fra tutte e due, non si sa chi è stata più sfigata negli ultimi mesi, e non si contano le volte che abbiamo dovuto telefonarci o messaggiarci per avere/dare sostegno o per correre (a volte letteralmente) l'una dall'altra. Ma se fosse successo qualcosa di grave, magari le avrei telefonato, o sarei stata più chiara nel mio SMS. Mi scappa una risata.
Io: «Ma niente... era per una cosa di lavoro... quella roba che mi hai chiesto oggi...»
Grande Capessa: «Aaah! Perché io il messaggio l'ho letto solo adesso... in effetti ero un po' indecisa se chiamarti, a quest'ora, però per sicurezza...»
Io (cercando di tagliare corto per non svegliare ulteriormente il Ghigo): «Tranquilla. Ti ho mandato tutto via mail, quindi scarica la posta e poi mi farai sapere.»
Grande Capessa: «Va bene anche domattina, no? Così non sto a riaccendere il computer. Dài, domattina ci guardo e poi ti chiamo.»
Io PENSO: Non è vero. Domattina sei incasinata come poche mattine al mondo, quindi non avrai mai il tempo di guardarci, quindi non mi farai sapere niente, quindi io rimarrò incagliata e dovrò rincorrerti tutto il giorno in mezzo ai tuoi appuntamenti, incontri, conferenze, riunioni, consigli di amministrazione e il cielo sa cos'altro. Però lo so che in questo momento sei troppo rincoglionita per riuscire a lavorare.
Quindi mento e DICO: «Sì, anche domattina. Aspetto tue notizie. 'notte, capo...»
Grande Capessa: «'notte... e scusa... 'notte...»
Il Ghigo si gira e bofonchia: «Tutto okay?»
Io: «Sì... un equivoco su un SMS...»
Ghigo: «Ma era davvero il capo?»
Io: «Ehm, sì... io avevo mandato un SMS due ore fa, ma lei l'ha letto adesso e...»
Ghigo (ridacchiando e tirandosi le coperte sul naso): «No, fa lo stesso... non lo voglio sapere...»
Io (ridacchiando): «Dài... lo sai com'è il mio capo.»
Ghigo: «Poveri noi...»

Ovviamente il giorno dopo (cioè oggi), nessuna notizia. Procedo comunque e penso di chiedere aiuto a Caos Incarnato. Inizia così un carteggio email di domande, risposte, suggerimenti e opinioni, che in effetti contribuisce a dare forma al file dei preventivi.
Resta però un interrogativo grosso, e cioè che, tra le voci non elencate dalla Grande Capessa, ma presenti nell'elenco di Scooter-Man, ci sono due concerti, di due gruppi musicali, che non ho idea se vadano inseriti o meno, e, nel caso, quanto costino.
Caos Incarnato parte deciso: «Sì sì, io dico che vanno benissimo, mettili nel file.»
Io: «Va bene, li metto, ma tu sai quanto ci costano? Trasporto e vitto lo so perché una volta me ne sono già occupata, ma il cachet non lo conosco.»
Caos Incarnato: «A me il loro Capoccia 1 aveva detto gratis.»
Io: «Ma quando? Perché a me la loro Capoccia 2 aveva detto che per noi avevano suonato gratis in virtù di un rapporto di lunga data... però credo che in via normale, per altri committenti, vogliano dei soldi... anche se poi probabilmente, conoscendoli, danno tutto in beneficenza o qualcosa del genere...»
Caos Incarnato: «Boh, a me avevano detto gratis.»

Molto perplessa, mando una mail a Capoccia 2 per chiedere lumi. Nel frattempo, miracolosamente, Grande Capessa chiama. Ovviamente la famosa mail non l'ha vista, ma posso almeno riepilogare le lacune e ottenere alcune informazioni utili.
Io: «E i concerti dei due gruppi li metto?»
Grande Capessa: «Nooo, quelli no... in quel posto non ce li vedo...»
Io: «Guarda che Caos Incarnato sembrava convinto che fossero adatti.»
Grande Capessa: «Ma sei sicura?»
Io: «Amore bello, sì che sono sicura, è tutto il giorno che ne parliamo!»
Grande Capessa: «Allora va bene, inserisci pure.»
Io: «Ma tu sai quanto costano?»
Grande Capessa: «Ah, no... quella volta avevano fatto tutto gratis...»
Io: «Eh. Quella volta. Ma qui è un discorso diverso. Io ho chiesto alla loro responsabile, ma non so se mi manda una risposta entro oggi.»
Grande Capessa: «Allora fai così... li inserisci, ma scrivi che siamo in attesa di preventivo aggornato al 2008, se no rischiamo di dire qualche stupidata.»

Metto giù il telefono, avviso Caos Incarnato.
Lui commenta: «Ma come? Glielo avevo detto da subito, che secondo me era il posto giusto per quei due concerti, lo sapeva benissimo!»
Io: «Ah ragà, basta che vi mettiate d'accordo, va bene? Io 'sto cazzo di file ve lo scrivo, ma almeno che non mi diciate due cose diverse!»
Un minuto dopo, arriva la risposta da Capoccia 2. Cachet del primo gruppo, 4.000 euro. Cachet del secondo gruppo, 2.000 euro.
Non so a voi, ma a me sembra parecchio diverso da "gratis".
Aggiorno il file e scrivo "in attesa di preventivo 2008", sperando che ci siano margini di contrattazione. Se poi non ci saranno, niente gruppi musicali e pazienza, mica muore nessuno. Apporto le ultime modifiche al file, provvedo a qualche ritocco, finalmente lo spedisco a Caos Incarnato dicendogli che è completo, che per favore lo rilegga e corregga eventuali errori, e che se vuole può anche ritoccare i prezzi purché NON al ribasso. Consentiti solo rialzi.

Trenta secondi dopo che ho spedito il file, ma più probabilmente nemmeno trenta secondi dopo, la mia adorata micina nera Morgana, che stava pisolando sul monitor, si alza e inizia ad avere dei conati di vomito (è delicata di stomaco, le càpita con una certa frequenza). In tre salti arrivo in cucina e prendo il rotolo della carta assorbente, torno nello studio e cosa trovo?
Lei ha vomitato solo un po' di succhi gastrici misti a pelo, e ha il musino inebetito di quando le succede questa cosa.
Il monitor è NERO. La lucina verde diventa arancione e inizia a lampeggiare.
Tracce di succhi gastrici sono evidentemente presenti sopra la grata del monitor.
Se ne deduce che i suddetti succhi gastrici sono colati DENTRO il monitor e lo hanno fritto.

