sabato, gennaio 26, 2008

Tempo indeterminato, come no!

Qualche giorno fa, al supermercato, ho incontrato una mia conoscente che, dopo mezzo secondo, ha portato la conversazione sul suo argomento preferito: la ricerca di lavoro. Praticamente una geremiade interminabile su quanto è difficile trovare lavoro, sui problemi del precariato, sulle continue ricerche, eccetera.
Il tutto sarebbe non solo comprensibile, ma anche più che condivisibile, se non provenisse da una persona che per "lavoro" intende rigorosamente non più di otto ore al giorno, con contratto a tempo indeterminato, in regola sotto ogni punto di vista e con uno stipendio più che ragionevole.
Tutte cose simpatiche e, in teoria, dovute.
Sì. Bella, la teoria.
Guardacaso però ci troviamo in uno stato che è sempre in crisi, in un'epoca in cui dalla sera alla mattina le aziende nascono e crollano (incluse quelle che hanno la sede nei palazzi che vengono buttati giù a suon di aerei), in un mondo nel quale le borse vanno su e giù senza un senso facendo apparire e scomparire miliardi dall'ora di pranzo all'ora di cena, con un ente previdenziale pubblico che dopo decenni di amministrazione alla cazzo di cane non sa come fare a tappare i suoi buchi, figuriamoci a pagare le pensioni per decenni, e via dicendo.
Insomma, più passa il tempo, più il mito di quei bei lavori che "ti sistemano per la vita" si rivela per quello che è: un mito. Una cosa che poteva esistere in passato, ma difficilmente in futuro.
Ma supponiamo anche che uno ci creda, che ci siano persone meno disilluse di me, che ci siano ancora delle possibilità per chi ambisce a quel genere di traguardo.
Mentre aspetti di trovarlo o di conquistarlo, quel tipo di lavoro, che fai?
Risposta: cerchi una soluzione provvisoria (o più di una) che ti consenta di sbarcare il lunario, farti un'esperienza, ottenere contatti utili, imparare cose nuove, investire su te stesso e sulla tua formazione, rimediare referenze e tutto il possibile immaginabile. Ma se devi ottenere tutto questo, non è che quando l'orologio segna le cinque del pomeriggio fai come Fantozzi e corri verso la porta. Se hai un lavoro da terminare, lo termini. Se ne hai uno da consegnare il mattino dopo e sei in ritardo, piuttosto fai la notte in bianco ma lo consegni. Oppure non lo consegni perché comunque non ce l'hai fatta, nonostante la notte in bianco, e in questo caso te ne assumi la responsabilità, concedendoti il diritto di spiegare onestamente quali e quanti ostacoli ti hanno impedito di consegnarlo.
Non mi blocchi in chiacchiere al supermercato dicendo che l'ultimo posto che hai provato non ti convinceva perché l'orario era un po' pesantino. "Ah, come ti invidio, tu che fai le cose che ti piacciono". Ma credi che "le cose che mi piacciono" non siano spesso e volentieri sottopagate? Ma credi che io lavori solo le otto canoniche ore giornaliere? Ma credi che non ci sia un prezzo da pagare, per avere scelto la libertà al posto del timbro del cartellino? Ma se io ti dico che stasera dopo cena sto a casa perché devo lavorare, tu devi tirarmi fuori quella faccia come se avessi bestemmiato?
Ci sono prezzi da pagare anche per avere scelto il timbro del cartellino al posto della libertà, nessun dubbio. Non è che ci sia una via giusta, e una sbagliata. Quello che però mi irrita è la pretesa a tutti i costi. Accampare i diritti senza affrontare i doveri. Dire sempre "voglio avere questo" e mai "voglio dare quest'altro".
Che bello sarebbe se ci ispirassimo tutti quanti, almeno una volta nella vita, a uno come Churchill. Uno che si presentava al Parlamento inglese dicendo "non ho nulla da offrire se non sangue, fatica, lacrime e sudore". Inutile sperare che uno dei nostri politici possa mai mettere in pratica questo genere di atteggiamento, ma qui il problema sta più a fondo. Sta nel fatto che, alla fine, i politici sono lo specchio del loro popolo.

venerdì, gennaio 25, 2008

Finalmente in tivù!

Dal 7 gennaio è in onda su Cartoon Network la serie animata Zatch Bell... della quale un mio collega ed io curiamo traduzione e adattamento dei dialoghi! Ci sto lavorando da diversi mesi divertendomi un sacco, ma non potevo fare grande pubblicità per questioni di riservatezza dei committenti. Ora però la serie viene trasmessa, e nei titoli di coda compare il mio nome, quindi fine dei segreti!
Una scheda completa della serie e dello staff che ci ha lavorato si trova qui, e poi in giro per la rete si trovano articoli vari, schede personaggi e quant'altro, basta una ricerchina con Google.
Tanto per la cronaca, l'esclamazione "Yopopòi!", di cui avevo parlato tempo fa, è il grido tipico di un comprimario di Zatch, che appare in un solo episodio ma aveva suscitato tutta la mia simpatia. L'altro personaggio che mi fa impazzire è il cavallino Ponygon, che si esprime a base di un vocabolario composto solo da due parole: "meru" e "mei". Adorabile. ^___^

giovedì, gennaio 24, 2008

Notiziole

Post cumulativo per annotare alcune "piccolezze" degli ultimi giorni.

Caduto il governo, alleluja alleluja. Magari domani si inventano qualche stronzata tipo "Prodi 2 - governo di tecnici", ma almeno per oggi mi permetto un po' di buon umore! Da un certo punto di vista trovo delle affinità con l'antico ribaltone del '94, quando cadde il primo governo Berlusconi. Ma io dico: cosa ci si poteva mai aspettare da uno come Bossi? (e infatti non capisco il senso di ripigliarselo... vabbè, porta voti... in fondo è l'unico senso che conta). Ed ora: cosa ci si poteva mai aspettare da uno come Mastella? Vabbè che di soggetti opinabili ce ne sono a pacchi (Calderoli da una parte, Diliberto dall'altra, tanto per fare i due esempi a me più "cari")... facciamo in tempo a farne cadere un'altra dozzina, di governi. Io credo fermamente nel concetto di alternanza, su questo non ci piove, ma qui cosa alterniamo?!?
Cinismo a parte, non mi dilungo perché tante cose interessanti e condivisibili sono già state scritte nei giorni scorsi da altre persone più brave di me: ad esempio qui, poi qui e anche qui.

Oggi, durante una certa riunione in un certo ufficio di un certo ente pubblico, la responsabile dell'ente dice candidamente "Stiamo ripartendo proprio ora con il restyling del nostro sito. Lo rifacciamo tutto da capo, la nuova versione dovrebbe essere pronta per la fine del 2009". Poi vede le facce impietrite degli astanti (alcuni dei quali sono piccoli imprenditori nel settore dell'immagine e delle nuove tecnologie), si rende conto di quello che ha detto e ammette: "Lo so, a voi sembrano cose assurde, io me ne vergogno ma i nostri tempi sono questi". Stimo questa persona e ne apprezzo la sincerità, ma resto comunque impietrita. Se questo è il modo in cui vengono usati i soldi pubblici, torno a pensare che evadere il fisco sia cosa meritoria. Stessa minestra del fantomatico sito internet che doveva rilanciare il turismo italiano, quello che era stato proposto dal governo Berlusconi, e poi in teoria portato avanti da Rutelli col governo successivo (ebbene sì, quello che è appena caduto, evviva evviva!). Costo stimato: 45 milioni (MILIONI!) di euro. Poi si scopre che la prima versione fa cagare, il progetto viene abbandonato, ripreso, rivisto, riabbandonato... alla fine il sito sparisce, nessuno ne parla più, non esiste più. Sinceramente non so se è peggio un governo che stanzia 45 milioni per un sito internet, o un governo che non è capace di far arrivare in fondo un sito internet per il quale ha a disposizione 45 milioni.