Era già successo un'altra volta in passato, ma il monitor (dopo qualche strano lampo e un po' di sfrigolìo condito da puzza di bruciato) si era ripreso in fretta. Stavolta, è inequivocabilmente cadavere.

Ringrazio il cielo di avere spedito il maledetto file PRIMA che avvenisse il disastro, e guardo l'orologio. Le cinque e mezza. Esattamente 24 ore dopo che Grande Capessa aveva esordito con «Bisogna presentare un elenco di proposte e relativi costi...».
Facendo un bilancio, mi ritrovo con:
- una giornata passata a compilare UN solo, maledetto file (oltre che a curare alcune inderogabili commissioni fuori casa);
- un attacco di cuore da telefonata notturna;
- una serie di altri lavori rimasti al palo, che dovrò concentrare nelle prossime 36 ore senza avere nessuna pietà di me stessa;
- un monitor fritto.

Ed è solo lunedì...

Bigotti senza confini...

Apprendo dal blog di un'amica (ciao Maggie!) e segnalo a mia volta la petizione online per la raccolta di firme contro la decisione delle autorità iraniane di condannare a morte due ragazzi colpevoli del gravissimo reato di essere gay. Evviva i fondamentalisti e i bigotti di ogni credo, razza e religione! Ma si lavassero gli zebedei nell'acido muriatico, 'sti stronzi.
Qui c'è un articolo che racconta la vicenda, e qui la petizione.

sabato, gennaio 26, 2008

Mastelcard

Esiste già da qualche mese ma io l'ho scoperta solo oggi e me ne dolgo.
Il blog dementemastella, che contiene una serie di articoli e commenti su Voi-Sapete-Chi, ha lanciato la Mastelcard (di cui ovviamente reclamizza tutti gli usi più evidenti e fantasiosi).
La voglio!

Packaging

Sono a casa con l'influenza e quindi, sentendomi troppo incucalita per affrontare con profitto gli impegni di lavoro, ho deciso di dedicarmi finalmente a un'operazione che da troppo tempo procrastinavo: uno straccio di riordino della casa.
E intendo proprio di tutta la casa: studio, due camere da letto, salotto e sgabuzzino. Diciamo che non riorganizzo il bagno e la cucina solo perché non sono capace di estirpare i sanitari e i pensili dal loro posto e metterli dove mi piacerebbe di più.

Il riordino avviene "a cascata". Se libero un paio di ripiani nello studio, posso ottenere dello spazio dove collocare i lavori in corso (fogli, fotocopie, depliant, disegni, CD, lettere). Se colloco nello studio i lavori in corso, significa che posso toglierli dal salotto, dove occupano indebitamente quasi tutto il tavolo. Se libero il tavolo del salotto, posso usarlo per stenderci sopra, misurare e catalogare una serie di poster cinematografici che devo decidermi a vendere o regalare. Se metto sul tavolo del salotto i poster (e poi li porto giù in garage insieme agli altri), significa che posso toglierli dallo sgabuzzino, dove andranno a finire cinque o sei paia di scarpe al momento buttate alla rinfusa in un angolo della camera da letto. Se libero altro posto nello sgabuzzino, significa poterci mettere alcune scatole piene di maglie e magliette rimaste a vegetare sul comò della camera da letto, il che significa poter archiviare anche altri capi d'abbigliamento che debordano dai cassetti e ridare un senso all'armadio. Se ridò un senso all'armadio della mia camera, posso ridare un senso anche all'armadio dell'altra camera, dove sono state buttate varie cose (arrivate da casa di mia suocera) che non abbiamo mai avuto il tempo di vagliare e selezionare. Se ridò un senso all'altra camera, potrò sia darle un aspetto decente per quando capita di avere ospiti, sia traslocarci ordinatamente alcune serie di fumetti dallo studio. E così si ritorna all'origine della cascata.

In realtà ci sarebbe anche da riparare la lavastoviglie (mio marito sostiene di saperlo fare, ma quando mai può avere la voglia di mettercisi? e lo capisco), appendere i porta-dvd prima che le cataste in salotto franino, archiviare definitivamente opere di gioventù a cui non ho il coraggio di dire addio, risistemare in cucina il televisore piccolo, inscatolare l'ultima annata completa di Autosprint, mettere le copertine a tutte le custodie dei dvd di musical, e più ci penso più me ne vengono in mente. Forse per la fine del 2009 ce la faccio.

Mezz'ora fa ho dato un colpo di telefono a mio marito e gli ho detto: «Seeeeenti... quando torni a casa, non è che passeresti al Castorama a comprare altre quattro di quelle staffe di metallo nere... sai quelle con cui abbiamo appeso i ripiani nello studio?»
Lui, con un filo di voce: «Oddio ti sei messa a sistemare casa...»

Comunque, nel frattempo, una grande lezione l'ho imparata. Mai, mai, dico MAI, parcheggiare "temporaneamente" intere borsate di adorati fumetti in uno sgabuzzino che viene assiduamente frequentato da una gatta di otto chili a pelo lungo. Adesso che finalmente quei fumetti hanno trovato un posto, perdono pelo come stessero facendo la muta. E vi assicuro, dare l'aspirapolvere ai fumetti ha un che di straniante e surreale. °__°

Tempo indeterminato, come no!