Sempre a proposito di soldi pubblici. Fra le pratiche di successione che mi trovo a dover seguire dopo la morte di mio padre, c'è il passaggio della sua automobile, che (di comune accordo fra la sottoscritta, mia madre e mia sorella) finirà per essere intestata a me. Spenderò un fottìo di soldi, di cui la stragrande maggioranza dovuti a un'imposta provinciale, che la provincia in cui vivo (guardacaso amministrata dai rossi) ha incrementato del 30% rispetto alla percentuale (già alta) prevista dalla legge. Ma si affogassero nel petrolio, 'sti incapaci.

Corollario generale: la cosa pubblica non funziona PERCHE' E' PUBBLICA. Ovvero è di tutti, ovvero non è di nessuno. E la classe politica italiana non riesce certo a fare suoi dei princìpi minimi di onestà e trasparenza. In tutto questo, ancora c'è qualche rifondarolo che tira fuori l'abolizione della proprietà privata. Roba da farli partecipare a Ciao Darwin.

Paragrafetto dove si va sul personale. Ho maturato la convinzione (fondata su affidabili testimonianze esterne e sensazioni troppo evidenti per non avere un fondo di verità) che in queste settimane alcuni miei amici o colleghi, in ambienti e città diverse, abbiano motivo di risentimento o insoddisfazione nei miei confronti e, oltre ad essere incapaci di nasconderlo come vorrebbero, non riescono nemmeno a dirmelo guardandomi in faccia. Si sa, il pettegolezzo dietro la schiena è molto più comodo. Ah beh, c'è anche chi cerca di farmelo capire in maniera rigorosamente indiretta. Ma un po' di coraggio e di amor proprio, mai? Fossero degli estranei, non sarebbe un problema: uno mica può pretendere di essere apprezzato dal mondo intero. Ma dagli amici, su 'ste cose oserei pretendere uno straccio di onestà. Al momento, di certo non sono abbastanza lucida per affrontare la cosa, rischierei di costruire un caso di stato dove non ce n'è bisogno, ma fra un paio di mesi mi riprometto di prenderli da parte uno per uno e mettere le carte sul tavolo. Questo per le cose più importanti. Per le altre, nemmeno voglio sforzarmi.

Nota brillante per concludere.
Lo scorso finesettimana, spinta da un malato e perverso senso del dovere, ho accompagnato una persona al cinema a vedere L'allenatore del pallone 2. Arrivata alla battuta "il calcio è diverso dal sesso, perché nel calcio la palla è al centro e il fallo è laterale", ho definitivamente realizzato la convinzione di non essere mai caduta così in basso in tutta la mia vita.
In compenso, qualche giorno fa ho contribuito ad organizzare un piccolo evento che pare abbia funzionato molto bene (mai la perfezione, ma ci siamo andati vicino). Ogni tanto, è proprio bello sapere di averne fatta almeno una giusta. :-)

domenica, gennaio 13, 2008

Perla tecnologica 2

Ve la ricordate la storia delle guarnizioni di Goldrake?
[chi non la ricorda, può trovarla qui]

Ecco, stasera il Ghigo se n'è uscito con un'altra delle sue riflessioni scientifiche applicate all'intrattenimento televisivo.

Durante una tranquilla chiacchierata su C.S.I., e su come spesso e volentieri (ovviamente) le trame televisive diano una visione distorta e troppo ottimista dei miracoli della scienza, l'uomo della mia vita declama due sentenze incontrovertibili e ai limiti dei sillogismi basilari di filosofia della logica.

1. Tanto, se da una foto ingrandisci un puntino, al massimo ottieni un puntone.

2. Quando una cosa non c'è, non c'è!

Come non amarlo?

Attesa e riposo

La brutta "eruzione" a cui avevo accennato nel post precedente non c'è ancora stata, e l'attesa un po' mi consola, un po' mi mette della tensione addosso.

In compenso, oggi i miei nervi hanno potuto riposare una mezza giornata, in modo abbastanza inaspettato. Con un po' di fortuna, potrebbe succedere anche domani.

E stanotte, vivaddìo, se tanto mi dà tanto si dorme come si deve.
:-)

martedì, gennaio 08, 2008

Training autogeno

Insisti. Resisti. Non mollare.

So che il fuoco cova sotto la cenere e so esattamente dove. L'unico interrogativo è quanto se ne sta preparando, e quando deciderà di mostrarsi.

Una vampata c'è stata stamattina. Un'eruzione vera e propria c'è stata ieri. E ne attendo un'altra domani, di quelle toste (forse).

Continuerà così per alcuni mesi. Continuerà in modo che gli obiettivi delle giornate non saranno lavorare, divertirsi, fare qualcosa che piace... saranno insistere, resistere, non mollare. L'obiettivo vero sarà rimanere in piedi, rimanere presente, rimanere dove serve.

Non ho mai avuto la vocazione della missionaria e non sono stata folgorata sulla via di Damasco. E' solo che a volte succede, e ti rendi conto che in un determinato momento, veramente non te ne frega di nulla sulla faccia della terra, tranne che a quelle quattro o cinque persone possa essere alleviata almeno una parte di dolore.

Se poi io mi ci logoro e inizio a sentirmi precipitare in una specie di pozzo... beh, per una volta in vita mia, in tutta sincerità, posso dire chi se ne frega. Posso sentirmi orgogliosa. Posso percepire un senso nelle cose che faccio.

Comunque, sopra ogni altra cosa, so che non ci deve mai più essere una "Lei" nella mia vita. Mai più. Nemmeno nulla di vagamente simile. Ragion per cui, qualsiasi cosa sia necessario fare per raggiungere questo obiettivo voglio farla, qualsiasi competenza sia necessario acquisire voglio acquisirla, qualsiasi quantità di tempo sia necessario impiegare voglio impiegarla. Tutta tutta, fino in fondo. Succeda quel che succeda, varrà la pena di vivere ogni dannato bastardo cazzutissimo secondo.

mercoledì, gennaio 02, 2008

Gareggiare per...

Questa frase l'ha detta un campione di corse di go-kart a un "apprendista" che gli chiedeva consigli e gli sottoponeva una serie di problemi relativi alle prestazioni del suo mezzo in pista:

Queste sono cazzate, non problemi... l'unico problema... l'unico problema è quando sei là... davanti... e non c'è più nessuno da sorpassare!

Gareggiare per il gusto dell'agonismo, non per la vittoria in quanto tale.
Gareggiare per dare il meglio in mezzo agli altri.
Gareggiare per eccellere, ma senza dimenticare il divertimento.
Gareggiare per aspettarsi sempre nuove sfide in cui buttarsi a capofitto.

Non so a voi... ma a me, più che una massima su come correre su dei mezzi a quattro ruote, sembra una grande filosofia di vita.

lunedì, dicembre 31, 2007

2008, fatti avanti se hai coraggio

Vale per Capodanno quel che vale per Natale: non è una festa a cui sono granché legata e non mi interessa se passarla in un modo o in un altro. Certo trascorrere una sera con amici sarebbe bello, ma questo non c'entra col fatto se quella sera sia il 31 dicembre o no. E in questo caso, non la passo con amici perché ho un mezzo cerchio alla testa, un bel mal di pancia dovuto alle care vecchie ovaie impazzite, e tre morsi sanguinanti su un polpaccio, freschi freschi di disinfettante (la patonfa non ha gradito gli ultimi tentativi di darle una pulita al didietro).