Qualche giorno fa, al supermercato, ho incontrato una mia conoscente che, dopo mezzo secondo, ha portato la conversazione sul suo argomento preferito: la ricerca di lavoro. Praticamente una geremiade interminabile su quanto è difficile trovare lavoro, sui problemi del precariato, sulle continue ricerche, eccetera.
Il tutto sarebbe non solo comprensibile, ma anche più che condivisibile, se non provenisse da una persona che per "lavoro" intende rigorosamente non più di otto ore al giorno, con contratto a tempo indeterminato, in regola sotto ogni punto di vista e con uno stipendio più che ragionevole.
Tutte cose simpatiche e, in teoria, dovute.
Sì. Bella, la teoria.
Guardacaso però ci troviamo in uno stato che è sempre in crisi, in un'epoca in cui dalla sera alla mattina le aziende nascono e crollano (incluse quelle che hanno la sede nei palazzi che vengono buttati giù a suon di aerei), in un mondo nel quale le borse vanno su e giù senza un senso facendo apparire e scomparire miliardi dall'ora di pranzo all'ora di cena, con un ente previdenziale pubblico che dopo decenni di amministrazione alla cazzo di cane non sa come fare a tappare i suoi buchi, figuriamoci a pagare le pensioni per decenni, e via dicendo.
Insomma, più passa il tempo, più il mito di quei bei lavori che "ti sistemano per la vita" si rivela per quello che è: un mito. Una cosa che poteva esistere in passato, ma difficilmente in futuro.
Ma supponiamo anche che uno ci creda, che ci siano persone meno disilluse di me, che ci siano ancora delle possibilità per chi ambisce a quel genere di traguardo.
Mentre aspetti di trovarlo o di conquistarlo, quel tipo di lavoro, che fai?
Risposta: cerchi una soluzione provvisoria (o più di una) che ti consenta di sbarcare il lunario, farti un'esperienza, ottenere contatti utili, imparare cose nuove, investire su te stesso e sulla tua formazione, rimediare referenze e tutto il possibile immaginabile. Ma se devi ottenere tutto questo, non è che quando l'orologio segna le cinque del pomeriggio fai come Fantozzi e corri verso la porta. Se hai un lavoro da terminare, lo termini. Se ne hai uno da consegnare il mattino dopo e sei in ritardo, piuttosto fai la notte in bianco ma lo consegni. Oppure non lo consegni perché comunque non ce l'hai fatta, nonostante la notte in bianco, e in questo caso te ne assumi la responsabilità, concedendoti il diritto di spiegare onestamente quali e quanti ostacoli ti hanno impedito di consegnarlo.
Non mi blocchi in chiacchiere al supermercato dicendo che l'ultimo posto che hai provato non ti convinceva perché l'orario era un po' pesantino. "Ah, come ti invidio, tu che fai le cose che ti piacciono". Ma credi che "le cose che mi piacciono" non siano spesso e volentieri sottopagate? Ma credi che io lavori solo le otto canoniche ore giornaliere? Ma credi che non ci sia un prezzo da pagare, per avere scelto la libertà al posto del timbro del cartellino? Ma se io ti dico che stasera dopo cena sto a casa perché devo lavorare, tu devi tirarmi fuori quella faccia come se avessi bestemmiato?
Ci sono prezzi da pagare anche per avere scelto il timbro del cartellino al posto della libertà, nessun dubbio. Non è che ci sia una via giusta, e una sbagliata. Quello che però mi irrita è la pretesa a tutti i costi. Accampare i diritti senza affrontare i doveri. Dire sempre "voglio avere questo" e mai "voglio dare quest'altro".
Che bello sarebbe se ci ispirassimo tutti quanti, almeno una volta nella vita, a uno come Churchill. Uno che si presentava al Parlamento inglese dicendo "non ho nulla da offrire se non sangue, fatica, lacrime e sudore". Inutile sperare che uno dei nostri politici possa mai mettere in pratica questo genere di atteggiamento, ma qui il problema sta più a fondo. Sta nel fatto che, alla fine, i politici sono lo specchio del loro popolo.

venerdì, gennaio 25, 2008

Finalmente in tivù!

Dal 7 gennaio è in onda su Cartoon Network la serie animata Zatch Bell... della quale un mio collega ed io curiamo traduzione e adattamento dei dialoghi! Ci sto lavorando da diversi mesi divertendomi un sacco, ma non potevo fare grande pubblicità per questioni di riservatezza dei committenti. Ora però la serie viene trasmessa, e nei titoli di coda compare il mio nome, quindi fine dei segreti!
Una scheda completa della serie e dello staff che ci ha lavorato si trova qui, e poi in giro per la rete si trovano articoli vari, schede personaggi e quant'altro, basta una ricerchina con Google.
Tanto per la cronaca, l'esclamazione "Yopopòi!", di cui avevo parlato tempo fa, è il grido tipico di un comprimario di Zatch, che appare in un solo episodio ma aveva suscitato tutta la mia simpatia. L'altro personaggio che mi fa impazzire è il cavallino Ponygon, che si esprime a base di un vocabolario composto solo da due parole: "meru" e "mei". Adorabile. ^___^

giovedì, gennaio 24, 2008

Notiziole

Post cumulativo per annotare alcune "piccolezze" degli ultimi giorni.

Caduto il governo, alleluja alleluja. Magari domani si inventano qualche stronzata tipo "Prodi 2 - governo di tecnici", ma almeno per oggi mi permetto un po' di buon umore! Da un certo punto di vista trovo delle affinità con l'antico ribaltone del '94, quando cadde il primo governo Berlusconi. Ma io dico: cosa ci si poteva mai aspettare da uno come Bossi? (e infatti non capisco il senso di ripigliarselo... vabbè, porta voti... in fondo è l'unico senso che conta). Ed ora: cosa ci si poteva mai aspettare da uno come Mastella? Vabbè che di soggetti opinabili ce ne sono a pacchi (Calderoli da una parte, Diliberto dall'altra, tanto per fare i due esempi a me più "cari")... facciamo in tempo a farne cadere un'altra dozzina, di governi. Io credo fermamente nel concetto di alternanza, su questo non ci piove, ma qui cosa alterniamo?!?
Cinismo a parte, non mi dilungo perché tante cose interessanti e condivisibili sono già state scritte nei giorni scorsi da altre persone più brave di me: ad esempio qui, poi qui e anche qui.

Oggi, durante una certa riunione in un certo ufficio di un certo ente pubblico, la responsabile dell'ente dice candidamente "Stiamo ripartendo proprio ora con il restyling del nostro sito. Lo rifacciamo tutto da capo, la nuova versione dovrebbe essere pronta per la fine del 2009". Poi vede le facce impietrite degli astanti (alcuni dei quali sono piccoli imprenditori nel settore dell'immagine e delle nuove tecnologie), si rende conto di quello che ha detto e ammette: "Lo so, a voi sembrano cose assurde, io me ne vergogno ma i nostri tempi sono questi". Stimo questa persona e ne apprezzo la sincerità, ma resto comunque impietrita. Se questo è il modo in cui vengono usati i soldi pubblici, torno a pensare che evadere il fisco sia cosa meritoria. Stessa minestra del fantomatico sito internet che doveva rilanciare il turismo italiano, quello che era stato proposto dal governo Berlusconi, e poi in teoria portato avanti da Rutelli col governo successivo (ebbene sì, quello che è appena caduto, evviva evviva!). Costo stimato: 45 milioni (MILIONI!) di euro. Poi si scopre che la prima versione fa cagare, il progetto viene abbandonato, ripreso, rivisto, riabbandonato... alla fine il sito sparisce, nessuno ne parla più, non esiste più. Sinceramente non so se è peggio un governo che stanzia 45 milioni per un sito internet, o un governo che non è capace di far arrivare in fondo un sito internet per il quale ha a disposizione 45 milioni.