Lo so che nel 2008 sono in arrivo nuovi momenti duri: gravi questioni di salute o di famiglia affliggono diverse persone a me molto care, e alcune conseguenze (pratiche ed emotive) della morte di mio padre sono in procinto di arrivare. Eppure mi sento stranamente pronta a fronteggiare con il giusto spirito gli eventi a venire. Spero di non cambiare idea e umore troppo presto.

Nei prossimi giorni, forse già domani, mi verrà voglia di fare bilanci e ideare buoni propositi. Ma per ora vado a rifugiarmi al calduccio sotto le coperte, facendomi coccolare dal Ghigo, stringendo al petto la lontra di peluche che "la mia fidanzata" mi ha regalato a Vancouver e immaginando così di stringere forte tutte le persone che amo, specialmente quelle che desidero proteggere con tutte le mie forze e fino all'ultimo respiro. Non sarà una passeggiata, ma il 2008 (e spero anche tanti anni ulteriori) lo passeremo fianco a fianco, insieme. Qualcosa varrà pure.

Paola sta andando avanti...

...con la stesura del suo nuovo romanzo.
Non so quanti dei miei amici/lettori controllino periodicamente i link ai blog qui nella colonna a destra, ma suggerirei caldamente una lettura regolare de Il rollio dell'anaconda, perché Paola Barbato sta inserendo post brevi ma interessanti sui lavori in corso del suo secondo libro, ed è sempre interessante uno sguardo sulle paturnie e sui piccoli accenni di vita quotidiana di una scrittrice/sceneggiatrice.

Restando più o meno in tema, vi segnalo anche che varrebbe la pena di leggere, su Diegozilla (ovvero il blog di Diego Cajelli), almeno tutti i post che recano le seguenti etichette: Cinema, Fumetti Recensioni, Racconti, Sceneggiature, Scrittura, Serie TV. C'è sempre qualche spunticino arguto.

domenica, dicembre 30, 2007

Quel caro, vecchio, affilato rasoio



A scanso di equivoci, no... non sto scrivendo un post sul film di Sweeney Todd. Ma visto che il collegamento è sorto spontaneo, perché non inserire un po' di colonna sonora?

Bene. Ora, tornando a noi, sto solo riesumando (in modo molto approssimativo) quella squisita nozione filosofica che è il rasoio di Occam. Mi è capitato di trovarla citata nell'introduzione di Massimo Polidoro a questo libro. Libro che ho acquistato non solo perché il tema mi interessa, ma anche per la presenza di un saggetto breve breve, a firma Umberto Eco (egli stesso medesimo unico e solo), che subito andata a leggere, rimandando a più tardi tutto il resto.

E scoprendo cosa?

Anzitutto, che è un contributo di sole tre pagine, per giunta riciclato da chissà dove e inserito con una pertinenza sì e no media per non dire scarsina... insomma giusto per poter scrivere "Umberto Eco" sulla cover del libro.

E poi che è un ottimo punto di partenza per analizzare il fenomeno del complottismo... anche se secondo me trascura una forte componente psicologica ed egocentrica del complottista medio ("se il mondo non mi ascolta, ovviamente non è perché io non abbia poi delle gran cose da dire, o perché il mondo a volte sia distratto o occupato a fare altro, visto che non esisto solo io sulla faccia delle terre emerse, ma perché quelli che dovrebbero ascoltarmi ce l'hanno tutti con me").

Va bè: questa era una digressione dovute a esperienze professionali.

Tornando nuovamente a noi, stavo parlando della prefazione al libro. Qui si parla appunto del rasoio di Occam, citandolo in quanto metodo filosofico per analizzare vari fenomeni. E in questa occasione, siccome il testo è evidentemente di stampo divulgativo e quindi parte dal sacrosanto presupposto che non tutti sappiano cosa è il rasoio di Occam, ne spiega il concetto basilare, così:

Nel 1300 un filosofo inglese, Guglielmo di Occam, suggerì un principio che da allora è alla base del metodo scientifico e che ha preso il suo nome. Il "rasoio di Occam", così si chiama infatti questo principio, dice che quando esistono spiegazioni alternative per uno stesso fenomeno, l'unica vera è con ogni probabilità la più semplice, quella cioè che richiede il minor numero di ipotesi successive.

Sulla Garzantina della Filosofia, lo stesso principio viene rapidamente descritto così:

non si devono postulare entità inutili, nel senso che sono da evitare le ipotesi complesse, in particolare quelle non suffragate dall'esperienza.

E infine, su Wikipedia, al rasoio di Occam vengono dedicate (fra le altre) queste righe:

Tale principio, alla base del pensiero scientifico moderno, nella sua forma più semplice suggerisce l'inutilità di formulare più assunzioni di quelle strettamente necessarie per spiegare un dato fenomeno: il rasoio di Occam impone di scegliere, tra le molteplici cause, quella che spiega in modo più semplice l'evento.

La formula, utilizzata spesso in ambito investigativo e - nel moderno gergo tecnico – di problem solving, recita:

Entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem.
Pluralitas non est ponenda sine necessitate.
Frustra fit per plura quod fieri potest per pauciora.

Ovvero:

Non aggiungere elementi quando non servono.
Non imporre pluralità quando non serve.
È inutile fare con più quanto si può fare con meno.

In altri termini, non vi è motivo alcuno per complicare ciò che è semplice. All'interno di un ragionamento o di una dimostrazione vanno invece ricercate la semplicità e la sinteticità. Tra le varie spiegazioni possibili di un evento, è quella più semplice che ha maggiori possibilità di essere vera (anche in base a un altro principio, elementare, di economia di pensiero: se si può spiegare un dato fenomeno senza supporre l'esistenza di qualche ente, è corretto farlo, in quanto è ragionevole scegliere, tra varie soluzioni, la più semplice e plausibile).

Il rasoio di Occam trova spesso luogo in discussioni eminentemente dotte e scientifiche (esempio tipico, nel campo della fisica e della scienza in generale).

Un esempio a caso (ma molto chiaro) di uso del rasoio di Occam, tanto per curiosità, potete trovarlo qui.

Il rasoio di Occam, oltre ad essere parente strettissimo del principio di economia caro alla semiotica interpretativa (che è la teoria semiotica nel cui paiolo io sono caduta "da piccola"), è anche il metodo filosofico preferito di mia madre, sebbene lei lo eserciti in modo molto intuitivo e non sempre pienamente consapevole, specie nelle nostre dotte discussioni di filosofia etica (ovvero "attinente la sfera dei rapporti fra esseri umani"). Quando ad esempio le racconto certe azioni di Persona X, cercando peraltro di mantenere un atteggiamento tutto sommato obiettivo e distaccato nonostante mi si rivoltino le viscere, e a volte cercando persino qualche spiegazione o qualche attenutante, lei taglia la testa al toro (col rasoio, per l'appunto) e sentenzia: "è un cretino". E guai a contraddire la mamma.

In linea di massima, anche io sono una fan del rasoio di Occam. Le complicazioni inutili mi irritano da un punto di vista sia intellettuale che emotivo, e con esse anche (a maggior ragione) le loro degenerazioni sociali, psicologiche, economiche e politiche.

Devo però ammettere che, quando lo applico alle mie personalissime riflessioni di filosofia etica, il rasoio di Occam è pericoloso. Probabilmente, in realtà ha due lame, e se la prima mi è utilissima a sfrondare rametti e ramoscelli inutili, con la seconda rischio in continuazione di tagliarmi. Tornando all'esempio di cui sopra, in effetti le sentenze della mamma spesso forniscono un quadro molto limitato delle cose. Persona X ne ha fatte di cotte e di crude, ma, come dire... tecnicamente non è un cretino. Liquidare dinamiche ipercomplesse, in quanto attinenti a sfere sovrapposte quali quella psicologica, etica, intellettuale, sentimentale, emotiva e chissà che altro, significa probabilmente aver sfrondato troppo.