Sempre a proposito di soldi pubblici. Fra le pratiche di successione che mi trovo a dover seguire dopo la morte di mio padre, c'è il passaggio della sua automobile, che (di comune accordo fra la sottoscritta, mia madre e mia sorella) finirà per essere intestata a me. Spenderò un fottìo di soldi, di cui la stragrande maggioranza dovuti a un'imposta provinciale, che la provincia in cui vivo (guardacaso amministrata dai rossi) ha incrementato del 30% rispetto alla percentuale (già alta) prevista dalla legge. Ma si affogassero nel petrolio, 'sti incapaci.

Corollario generale: la cosa pubblica non funziona PERCHE' E' PUBBLICA. Ovvero è di tutti, ovvero non è di nessuno. E la classe politica italiana non riesce certo a fare suoi dei princìpi minimi di onestà e trasparenza. In tutto questo, ancora c'è qualche rifondarolo che tira fuori l'abolizione della proprietà privata. Roba da farli partecipare a Ciao Darwin.

Paragrafetto dove si va sul personale. Ho maturato la convinzione (fondata su affidabili testimonianze esterne e sensazioni troppo evidenti per non avere un fondo di verità) che in queste settimane alcuni miei amici o colleghi, in ambienti e città diverse, abbiano motivo di risentimento o insoddisfazione nei miei confronti e, oltre ad essere incapaci di nasconderlo come vorrebbero, non riescono nemmeno a dirmelo guardandomi in faccia. Si sa, il pettegolezzo dietro la schiena è molto più comodo. Ah beh, c'è anche chi cerca di farmelo capire in maniera rigorosamente indiretta. Ma un po' di coraggio e di amor proprio, mai? Fossero degli estranei, non sarebbe un problema: uno mica può pretendere di essere apprezzato dal mondo intero. Ma dagli amici, su 'ste cose oserei pretendere uno straccio di onestà. Al momento, di certo non sono abbastanza lucida per affrontare la cosa, rischierei di costruire un caso di stato dove non ce n'è bisogno, ma fra un paio di mesi mi riprometto di prenderli da parte uno per uno e mettere le carte sul tavolo. Questo per le cose più importanti. Per le altre, nemmeno voglio sforzarmi.

Nota brillante per concludere.
Lo scorso finesettimana, spinta da un malato e perverso senso del dovere, ho accompagnato una persona al cinema a vedere L'allenatore del pallone 2. Arrivata alla battuta "il calcio è diverso dal sesso, perché nel calcio la palla è al centro e il fallo è laterale", ho definitivamente realizzato la convinzione di non essere mai caduta così in basso in tutta la mia vita.
In compenso, qualche giorno fa ho contribuito ad organizzare un piccolo evento che pare abbia funzionato molto bene (mai la perfezione, ma ci siamo andati vicino). Ogni tanto, è proprio bello sapere di averne fatta almeno una giusta. :-)

domenica, gennaio 13, 2008

Perla tecnologica 2

Ve la ricordate la storia delle guarnizioni di Goldrake?
[chi non la ricorda, può trovarla qui]

Ecco, stasera il Ghigo se n'è uscito con un'altra delle sue riflessioni scientifiche applicate all'intrattenimento televisivo.

Durante una tranquilla chiacchierata su C.S.I., e su come spesso e volentieri (ovviamente) le trame televisive diano una visione distorta e troppo ottimista dei miracoli della scienza, l'uomo della mia vita declama due sentenze incontrovertibili e ai limiti dei sillogismi basilari di filosofia della logica.

1. Tanto, se da una foto ingrandisci un puntino, al massimo ottieni un puntone.

2. Quando una cosa non c'è, non c'è!

Come non amarlo?

Attesa e riposo

La brutta "eruzione" a cui avevo accennato nel post precedente non c'è ancora stata, e l'attesa un po' mi consola, un po' mi mette della tensione addosso.

In compenso, oggi i miei nervi hanno potuto riposare una mezza giornata, in modo abbastanza inaspettato. Con un po' di fortuna, potrebbe succedere anche domani.

E stanotte, vivaddìo, se tanto mi dà tanto si dorme come si deve.
:-)

martedì, gennaio 08, 2008

Training autogeno

Insisti. Resisti. Non mollare.

So che il fuoco cova sotto la cenere e so esattamente dove. L'unico interrogativo è quanto se ne sta preparando, e quando deciderà di mostrarsi.

Una vampata c'è stata stamattina. Un'eruzione vera e propria c'è stata ieri. E ne attendo un'altra domani, di quelle toste (forse).

Continuerà così per alcuni mesi. Continuerà in modo che gli obiettivi delle giornate non saranno lavorare, divertirsi, fare qualcosa che piace... saranno insistere, resistere, non mollare. L'obiettivo vero sarà rimanere in piedi, rimanere presente, rimanere dove serve.

Non ho mai avuto la vocazione della missionaria e non sono stata folgorata sulla via di Damasco. E' solo che a volte succede, e ti rendi conto che in un determinato momento, veramente non te ne frega di nulla sulla faccia della terra, tranne che a quelle quattro o cinque persone possa essere alleviata almeno una parte di dolore.

Se poi io mi ci logoro e inizio a sentirmi precipitare in una specie di pozzo... beh, per una volta in vita mia, in tutta sincerità, posso dire chi se ne frega. Posso sentirmi orgogliosa. Posso percepire un senso nelle cose che faccio.

Comunque, sopra ogni altra cosa, so che non ci deve mai più essere una "Lei" nella mia vita. Mai più. Nemmeno nulla di vagamente simile. Ragion per cui, qualsiasi cosa sia necessario fare per raggiungere questo obiettivo voglio farla, qualsiasi competenza sia necessario acquisire voglio acquisirla, qualsiasi quantità di tempo sia necessario impiegare voglio impiegarla. Tutta tutta, fino in fondo. Succeda quel che succeda, varrà la pena di vivere ogni dannato bastardo cazzutissimo secondo.

mercoledì, gennaio 02, 2008

Gareggiare per...

Questa frase l'ha detta un campione di corse di go-kart a un "apprendista" che gli chiedeva consigli e gli sottoponeva una serie di problemi relativi alle prestazioni del suo mezzo in pista:

Queste sono cazzate, non problemi... l'unico problema... l'unico problema è quando sei là... davanti... e non c'è più nessuno da sorpassare!

Gareggiare per il gusto dell'agonismo, non per la vittoria in quanto tale.
Gareggiare per dare il meglio in mezzo agli altri.
Gareggiare per eccellere, ma senza dimenticare il divertimento.
Gareggiare per aspettarsi sempre nuove sfide in cui buttarsi a capofitto.