E se una persona sfronda troppo quando sta riflettendo non su altri, ma su se stessa in rapporto agli altri, ecco che, nel momento in cui usa avventatamente il rasoio liquidando in poche parole tutta una serie di propri atteggiamenti e sentimenti, si taglia.

A volte con ragione, a volte no. Difficile distinguere.

Risultato: ho usato (più o meno consapevolmente) il rasoio di Occam tutta la vita, e proprio ora che avrei bisogno di riflettere con lucidità, profondità e chiarezza su una complicata serie di questioni attinenti la "mia" filosofia etica, mi ritrovo a dubitare del suo utilizzo perché (A) mi ci taglio, e (B) non sono certa di meritarmi sempre quelle ferite. Il che, per una dichiarata meritocratica/colpevolista come me, è un bel problema.

[Inciso: a volte sì, per carità, me le merito eccome.]

Avrei numerosissimi elementi su cui ragionare: eventi, sentimenti, spunti, ricordi... "pacchetti mentali" che si inseguono e si rincorrono gli uni con gli altri, modificando le loro intersezioni di volta in volta. Già sono troppi e complicati, poi quando ci si inseriscono delle rasoiate a vanvera, figuriamoci che bei risultati.

Quindi, programmino per l'avvenire: scrivere sul blog, quando mi vengono in mente, questi "pacchetti" nella speranza (A) che scrivendoli mi si chiariscano un po', e (B) di recuperare un uso consapevole e curato del rasoio, che mi eviti non tutte le ferite autoinflitte, ma almeno quelle immeritate (posto che ve ne siano). E ovviamente che contribuisca allo sviluppo di un "pensiero emotivo" coerente, in grado di migliorare la qualità della vita mia e degli altri, quando si tratta di relazioni interpersonali e affini.

Il tutto, giusto per chiarezza, ha la sua più remota origine in questo post che già in un'altra occasione avevo ripescato e che mi rendo conto essere un punto fermo (o quantomeno non troppo traballante) intorno al quale girano un sacco di cose.

Chi volesse catalogare l'intera questione come "insieme di masturbazioni mentali", ha ovviamente il diritto di farlo, ma sapendo che sta forse esercitando un uso del rasoio di Occam analogo a quello della mia mamma. A ciascuno la propria ricerca etica.

mercoledì, dicembre 26, 2007

Rotta di collisione

C'è questa Persona X che mi sta tanto, ma proprio tanto sui coglioni. Una di quelle persone a cui, dal momento che è d'uso scambiarsi cordiali auguri in questo periodo dell'anno, augurerei cordialmente di rimanere bloccata con la macchina su un passaggio a livello della linea ad alta velocità quando passa il Pendolino.

Poi c'è Persona Y che è tutto il contrario. Una di quelle persone a cui invece, tanto per farla breve, augurerei tutta la felicità di 'sto mondo, e se possibile anche di altri mondi paralleli nel Multiverso.

Poi c'è una connessione a corrente alternata fra Persona X e Persona Y, connessione tale per cui a me potrebbe capitare di imbattermi in Persona X per tramite di Persona Y.

Non fosse che Persona Y sta bene attenta acciocché questo non accada.

E qui tanto per cominciare ci casca la Domanda con la D maiuscola: ma Persona Y si arma di cotanta cautela per tutelare me? per tutelare Persona X? per tutelare se stessa dai potenziali focolai d'incendio che si svilupperebbero in caso di incontro fra Persona X e me?

Qualunque sia la risposta, non è che saperla cambierebbe granché. Diciamo che la domanda me la ponevo per pura curiosità, ma possiamo tranquillamente metterla da parte.

Tornando a monte, dicevamo: Persona Y sta bene attenta acciocché non vi siano incontri fra Persona X e me.

Quindi, lasciatami alle spalle la Domanda, posso proseguire con il Dubbio (con la D maiuscola pure lui): ma chiunque o qualunque cosa Persona Y stia cercando di tutelare, non crederà mica di poterlo fare da qui all'eternità?

Sarà mai possibile pensare di poter tenere lontane due persone in modo artificioso, oltretutto sapendo che possono comunque capitare incontri casuali, visto che non è che una viva in Sudafrica e l'altra in Alaska?

Adesso forse io la faccio troppo facile, ma potrebbe essere meglio fare un bel discorsino a me e/o a Persona X della serie: lo so che vi state sui coglioni ma per piacere siate persone civili, non rompeteli a me i coglioni visto che ho già le mie grane a cui pensare, e se capita che vi incontriate in mia presenza non voglio sentir volare una mosca.

Il tutto, considerando anche che c'è pure una Persona Z, molto più giovane, che davvero non c'entra un beato fagiolo con tutta 'sta storia; e una collisione violenta fra me e Persona X non sarebbe certo un bello spettacolo ai suoi occhi. Quindi, tutelare Persona Z potrebbe essere quantomeno cosa dovuta.

Per carità, impedire la collisione fra Persona X e me è un'ottimo modo per tutelare Persona Z, non ne dubito. Ma torna il Dubbio: sarà mica possibile tenerci su binari separati per tutta la vita? La rotta di collisione esiste, è nel destino, è statistico, sono sicura che esiste, non la si può eludere per sempre.

Forse Persona Y non ci prova nemmeno, a farmi il bel discorsino, perché ha sentito quel sordo brontolio di sottofondo (roba che Zanna Bianca mi fa un baffo) che mi esce dalla gola ogni volta che intravedo Persona X.

Vero. Verissimo. Colpa mia. Potevo/dovevo sforzarmi di agire diversamente. Riconosco il mio torto.

Ma detto questo, santa pazienza, non è che io sia così idiota da non ascoltare Persona Y se mi dice che vorrebbe da me un atteggiamento diverso, no?!?

...no?

Bene. Primo multi-fioretto per l'anno nuovo.

Prometto solennemente di comportarmi bene in presenza di Persona X.
Prometto di non toglierle più il saluto.
Prometto di non ringhiare.
Prometto di non morderla nell'aorta.
Prometto di non sputarle sugli occhiali.
Prometto di non far scrocchiare le nocche.
Prometto di non sabotare la sua macchina nei pressi dei passaggi a livello.
Prometto di trovare, all'occorrenza, argomenti di conversazione (e QUESTO per me non è un fioretto, è un sacrificio umano anzi felino).
Prometto di fare persino la simpatica e la brillante se alla presenza di Persona X si associa la presenza di Persona Z.

Così, magari prima o poi con Persona Y riusciamo a metterci d'accordo, e l'inevitabile collisione fra me e Persona X si risolverà non con un incidente mortale, ma con una constatazione amichevole di sinistro, quelle in cui te la cavi con il fanalino di coda scheggiato e un'ipocrita stretta di mano.

E ora che sto così brillantemente asservendo il mio istinto (e in parte la mia coscienza) a un bene superiore, vado a cercarmi in rete qualche stronzo a cui poter virtualmente spaccare la faccia senza dovermi fare degli scrupoli.

Platone e il mito della caverna

Post della serie "no comment", ovvero mi limito - senza aggiungere nulla di mio - a trascrivere uno dei brani filosofici più famosi della storia. Perché ogni tanto un bel ripasso ci vuole.