Non so a voi... ma a me, più che una massima su come correre su dei mezzi a quattro ruote, sembra una grande filosofia di vita.

lunedì, dicembre 31, 2007

2008, fatti avanti se hai coraggio

Vale per Capodanno quel che vale per Natale: non è una festa a cui sono granché legata e non mi interessa se passarla in un modo o in un altro. Certo trascorrere una sera con amici sarebbe bello, ma questo non c'entra col fatto se quella sera sia il 31 dicembre o no. E in questo caso, non la passo con amici perché ho un mezzo cerchio alla testa, un bel mal di pancia dovuto alle care vecchie ovaie impazzite, e tre morsi sanguinanti su un polpaccio, freschi freschi di disinfettante (la patonfa non ha gradito gli ultimi tentativi di darle una pulita al didietro).

Lo so che nel 2008 sono in arrivo nuovi momenti duri: gravi questioni di salute o di famiglia affliggono diverse persone a me molto care, e alcune conseguenze (pratiche ed emotive) della morte di mio padre sono in procinto di arrivare. Eppure mi sento stranamente pronta a fronteggiare con il giusto spirito gli eventi a venire. Spero di non cambiare idea e umore troppo presto.

Nei prossimi giorni, forse già domani, mi verrà voglia di fare bilanci e ideare buoni propositi. Ma per ora vado a rifugiarmi al calduccio sotto le coperte, facendomi coccolare dal Ghigo, stringendo al petto la lontra di peluche che "la mia fidanzata" mi ha regalato a Vancouver e immaginando così di stringere forte tutte le persone che amo, specialmente quelle che desidero proteggere con tutte le mie forze e fino all'ultimo respiro. Non sarà una passeggiata, ma il 2008 (e spero anche tanti anni ulteriori) lo passeremo fianco a fianco, insieme. Qualcosa varrà pure.

Paola sta andando avanti...

...con la stesura del suo nuovo romanzo.
Non so quanti dei miei amici/lettori controllino periodicamente i link ai blog qui nella colonna a destra, ma suggerirei caldamente una lettura regolare de Il rollio dell'anaconda, perché Paola Barbato sta inserendo post brevi ma interessanti sui lavori in corso del suo secondo libro, ed è sempre interessante uno sguardo sulle paturnie e sui piccoli accenni di vita quotidiana di una scrittrice/sceneggiatrice.

Restando più o meno in tema, vi segnalo anche che varrebbe la pena di leggere, su Diegozilla (ovvero il blog di Diego Cajelli), almeno tutti i post che recano le seguenti etichette: Cinema, Fumetti Recensioni, Racconti, Sceneggiature, Scrittura, Serie TV. C'è sempre qualche spunticino arguto.

domenica, dicembre 30, 2007

Quel caro, vecchio, affilato rasoio



A scanso di equivoci, no... non sto scrivendo un post sul film di Sweeney Todd. Ma visto che il collegamento è sorto spontaneo, perché non inserire un po' di colonna sonora?

Bene. Ora, tornando a noi, sto solo riesumando (in modo molto approssimativo) quella squisita nozione filosofica che è il rasoio di Occam. Mi è capitato di trovarla citata nell'introduzione di Massimo Polidoro a questo libro. Libro che ho acquistato non solo perché il tema mi interessa, ma anche per la presenza di un saggetto breve breve, a firma Umberto Eco (egli stesso medesimo unico e solo), che subito andata a leggere, rimandando a più tardi tutto il resto.

E scoprendo cosa?

Anzitutto, che è un contributo di sole tre pagine, per giunta riciclato da chissà dove e inserito con una pertinenza sì e no media per non dire scarsina... insomma giusto per poter scrivere "Umberto Eco" sulla cover del libro.

E poi che è un ottimo punto di partenza per analizzare il fenomeno del complottismo... anche se secondo me trascura una forte componente psicologica ed egocentrica del complottista medio ("se il mondo non mi ascolta, ovviamente non è perché io non abbia poi delle gran cose da dire, o perché il mondo a volte sia distratto o occupato a fare altro, visto che non esisto solo io sulla faccia delle terre emerse, ma perché quelli che dovrebbero ascoltarmi ce l'hanno tutti con me").

Va bè: questa era una digressione dovute a esperienze professionali.

Tornando nuovamente a noi, stavo parlando della prefazione al libro. Qui si parla appunto del rasoio di Occam, citandolo in quanto metodo filosofico per analizzare vari fenomeni. E in questa occasione, siccome il testo è evidentemente di stampo divulgativo e quindi parte dal sacrosanto presupposto che non tutti sappiano cosa è il rasoio di Occam, ne spiega il concetto basilare, così:

Nel 1300 un filosofo inglese, Guglielmo di Occam, suggerì un principio che da allora è alla base del metodo scientifico e che ha preso il suo nome. Il "rasoio di Occam", così si chiama infatti questo principio, dice che quando esistono spiegazioni alternative per uno stesso fenomeno, l'unica vera è con ogni probabilità la più semplice, quella cioè che richiede il minor numero di ipotesi successive.

Sulla Garzantina della Filosofia, lo stesso principio viene rapidamente descritto così:

non si devono postulare entità inutili, nel senso che sono da evitare le ipotesi complesse, in particolare quelle non suffragate dall'esperienza.

E infine, su Wikipedia, al rasoio di Occam vengono dedicate (fra le altre) queste righe:

Tale principio, alla base del pensiero scientifico moderno, nella sua forma più semplice suggerisce l'inutilità di formulare più assunzioni di quelle strettamente necessarie per spiegare un dato fenomeno: il rasoio di Occam impone di scegliere, tra le molteplici cause, quella che spiega in modo più semplice l'evento.

La formula, utilizzata spesso in ambito investigativo e - nel moderno gergo tecnico – di problem solving, recita:

Entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem.
Pluralitas non est ponenda sine necessitate.
Frustra fit per plura quod fieri potest per pauciora.

Ovvero:

Non aggiungere elementi quando non servono.
Non imporre pluralità quando non serve.
È inutile fare con più quanto si può fare con meno.

In altri termini, non vi è motivo alcuno per complicare ciò che è semplice. All'interno di un ragionamento o di una dimostrazione vanno invece ricercate la semplicità e la sinteticità. Tra le varie spiegazioni possibili di un evento, è quella più semplice che ha maggiori possibilità di essere vera (anche in base a un altro principio, elementare, di economia di pensiero: se si può spiegare un dato fenomeno senza supporre l'esistenza di qualche ente, è corretto farlo, in quanto è ragionevole scegliere, tra varie soluzioni, la più semplice e plausibile).

Il rasoio di Occam trova spesso luogo in discussioni eminentemente dotte e scientifiche (esempio tipico, nel campo della fisica e della scienza in generale).

Un esempio a caso (ma molto chiaro) di uso del rasoio di Occam, tanto per curiosità, potete trovarlo qui.

Il rasoio di Occam, oltre ad essere parente strettissimo del principio di economia caro alla semiotica interpretativa (che è la teoria semiotica nel cui paiolo io sono caduta "da piccola"), è anche il metodo filosofico preferito di mia madre, sebbene lei lo eserciti in modo molto intuitivo e non sempre pienamente consapevole, specie nelle nostre dotte discussioni di filosofia etica (ovvero "attinente la sfera dei rapporti fra esseri umani"). Quando ad esempio le racconto certe azioni di Persona X, cercando peraltro di mantenere un atteggiamento tutto sommato obiettivo e distaccato nonostante mi si rivoltino le viscere, e a volte cercando persino qualche spiegazione o qualche attenutante, lei taglia la testa al toro (col rasoio, per l'appunto) e sentenzia: "è un cretino". E guai a contraddire la mamma.

In linea di massima, anche io sono una fan del rasoio di Occam. Le complicazioni inutili mi irritano da un punto di vista sia intellettuale che emotivo, e con esse anche (a maggior ragione) le loro degenerazioni sociali, psicologiche, economiche e politiche.

Devo però ammettere che, quando lo applico alle mie personalissime riflessioni di filosofia etica, il rasoio di Occam è pericoloso. Probabilmente, in realtà ha due lame, e se la prima mi è utilissima a sfrondare rametti e ramoscelli inutili, con la seconda rischio in continuazione di tagliarmi. Tornando all'esempio di cui sopra, in effetti le sentenze della mamma spesso forniscono un quadro molto limitato delle cose. Persona X ne ha fatte di cotte e di crude, ma, come dire... tecnicamente non è un cretino. Liquidare dinamiche ipercomplesse, in quanto attinenti a sfere sovrapposte quali quella psicologica, etica, intellettuale, sentimentale, emotiva e chissà che altro, significa probabilmente aver sfrondato troppo.

E se una persona sfronda troppo quando sta riflettendo non su altri, ma su se stessa in rapporto agli altri, ecco che, nel momento in cui usa avventatamente il rasoio liquidando in poche parole tutta una serie di propri atteggiamenti e sentimenti, si taglia.

A volte con ragione, a volte no. Difficile distinguere.

Risultato: ho usato (più o meno consapevolmente) il rasoio di Occam tutta la vita, e proprio ora che avrei bisogno di riflettere con lucidità, profondità e chiarezza su una complicata serie di questioni attinenti la "mia" filosofia etica, mi ritrovo a dubitare del suo utilizzo perché (A) mi ci taglio, e (B) non sono certa di meritarmi sempre quelle ferite. Il che, per una dichiarata meritocratica/colpevolista come me, è un bel problema.

[Inciso: a volte sì, per carità, me le merito eccome.]

Avrei numerosissimi elementi su cui ragionare: eventi, sentimenti, spunti, ricordi... "pacchetti mentali" che si inseguono e si rincorrono gli uni con gli altri, modificando le loro intersezioni di volta in volta. Già sono troppi e complicati, poi quando ci si inseriscono delle rasoiate a vanvera, figuriamoci che bei risultati.

Quindi, programmino per l'avvenire: scrivere sul blog, quando mi vengono in mente, questi "pacchetti" nella speranza (A) che scrivendoli mi si chiariscano un po', e (B) di recuperare un uso consapevole e curato del rasoio, che mi eviti non tutte le ferite autoinflitte, ma almeno quelle immeritate (posto che ve ne siano). E ovviamente che contribuisca allo sviluppo di un "pensiero emotivo" coerente, in grado di migliorare la qualità della vita mia e degli altri, quando si tratta di relazioni interpersonali e affini.

Il tutto, giusto per chiarezza, ha la sua più remota origine in questo post che già in un'altra occasione avevo ripescato e che mi rendo conto essere un punto fermo (o quantomeno non troppo traballante) intorno al quale girano un sacco di cose.

Chi volesse catalogare l'intera questione come "insieme di masturbazioni mentali", ha ovviamente il diritto di farlo, ma sapendo che sta forse esercitando un uso del rasoio di Occam analogo a quello della mia mamma. A ciascuno la propria ricerca etica.

mercoledì, dicembre 26, 2007

Rotta di collisione

C'è questa Persona X che mi sta tanto, ma proprio tanto sui coglioni. Una di quelle persone a cui, dal momento che è d'uso scambiarsi cordiali auguri in questo periodo dell'anno, augurerei cordialmente di rimanere bloccata con la macchina su un passaggio a livello della linea ad alta velocità quando passa il Pendolino.

Poi c'è Persona Y che è tutto il contrario. Una di quelle persone a cui invece, tanto per farla breve, augurerei tutta la felicità di 'sto mondo, e se possibile anche di altri mondi paralleli nel Multiverso.

Poi c'è una connessione a corrente alternata fra Persona X e Persona Y, connessione tale per cui a me potrebbe capitare di imbattermi in Persona X per tramite di Persona Y.

Non fosse che Persona Y sta bene attenta acciocché questo non accada.

E qui tanto per cominciare ci casca la Domanda con la D maiuscola: ma Persona Y si arma di cotanta cautela per tutelare me? per tutelare Persona X? per tutelare se stessa dai potenziali focolai d'incendio che si svilupperebbero in caso di incontro fra Persona X e me?

Qualunque sia la risposta, non è che saperla cambierebbe granché. Diciamo che la domanda me la ponevo per pura curiosità, ma possiamo tranquillamente metterla da parte.

Tornando a monte, dicevamo: Persona Y sta bene attenta acciocché non vi siano incontri fra Persona X e me.

Quindi, lasciatami alle spalle la Domanda, posso proseguire con il Dubbio (con la D maiuscola pure lui): ma chiunque o qualunque cosa Persona Y stia cercando di tutelare, non crederà mica di poterlo fare da qui all'eternità?

Sarà mai possibile pensare di poter tenere lontane due persone in modo artificioso, oltretutto sapendo che possono comunque capitare incontri casuali, visto che non è che una viva in Sudafrica e l'altra in Alaska?

Adesso forse io la faccio troppo facile, ma potrebbe essere meglio fare un bel discorsino a me e/o a Persona X della serie: lo so che vi state sui coglioni ma per piacere siate persone civili, non rompeteli a me i coglioni visto che ho già le mie grane a cui pensare, e se capita che vi incontriate in mia presenza non voglio sentir volare una mosca.