Platone, “Il mito della caverna” (Repubblica, Libro VII)

- In séguito, continuai, paragona la nostra natura, per ciò che riguarda educazione e mancanza di educazione, a un’immagine come questa. Dentro una dimora sotterranea a forma di caverna, con l’entrata aperta alla luce e ampia quanto tutta la larghezza della caverna, pensa di vedere degli uomini che vi stiano dentro fin da fanciulli, incatenati gambe e collo, sì da dover restare fermi e da poter vedere soltanto in avanti, incapaci, a causa della catena, di volgere attorno il capo. Alta e lontana brilli alle loro spalle la luce d’un fuoco e tra il fuoco e i prigionieri corra rialzata una strada. Lungo questa pensa di vedere costruito un muricciolo, come quegli schermi che i burattinai pongono davanti alle persone per mostrare al di sopra di essi i burattini.

- Vedo, rispose.

- Immagina di vedere uomini che portano lungo il muricciolo oggetti di ogni sorta sporgenti dal margine, e statue e altre figure di pietra e di legno, in qualunque modo lavorate; e, come è naturale, alcuni portatori parlano, altri tacciono.

- Strana immagine è la tua, disse, e strani sono quei prigionieri.

- Somigliano a noi, risposi; credi che tali persone possano vedere, anzitutto di sé e dei compagni, altro se non le ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna che sta loro di fronte?

- E come possono, replicò, se sono costretti a tenere immobile il capo per tutta la vita?

- E per gli oggetti trasportati non è lo stesso?

- Sicuramente.

- Se quei prigionieri potessero conversare tra loro, non credi che penserebbero di chiamare oggetti reali le loro visioni?

- Per forza.

- E se la prigione avesse pure un’eco dalla parete di fronte? Ogni volta che uno dei passanti facesse sentire la sua voce, credi che la giudicherebbero diversa da quella dell’ombra che passa?

- Io no, per Zeus!, rispose.

- Per tali persone insomma, feci io, la verità non può essere altro che le ombre degli oggetti artificiali.

- Per forza, ammise.

- Esamina ora, ripresi, come potrebbero sciogliersi dalle catene e guarire dall’incoscienza. Ammetti che capitasse loro naturalmente un caso come questo: che uno fosse sciolto, costretto improvvisamente ad alzarsi, a girare attorno il capo, a camminare e levare lo sguardo alla luce; e che così facendo provasse dolore e il barbaglio lo rendesse incapace di scorgere quegli oggetti di cui prima vedeva le ombre. Che cosa credi che risponderebbe, se gli si dicesse che prima vedeva vacuità prive di senso, ma che ora, essendo più vicino a ciò che è ed essendo rivolto verso oggetti aventi più essere, può vedere meglio? e se, mostrandogli anche ciascuno degli oggetti che passano, gli si domandasse e lo si costringesse a rispondere che cosa è? Non credi che rimarrebbe dubbioso e giudicherebbe più vere le cose che vedeva prima di quelle che gli fossero mostrate adesso?

- Certo, rispose.

- E se lo si costringesse a guardare la luce stessa, non sentirebbe male agli occhi e non fuggirebbe volgendosi verso gli oggetti di cui può sostenere la vista? e non li giudicherebbe realmente più chiari di quelli che gli fossero mostrati?

- E’ così, rispose.

- Se poi, continuai, lo si trascinasse via di lì a forza, su per l’ascesa scabra ed erta, e non lo si lasciasse prima di averlo tratto alla luce del sole, non ne soffrirebbe e non s’irriterebbe di essere trascinato? E, giunto alla luce, essendo i suoi occhi abbagliati, non potrebbe vedere nemmeno una delle cose che ora sono dette vere.

- Non potrebbe, certo, rispose, almeno all’improvviso.

- Dovrebbe, credo, abituarvici, se vuole vedere il mondo superiore. E prima osserverà, molto facilmente, le ombre e poi le immagini degli esseri umani e degli altri oggetti nei loro riflessi nell’acqua, e infine gli oggetti stessi; da questi poi, volgendo lo sguardo alla luce delle stelle e della luna, potrà contemplare di notte i corpi celesti e il cielo stesso più facilmente che durante il giorno il sole e la luce del sole.

- Come no?

- Alla fine, credo, potrà osservare e contemplare quale è veramente il sole, non le sue immagini nelle acque o su altra superficie, ma il sole in se stesso, nella regione che gli è propria.

- Per forza, disse.

- Dopo di che, parlando del sole, potrebbe già concludere che è esso a produrre le stagioni e gli anni e a governare tutte le cose del mondo visibile, e ad essere causa, in certo modo, di tutto quello che egli e i suoi compagni vedevano.

- E’ chiaro, rispose, che con simili esperienze concluderà così.

- E ricordandosi della sua prima dimora e della sapienza che aveva colà e di quei suoi compagni di prigionia, non credi che si sentirebbe felice del mutamento e proverebbe pietà per loro?

- Certo.

- Quanto agli onori ed elogi che eventualmente si scambiavano allora, e ai premi riservati a chi fosse più acuto nell’osservare gli oggetti che passavano e più rammentasse quanti ne solevano sfilare prima e poi e insieme, indovinandone perciò il successivo, credi che li ambirebbe e che invidierebbe quelli che tra i prigionieri avessero onori e potenza? o che si troverebbe nella condizione detta da Omero e preferirebbe "altrui per salario servir da contadino, uomo sia pur senza sostanza", e patire di tutto piuttosto che avere quelle opinioni e vivere in quel modo?

- Così penso anch’io, rispose; accetterebbe di patire di tutto piuttosto che vivere in quel modo.

- Rifletti ora anche su quest’altro punto, feci io. Se il nostro uomo ridiscendesse e si rimettesse a sedere, sul medesimo sedile, non avrebbe gli occhi pieni di tenebra, venendo all’improvviso dal sole?

- Sì, certo, rispose.

- E se dovesse discernere nuovamente quelle ombre e contendere con coloro che sono rimasti sempre prigionieri, nel periodo in cui ha la vista offuscata, prima che gli occhi tornino allo stato normale? e se questo periodo in cui rifà l’abitudine fosse piuttosto lungo? Non sarebbe egli allora oggetto di riso? e non si direbbe di lui che dalla sua ascesa torna con gli occhi rovinati e che non vale neppure la pena di tentare di andar sù? E chi prendesse a sciogliere e a condurre sù quei prigionieri, forse che non l’ucciderebbero, se potessero averlo tra le mani e ammazzarlo?

- Certamente, rispose.

martedì, dicembre 25, 2007

Il quartetto della vita

Titolo melodrammatico per un post, lo so.

All'inizio volevo solo inserire questo video (vedi più sotto) da Youtube, perché l'altro giorno ho visto a teatro una versione in italiano del musical Jekyll & Hyde (non male... però poteva essere meglio... però non male... però poteva essere meglio) e mi sono ricordata di quanto mi piace il breve quartetto che prende le mosse più o meno dal minuto 4:45 del video.

Intendevo: quanto mi piace musicalmente (al di là del fatto che sembra un esercizio di stile basato su armonie fin troppo scontate... ma mi piace comunque un sacco).

Poi, mentre lo riguardavo, mi sono resa conto che c'è un altro motivo per cui mi piace. E' un momento drammatico della trama, in cui quattro dei personaggi principali (legati gli uni agli altri da grandi affetti) si trovano a vivere conflitti e paure, talvolta anche a litigare e far presenti gli uni agli altri un insieme di torti e disagi, sebbene preferirebbero di gran lunga non farlo.

Lo fanno perché non hanno scelta.
Perché una donna innamorata non può non difendere in ogni modo il suo uomo.
Perché un uomo con un grande ideale non può non seguirlo fino in fondo.
Perché un padre non può non mettere in guardia una figlia da un possibile pericolo.
Perché un buon amico non può non far notare al proprio amico i suoi torti.