Il tutto, considerando anche che c'è pure una Persona Z, molto più giovane, che davvero non c'entra un beato fagiolo con tutta 'sta storia; e una collisione violenta fra me e Persona X non sarebbe certo un bello spettacolo ai suoi occhi. Quindi, tutelare Persona Z potrebbe essere quantomeno cosa dovuta.

Per carità, impedire la collisione fra Persona X e me è un'ottimo modo per tutelare Persona Z, non ne dubito. Ma torna il Dubbio: sarà mica possibile tenerci su binari separati per tutta la vita? La rotta di collisione esiste, è nel destino, è statistico, sono sicura che esiste, non la si può eludere per sempre.

Forse Persona Y non ci prova nemmeno, a farmi il bel discorsino, perché ha sentito quel sordo brontolio di sottofondo (roba che Zanna Bianca mi fa un baffo) che mi esce dalla gola ogni volta che intravedo Persona X.

Vero. Verissimo. Colpa mia. Potevo/dovevo sforzarmi di agire diversamente. Riconosco il mio torto.

Ma detto questo, santa pazienza, non è che io sia così idiota da non ascoltare Persona Y se mi dice che vorrebbe da me un atteggiamento diverso, no?!?

...no?

Bene. Primo multi-fioretto per l'anno nuovo.

Prometto solennemente di comportarmi bene in presenza di Persona X.
Prometto di non toglierle più il saluto.
Prometto di non ringhiare.
Prometto di non morderla nell'aorta.
Prometto di non sputarle sugli occhiali.
Prometto di non far scrocchiare le nocche.
Prometto di non sabotare la sua macchina nei pressi dei passaggi a livello.
Prometto di trovare, all'occorrenza, argomenti di conversazione (e QUESTO per me non è un fioretto, è un sacrificio umano anzi felino).
Prometto di fare persino la simpatica e la brillante se alla presenza di Persona X si associa la presenza di Persona Z.

Così, magari prima o poi con Persona Y riusciamo a metterci d'accordo, e l'inevitabile collisione fra me e Persona X si risolverà non con un incidente mortale, ma con una constatazione amichevole di sinistro, quelle in cui te la cavi con il fanalino di coda scheggiato e un'ipocrita stretta di mano.

E ora che sto così brillantemente asservendo il mio istinto (e in parte la mia coscienza) a un bene superiore, vado a cercarmi in rete qualche stronzo a cui poter virtualmente spaccare la faccia senza dovermi fare degli scrupoli.

Platone e il mito della caverna

Post della serie "no comment", ovvero mi limito - senza aggiungere nulla di mio - a trascrivere uno dei brani filosofici più famosi della storia. Perché ogni tanto un bel ripasso ci vuole.

Platone, “Il mito della caverna” (Repubblica, Libro VII)

- In séguito, continuai, paragona la nostra natura, per ciò che riguarda educazione e mancanza di educazione, a un’immagine come questa. Dentro una dimora sotterranea a forma di caverna, con l’entrata aperta alla luce e ampia quanto tutta la larghezza della caverna, pensa di vedere degli uomini che vi stiano dentro fin da fanciulli, incatenati gambe e collo, sì da dover restare fermi e da poter vedere soltanto in avanti, incapaci, a causa della catena, di volgere attorno il capo. Alta e lontana brilli alle loro spalle la luce d’un fuoco e tra il fuoco e i prigionieri corra rialzata una strada. Lungo questa pensa di vedere costruito un muricciolo, come quegli schermi che i burattinai pongono davanti alle persone per mostrare al di sopra di essi i burattini.

- Vedo, rispose.

- Immagina di vedere uomini che portano lungo il muricciolo oggetti di ogni sorta sporgenti dal margine, e statue e altre figure di pietra e di legno, in qualunque modo lavorate; e, come è naturale, alcuni portatori parlano, altri tacciono.

- Strana immagine è la tua, disse, e strani sono quei prigionieri.

- Somigliano a noi, risposi; credi che tali persone possano vedere, anzitutto di sé e dei compagni, altro se non le ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna che sta loro di fronte?

- E come possono, replicò, se sono costretti a tenere immobile il capo per tutta la vita?

- E per gli oggetti trasportati non è lo stesso?

- Sicuramente.

- Se quei prigionieri potessero conversare tra loro, non credi che penserebbero di chiamare oggetti reali le loro visioni?

- Per forza.

- E se la prigione avesse pure un’eco dalla parete di fronte? Ogni volta che uno dei passanti facesse sentire la sua voce, credi che la giudicherebbero diversa da quella dell’ombra che passa?

- Io no, per Zeus!, rispose.

- Per tali persone insomma, feci io, la verità non può essere altro che le ombre degli oggetti artificiali.

- Per forza, ammise.

- Esamina ora, ripresi, come potrebbero sciogliersi dalle catene e guarire dall’incoscienza. Ammetti che capitasse loro naturalmente un caso come questo: che uno fosse sciolto, costretto improvvisamente ad alzarsi, a girare attorno il capo, a camminare e levare lo sguardo alla luce; e che così facendo provasse dolore e il barbaglio lo rendesse incapace di scorgere quegli oggetti di cui prima vedeva le ombre. Che cosa credi che risponderebbe, se gli si dicesse che prima vedeva vacuità prive di senso, ma che ora, essendo più vicino a ciò che è ed essendo rivolto verso oggetti aventi più essere, può vedere meglio? e se, mostrandogli anche ciascuno degli oggetti che passano, gli si domandasse e lo si costringesse a rispondere che cosa è? Non credi che rimarrebbe dubbioso e giudicherebbe più vere le cose che vedeva prima di quelle che gli fossero mostrate adesso?

- Certo, rispose.

- E se lo si costringesse a guardare la luce stessa, non sentirebbe male agli occhi e non fuggirebbe volgendosi verso gli oggetti di cui può sostenere la vista? e non li giudicherebbe realmente più chiari di quelli che gli fossero mostrati?

- E’ così, rispose.

- Se poi, continuai, lo si trascinasse via di lì a forza, su per l’ascesa scabra ed erta, e non lo si lasciasse prima di averlo tratto alla luce del sole, non ne soffrirebbe e non s’irriterebbe di essere trascinato? E, giunto alla luce, essendo i suoi occhi abbagliati, non potrebbe vedere nemmeno una delle cose che ora sono dette vere.

- Non potrebbe, certo, rispose, almeno all’improvviso.

- Dovrebbe, credo, abituarvici, se vuole vedere il mondo superiore. E prima osserverà, molto facilmente, le ombre e poi le immagini degli esseri umani e degli altri oggetti nei loro riflessi nell’acqua, e infine gli oggetti stessi; da questi poi, volgendo lo sguardo alla luce delle stelle e della luna, potrà contemplare di notte i corpi celesti e il cielo stesso più facilmente che durante il giorno il sole e la luce del sole.

- Come no?

- Alla fine, credo, potrà osservare e contemplare quale è veramente il sole, non le sue immagini nelle acque o su altra superficie, ma il sole in se stesso, nella regione che gli è propria.

- Per forza, disse.

- Dopo di che, parlando del sole, potrebbe già concludere che è esso a produrre le stagioni e gli anni e a governare tutte le cose del mondo visibile, e ad essere causa, in certo modo, di tutto quello che egli e i suoi compagni vedevano.

- E’ chiaro, rispose, che con simili esperienze concluderà così.

- E ricordandosi della sua prima dimora e della sapienza che aveva colà e di quei suoi compagni di prigionia, non credi che si sentirebbe felice del mutamento e proverebbe pietà per loro?

- Certo.

- Quanto agli onori ed elogi che eventualmente si scambiavano allora, e ai premi riservati a chi fosse più acuto nell’osservare gli oggetti che passavano e più rammentasse quanti ne solevano sfilare prima e poi e insieme, indovinandone perciò il successivo, credi che li ambirebbe e che invidierebbe quelli che tra i prigionieri avessero onori e potenza? o che si troverebbe nella condizione detta da Omero e preferirebbe "altrui per salario servir da contadino, uomo sia pur senza sostanza", e patire di tutto piuttosto che avere quelle opinioni e vivere in quel modo?

- Così penso anch’io, rispose; accetterebbe di patire di tutto piuttosto che vivere in quel modo.

- Rifletti ora anche su quest’altro punto, feci io. Se il nostro uomo ridiscendesse e si rimettesse a sedere, sul medesimo sedile, non avrebbe gli occhi pieni di tenebra, venendo all’improvviso dal sole?

- Sì, certo, rispose.

- E se dovesse discernere nuovamente quelle ombre e contendere con coloro che sono rimasti sempre prigionieri, nel periodo in cui ha la vista offuscata, prima che gli occhi tornino allo stato normale? e se questo periodo in cui rifà l’abitudine fosse piuttosto lungo? Non sarebbe egli allora oggetto di riso? e non si direbbe di lui che dalla sua ascesa torna con gli occhi rovinati e che non vale neppure la pena di tentare di andar sù? E chi prendesse a sciogliere e a condurre sù quei prigionieri, forse che non l’ucciderebbero, se potessero averlo tra le mani e ammazzarlo?

- Certamente, rispose.

martedì, dicembre 25, 2007

Il quartetto della vita

Titolo melodrammatico per un post, lo so.

All'inizio volevo solo inserire questo video (vedi più sotto) da Youtube, perché l'altro giorno ho visto a teatro una versione in italiano del musical Jekyll & Hyde (non male... però poteva essere meglio... però non male... però poteva essere meglio) e mi sono ricordata di quanto mi piace il breve quartetto che prende le mosse più o meno dal minuto 4:45 del video.

Intendevo: quanto mi piace musicalmente (al di là del fatto che sembra un esercizio di stile basato su armonie fin troppo scontate... ma mi piace comunque un sacco).

Poi, mentre lo riguardavo, mi sono resa conto che c'è un altro motivo per cui mi piace. E' un momento drammatico della trama, in cui quattro dei personaggi principali (legati gli uni agli altri da grandi affetti) si trovano a vivere conflitti e paure, talvolta anche a litigare e far presenti gli uni agli altri un insieme di torti e disagi, sebbene preferirebbero di gran lunga non farlo.

Lo fanno perché non hanno scelta.
Perché una donna innamorata non può non difendere in ogni modo il suo uomo.
Perché un uomo con un grande ideale non può non seguirlo fino in fondo.
Perché un padre non può non mettere in guardia una figlia da un possibile pericolo.
Perché un buon amico non può non far notare al proprio amico i suoi torti.

Non è forse il genere di situazione in cui prima o poi ci ritroviamo tutti...?

lunedì, dicembre 24, 2007

Vigilia assonnata e miagolata

Non lo ricorderò esattamente come un Natale bello. Non che la cosa mi sconvolga, visto che al Natale non sono affezionata in modo particolare, però di certo la differenza rispetto agli altri anni si sente (e si sentirà anche a Capodanno).

Non sono mai stata abituata a fare gozzovigliamenti o cenoni per la vigilia, quindi trovo naturale stare tranquilla a casa, accoccolata con il Ghigo sul divano. Mi sento un po' assonnata, probabilmente perché nelle ultime notti ho dormito poco e male. Preoccupazioni? Certo, figuriamoci. Ma su quante e quali scriverò un'altra volta. Qui mi limito ad annotare il devastante effetto psicologico che si subisce quando si ha un animale domestico ammalato.

Ebbene sì, la patonfa (alias gattona di otto chili che prima o poi meriterà un post tutto per lei) ha di nuovo la cistite. Anche sorvolando sui sintomi e sulle conseguenze pratiche, nonché sulla casa puzzolente e devastata, e pensando solo all'impatto emotivo, ce n'è più che abbastanza. L'atteggiamento immalinconito, le orecchie basse, il lamento greve "mao... mao... mao...", e soprattutto lo sguardo depresso e disperato (o almeno, così noi lo interpretiamo, probabilmente antropomorfizzando un po' troppo) che ti fa venire voglia di passare ogni minuto con lei coccolandola e dicendole che andrà tutto bene.

[Inciso: questa è una sensazione che al momento non provo solo nei confronti della patonfa ma anche di alcune persone. Troppe.]

Poi ti degni di razionalizzare e dici a te stessa: okay, dal veterinario ci siamo andati, la puntura di antibiotici l'abbiamo fatta, le pastiglie le abbiamo prese, il detergente per il sederone arrossato pure. Questione di dieci giorni e dovrebbe andare tutto a posto.

Ma poi senti ancora quel "mao... mao... mao..." e ricominci a deglutire a fatica.

«Dài, patonfa... non fare così... dài che fra qualche giorno sei guarita...»

Ma si potrà stare così per un gatto? Si potrà?!?!?
Certo che sì, ovviamente. Istinto materno frustrato? Rapporto simbiotico? Amore viscerale per la comunicazione silenziosa eppure efficace che i gatti sanno instaurare? Ma che ne so.

"Mao... mao... mao..."

Basta, non ce la faccio più. Mi chiudo in camera e vado a letto, e con questa vigilia la schiantiamo. Amen!