Non è forse il genere di situazione in cui prima o poi ci ritroviamo tutti...?

lunedì, dicembre 24, 2007

Vigilia assonnata e miagolata

Non lo ricorderò esattamente come un Natale bello. Non che la cosa mi sconvolga, visto che al Natale non sono affezionata in modo particolare, però di certo la differenza rispetto agli altri anni si sente (e si sentirà anche a Capodanno).

Non sono mai stata abituata a fare gozzovigliamenti o cenoni per la vigilia, quindi trovo naturale stare tranquilla a casa, accoccolata con il Ghigo sul divano. Mi sento un po' assonnata, probabilmente perché nelle ultime notti ho dormito poco e male. Preoccupazioni? Certo, figuriamoci. Ma su quante e quali scriverò un'altra volta. Qui mi limito ad annotare il devastante effetto psicologico che si subisce quando si ha un animale domestico ammalato.

Ebbene sì, la patonfa (alias gattona di otto chili che prima o poi meriterà un post tutto per lei) ha di nuovo la cistite. Anche sorvolando sui sintomi e sulle conseguenze pratiche, nonché sulla casa puzzolente e devastata, e pensando solo all'impatto emotivo, ce n'è più che abbastanza. L'atteggiamento immalinconito, le orecchie basse, il lamento greve "mao... mao... mao...", e soprattutto lo sguardo depresso e disperato (o almeno, così noi lo interpretiamo, probabilmente antropomorfizzando un po' troppo) che ti fa venire voglia di passare ogni minuto con lei coccolandola e dicendole che andrà tutto bene.

[Inciso: questa è una sensazione che al momento non provo solo nei confronti della patonfa ma anche di alcune persone. Troppe.]

Poi ti degni di razionalizzare e dici a te stessa: okay, dal veterinario ci siamo andati, la puntura di antibiotici l'abbiamo fatta, le pastiglie le abbiamo prese, il detergente per il sederone arrossato pure. Questione di dieci giorni e dovrebbe andare tutto a posto.

Ma poi senti ancora quel "mao... mao... mao..." e ricominci a deglutire a fatica.

«Dài, patonfa... non fare così... dài che fra qualche giorno sei guarita...»

Ma si potrà stare così per un gatto? Si potrà?!?!?
Certo che sì, ovviamente. Istinto materno frustrato? Rapporto simbiotico? Amore viscerale per la comunicazione silenziosa eppure efficace che i gatti sanno instaurare? Ma che ne so.

"Mao... mao... mao..."

Basta, non ce la faccio più. Mi chiudo in camera e vado a letto, e con questa vigilia la schiantiamo. Amen!

lunedì, dicembre 10, 2007

Fuggite

Questo post lo scrivo perché penso veramente di doverlo scrivere. È una specie di appello, o meglio di sincerissimo consiglio, a chi prima o poi nella vita dovesse vivere (più o meno direttamente) un’esperienza analoga a quella che ho vissuto io la settimana scorsa. Diciamo che ho imparato qualcosa di apparentemente scontato ma in realtà non troppo. O comunque non mi era abbastanza chiaro finché non l’ho vissuto sulla mia pelle.

Allora… a titolo di premessa vi spiego che, all’atto pratico, il problema medico di mio padre nei suoi ultimi giorni è stato una insufficienza respiratoria. Il polmone sinistro era ormai invaso da un tumore cosiddetto “a piccole cellule”, mentre il destro soffriva per un banale malanno di stagione (tipo bronchite) che ne pregiudicava la funzionalità (oltre ad essere stato privato di un pezzetto di tessuto polmonare, vent’anni fa, per via di un altro tumore che fortunatamente era stato operabile). Ad essere compromessa era quindi l’intera capacità polmonare: lui inspirava, ma di aria non poteva materialmente assumerne più di un certo quantitativo. Sempre meno, di giorno in giorno.

Circa tre settimane fa, mio padre era stato in ospedale una decina di giorni, prevalentemente per sottoporsi a un certo numero di esami che alla fine avevano condotto alla diagnosi del tumore. Di lì a poco, terminati gli esami, venne dimesso e io lo riportai a casa. E, fino alla settimana scorsa, a casa era rimasto, fra alti e bassi. Mancavano dei responsi medici, quindi, non potendo ancora mettere in atto alcun tipo di cura, non aveva senso tenerlo prigioniero in ospedale. Certo un paio di volte eravamo andati al pronto soccorso perché lui sentiva dolore al petto (dolore dovuto a un versamento pleurico, a sua volta dovuto al tumore), ma non lo avevano ricoverato.

Venerdì e sabato scorsi, aveva chiamato dei medici a casa perché continuava a sentirsi male, ma in entrambi i casi aveva rimediato solo la prescrizione di un paio di antibiotici e di cortisone. Domenica mattina, infine, si era fatto portare nuovamente al pronto soccorso, dove era finalmente stato ricoverato per un edema (dovuto al tumore) che aveva causato un’infiltrazione di acqua nel polmone sinistro.

Per aiutarlo nella respirazione (compromessa dall’infiltrazione), gli hanno applicato la mascherina dell’ossigeno, e da quel momento in poi, non l’ha praticamente più tolta.

Lunedì, mia sorella ed io avevamo un appuntamento a Milano con un famoso oncologo, per sottoporgli la situazione. Siamo tornate con alcune indicazioni utili, che però presupponevano una condizione fisica complessiva non troppo compromessa, in modo da poter iniziare una chemioterapia di un certo tipo.

Purtroppo, ormai la condizione fisica complessiva era compromessa eccome. Quando io mi trovai a riferire alla dottoressa dell’ospedale il parere dell’oncologo milanese, lei mi spiegò che eravamo fuori tempo massimo: l’insufficienza respiratoria era ormai troppo grave e la prognosi era di qualche giorno appena. Non c’era più niente da fare.

“Più niente da fare”, pensavo io, “tranne che impedirgli di soffrire”.

Errore.

Da lunedì a mercoledì sera, l’insufficienza respiratoria peggiorava di ora in ora. Martedì mattina, con un drenaggio, gli avevano tolto un paio di litri d’acqua e mucose dal polmone sinistro. Mio padre ansimava ed era terrorizzato dal continuo senso di soffocamento. I valori di ossigeno nel sangue calavano, ma l’organismo si “abituava” lentamente a questo calo e quindi sembrava non cedere mai del tutto. A questo si aggiungeva una serie di dolori alla schiena e alle spalle, dovuti alla necessità di stare continuamente seduto (quasi mai sdraiato), perché da seduto respirava un pochino meglio, mentre da sdraiato soffocava e basta.

In tutto questo, mio padre era perfettamente lucido e consapevole del suo stato, tanto da chiedere che venisse il cappellano dell’ospedale per concedergli il sacramento dell’estrema unzione.

Provato dall’assenza di aria, riusciva a dire pochissime parole alla volta. Per indicare se aveva bisogno di essere spostato o aiutato in qualche cosa, si esprimeva a gesti. Quando si sforzava di parlare, era per supplicarci di lasciarlo morire. Ogni sua parola era un macigno che non riesco a dimenticare.

“Voi dovete trovare una soluzione estrema. Io non ce la faccio più. Lasciatemi andare”.

“Il mio amico XY l’aveva detto… quando questa malattia ti colpisce una seconda volta, non te la cavi.”

“I medici mi stanno tormentando. Ma perché? Io sono irrecuperabile, devono lasciarmi andare.”

“Non riesco a respirare… e non riesco a smettere di respirare. Nemmeno il Signore mi vuole.”

Già, il Signore. Perché mio padre era molto credente. Eppure, davanti a una sofferenza così atroce, voleva che lo aiutassimo a morire. Finché l’eutanasia la invoco io, che di fede ne ho ben poca (il che mi causa non poche angosce) e davanti al concetto di vita in quanto tale metto sempre quello di qualità della vita, è un conto. Ma se uno come mio padre (un uomo sempre molto coerente, iper-responsabile, dotato di profonde convinzioni, mai un cedimento, mai un’esitazione) supplica di essere lasciato morire, allora vuol dire che veramente non ce la fa più.

A un certo punto si è rifiutato di prendere altre medicine (gocce, pillole) e di mangiare. Ci dava a intendere che il motivo fosse la difficoltà a deglutire, ma non era vero: voleva solo accelerare i tempi. Lo so perché a un certo punto mi ha chiesto di fargli avere un certo calmante, per cercare di dormire.
Ho obiettato: “Ma quella che mi chiedi è una pastiglia, nemmeno piccola. Io te la porto, ma tu poi ce la fai a mandarla giù?”
E lui ha annuito con forza, e con un’espressione che significava “oh, figurati, ce la faccio eccome”.

Quindi non prendeva altre pastiglie e non mangiava perché non voleva.

Perché nessuno lo lasciava andare.

E perché nessuno gli permetteva di soffrire di meno.

Gli davano un po’ di morfina ogni tanto, non importa quanto insistessimo. Più di una volta io stessa ho detto ai medici “fatelo dormire, mandatelo in coma, fate quello che vi pare, basta che non soffra in quel modo!”

Niente da fare. Quando un paziente è in condizioni tanto critiche (e questa è la mia scoperta dell’acqua calda, diciamo ciò che quantomeno ho appreso con chiarezza in quella circostanza), gli viene assegnato un cosiddetto “piano morfina” che determina quanta gliene deve essere data al giorno, e con quale periodicità. Più di quella, nisba.

Perché?

Perché la morfina non si limita a far dormire la persona, ma contribuisce pesantemente ad accelerare la fine. Di conseguenza, l’utilizzo della morfina sfocia facilmente nell’eutanasia, e pertanto medici e infermieri sono spesso reticenti ad utilizzarla più di un tanto, non solo per ragioni legali ma anche etiche e religiose.

Ma – ci spiegava una dottoressa meno reticente delle altre – se uno insiste a sfinimento, chiama l’infermiera duecento volte al giorno, continua a far presente che il paziente soffre le pene dell’inferno, e insomma si trasforma in un insopportabile martello umano, prima o poi gli danno retta e aumentano le dosi.

Peccato che questa cosa noi (mia sorella ed io) l’abbiamo appresa, in questi termini così chiari e pratici, solo mercoledì pomeriggio. Io avevo in programma di andare in ospedale a dare il cambio a mia madre un po’ prima di mezzanotte ed ero determinata a trascorrere la notte dando battaglia a tutti gli infermieri del piano e rompendo loro le scatole peggio di un martello pneumatico.

Ma verso le otto, mia madre mi ha telefonato dicendo che secondo lei mio padre stava molto peggio di prima, che le cose stavano precipitando. Sono corsa in ospedale e ho trovato mia madre che teneva la mano a mio padre, il quale ansimava vistosamente ma sempre più lentamente, senza più forze, abbandonato sul letto con gli occhi chiusi.

E si era tolto da solo la maschera dell’ossigeno.

Lo aveva fatto per una sorta di riflesso condizionato? Perché tanto, ormai, maschera o non maschera, sapeva di essere alla fine?

Oppure lo aveva fatto quando ancora la maschera poteva fare una differenza, perché aveva deciso di lasciarsi morire, perché non sopportava più quella sofferenza infinita, perché nessuno gli permetteva di andarsene?

Così, cinque minuti dopo il mio arrivo, mio padre ha smesso di respirare e di soffrire, sotto i miei occhi, mentre lo tenevo per mano.

Io non rimpiango quei tre o quattro mesi di vita in meno, quelli che forse il tumore ci avrebbe concesso nel caso avesse risposto alla chemioterapia. Io maledico quei tre giorni in più, tre giorni completamente inutili in cui tutto ciò che mio padre ha fatto, minuto – dopo – minuto – dopo – minuto, è stato sentire dolore, ansimare, e provare il terrore che prova una persona in punto di morte.

Tre maledetti giorni, tutti in questo modo. Tre interi giorni di agonia.

E in fondo, rispetto ad altri malati, potrei anche dire solo tre giorni, potrei pensare che tutto sommato non sono stati trenta o trecento, ma solo tre.

Resta il fatto che, per come la vedo io, nessun essere umano dovrebbe essere condannato a una tortura simile. Ogni essere umano dovrebbe avere quantomeno il diritto – una volta saputo di essere in fase terminale e di avere comunque pochi giorni dinanzi a sé – di scegliere se abbreviare le sue sofferenze.

Ma spesso questo diritto viene negato. E in Italia viene particolarmente negato, perché, probabilmente a causa di un retaggio culturale e ideologico di matrice cristiana (cosa che dico senza intento polemico ma semplicemente come dato di fatto), l’intero settore della medicina del dolore è decenni indietro, rispetto ad altri paesi del mondo.

Insomma eccolo, il consiglio, per banale che sia, di cui volevo rendervi partecipi. Se mai vi dovesse capitare di avere un amico o un familiare in condizioni simili… se già sapete che non può cavarsela… se avete la certezza che è destinato a morire presto… se egli stesso è consapevole di ciò che lo attende e vuole accelerare i tempi… portatelo via da qui. Portatelo via, subito! Portatelo in Svizzera, in Olanda, negli Stati Uniti, portatelo dove vi pare ma non lasciatelo prigioniero di un sistema sanitario dove sarebbe condannato a soffrire pene infernali prima di potersene andare. Scappate! Per amor di Dio, fuggite, fuggite finché potete, finché la persona è in grado di viaggiare o di essere trasportata. Non lasciatevi fermare dal timore di allontanarlo dalla famiglia e dagli amici, non lasciatevi bloccare da niente e da nessuno. Fuggite e portatelo via, prima che sia troppo tardi.

L’ultimo giorno, mio padre comunicava con noi per iscritto, perché ansimava troppo per parlare. Una delle ultime righe che ha scritto potete vederla qui sotto. L’ho scansionata, invece che limitarmi a trascriverla, per farvela vedere proprio com’è, scritta di suo pugno.


"Lascino decidere a me".

Se mai dovesse ricapitarmi di trovarmi in una situazione analoga, giuro che farò qualsiasi cosa in mio potere per impedire che altre persone a me care vivano un calvario simile. Devo arrivare a dire una cosa anche più brutale? Eccola: mi piacerebbe poter contare abbastanza su me stessa per avere il coraggio, se necessario, di entrare in ospedale armata e sparare un colpo in testa al malato. Ma so che, quasi certamente, un coraggio così estremo non lo avrei.

Però, la “fuga”, quella riuscirei a organizzarla. Un bel trasferimento all’estero. Quello non me lo toglie più nessuno, cascasse il mondo. E vale per qualsiasi persona, fra quelle che mi stanno intorno, fra i miei amici, fra gli amici degli amici, che possa mai avere bisogno di una cosa del genere. Laddove le mie possibilità, anche economiche (perché spesso è pure di questo che si tratta), me lo permetteranno, sono certa con tutta la forza del mondo di voler essere sempre in prima linea, senza mai mollare, per nessuna ragione.

Lo ripeto a chiunque legga questa pagina, ai lettori abituali e a quelli di passaggio, agli amici e agli sconosciuti. Io vi auguro che un’esperienza di questo tipo non vi capiti mai e poi mai, nemmeno al mio peggior nemico. Ma se dovesse capitarvi, non aspettate. Non perdete tempo. Non abbiate esitazioni. Non ponetevi dubbi o domande.

Muovetevi subito.
Andate via.
Fuggite.

giovedì, dicembre 06, 2007

So long, dad



La faccio breve perché non è il genere di cosa che uno ha voglia di scrivere, ma ci sono persone con cui mi tengo in contatto prevalentemente attraverso questo blog, e così posso risparmiare tempo ed energie piuttosto che contattarle una ad una.
Ieri sera, dopo quattro giorni di crescente sofferenza, è morto mio padre (a causa di una grave insufficienza respiratoria causata da un misto di tumore al polmone e bronchite).
Sono distrutta dall'evento in sé e dal senso di perdita e vuoto, ma sollevata al pensiero che quell'agonia sia terminata. E vagamente consolata dal fatto di essere stata presente, lì con lui, al momento del trapasso.
Ho intorno uno scudo umano, costituito da marito, familiari e amici fraterni, che mi sostiene come meglio nessuno potrebbe fare e a cui va la mia gratitudine più totale e infinita.
Ho alcune cose che mi piacerebbe scrivere, tra piccoli ricordi e grosse arrabbiature che mi sono venute negli ultimi giorni, ma ci penserò più avanti. Per adesso, si tratta di tenere duro e ricominciare.

sabato, dicembre 01, 2007

Settimane a rovescio

Ormai è la regola: nei giorni feriali metto insieme un'iradiddìo di cose, tutte diverse, alcune di lavoro altre no, alcune di famiglia altre no, ecc ecc, corro da una parte all'altra come una palla di gomma impazzita e spesso e volentieri arrivo a fine giornata riducendo ben poco di concreto (fatte salve le imprescindibili porzioni di tempo che passo con certe persone - quelle sono il miglior motivo del mondo per starci, al mondo).
Va da sé che mi ritrovo con un accumulo di lavoro spaventoso per il weekend, cosìcché il sabato e la domenica diventano le giornate "metodiche" della settimana. Due episodi di serie TV da adattare in due giorni (perché vanno consegnati il lunedì mattina!). Nelle mie ormai tradizionali tre fasi: traduci il copione, aggiusta indicazioni e siglette varie, procedi con l'adattamento vero e proprio.
La cosa sorprendente è che ci riesco, a farne uno al giorno. Anzi, se facessi tutto in fila senza staccare mai (cioè senza coccolare le micie, coccolare il marito, pranzare, cazzeggiare su internet, bloggare, accendere il MSN, prendere un tè, ecc), mi basterebbero, toh, andiamo per approssimazione... sei ore. Probabilmente meno.
Quindi?
Quindi, o sto diventando veramente brava a fare questo mestiere (che negli ultimi sei anni ho preso e mollato - non per mia scelta - più volte di quante riesca a ricordare), o tutto il contrario, ovvero sto tirando via. Ma... boh, non credo. Quando mi sembra che una battuta vada bene, non è che se la riprovo altre dieci volte ci riesca a vedere dettagli da cambiare o synch da rivedere. Continua a sembrarmi che vada bene.
Starò mica diventando brava...? °__°
Prima di crogiolarmi in questa idea, devo per forza aspettare il feedback del committente. Anzi, meglio ancora, aspettare che la serie tv vada in onda e controllare, parola per parola, se e cosa hanno cambiato dei miei copioni.
Ma se per caso fosse vero?
Significherebbe non solo lusingare il mio ego in maniera spropositata, ma anche sapere che all'occorrenza, e ovviamente in momenti più ordinati della vita in cui poter lavorare come i comuni mortali nei giorni dal lunedì al venerdì, posso avere una produttività molto alta... e questo, incrociando le dita, un giorno potrà avere ottime conseguenze.
Va bè... meglio smetterla di star qui, devo partire con la traduzione del primo copione. Però prima potrei anche prendere un tè. O potrei vedere se sul MSN c'è qualche amico. O potrei lavarmi i capelli. O potrei...

giovedì, novembre 29, 2007

Legally Blonde - the musical

Questo musical è talmente scemo da essere quasi imbarazzante.
Ma budget stellari e un cast come Broadway comanda, rendono godibile persino questa follia. Degli spettacoli che ho visto l'estate scorsa a New York temo sia uno di quelli che mi sono rimasti più impressi... omigod!



Ronf e Zzzzz

Ho sonno.

E ovviamente ho sonno perché non dormo abbastanza, il che accade perché ho il sonno più leggero del solito (il che già è tutto dire) e quindi di notte mi sveglio a ogni minimo soffio di vento.

Sempre ammesso che una possa chiamare "minimo soffio di vento" quelle specie di ruggito che potrebbe sembrare (A) un brontosauro in amore, (B) una segheria canadese in piena attività, (C) un esercito di taccole, e che invece è nientepopodimeno che mio marito quando russa. Ovvero ogni notte.

Diciamo che, se ho fortuna, riesco ad addormentarmi intorno alle due, due e mezza. Se la mattina mi tiro su dal letto (con apposito paranco) verso le otto, a volte le nove, non posso nemmeno dire di aver dormito poco, ma evidentemente è sonno di cattiva qualità. Risultato, dopo pranzo mi piglia un abbiocco che se non mi stendo sul divano sono capace di collassare sul pavimento. Risultato del risultato, la sera ho meno sonno di quel che dovrei, e questo incide sulla cattiva qualità del sonno notturno.

Il tutto in un periodo nel quale vorrei tanto dormire come un ghiro 24 ore al giorno, perché alle preoccupazioni vecchie se n'è aggiunta una nuova (e diciamola, così cade il silenzio stampa e bòna lè: mio padre sta parecchio male) e complessivamente mi piace ronfare più che posso, per pensare meno che posso.

Non fosse che il telefono squilla in continuazione.

Non fosse che tocca pure lavorà.

Non fosse che a fare l'eremita abbarbicato sul divano non ci si guadagna nulla, né in umore né in lucidità (ma, questo va detto, ci si guadagna una patonfa - alias gattona di otto chili - che svolge una indispensabile funzione di stendinervi e scaldapiedi).

In effetti, sentirsi lucidi come Glicerina Il Papero a ogni ora del giorno e della notte non è proprio il massimo della vita. Curiosamente, i neuroni si riattivano quando ho direttamente a che fare con persone che si "affidano" a me per qualcosa. Che ne so... mia zia che mi chiede se le do una mano a parlare con un tipo in banca... il figlio di un'amica che si fa dare una mano per i compiti... cretinate, mica i massimi sistemi dell'universo. Ma almeno sono stimoli. Sarà anche che mica posso rispondere "zia, guarda, arrangiati con la banca perché io c'ho sonno, vè".

Comunque... il tutto per dire che se vi arrivano mail senza senso... o vi arrivano mail che in teoria dovevo mandare a qualcun altro... o non vi arrivano risposte che aspettavate... ecc ecc ecc, vi prego insistete e fatemelo presente perché qui il letargo ad occhi aperti avanza. In quanto che, putacaso non si fosse capito, c'ho sonno... -___-

lunedì, novembre 19, 2007

Circolarità casuali

Il loop, la circolarità, è un concetto che mi affascina da sempre. Nella fiction, nella vita, nei sentimenti. Sono quasi giunta a convincermi che ci sia ovunque, che si nasconda in ogni anfratto di ogni aspetto dell'esistenza, anche quando non ce ne rendiamo conto.
Me ne è eppena venuto in mente un esempio curioso, o meglio IO lo trovo curioso perché ci sono capitata nel mezzo e perché in questi giorni molti ricordi emergono dai miei neuroni sovraffollati.

Protagonisti: io, Lui e Lei.
Io, vabbè, sono io.
Lui è l'irraggiungibile e inimitabile professore a cui tanto devo.
Lei è quella stessa Lei che a volte ho citato in questo blog.

Dodici anni fa.
Lei mi fornisce alcune indicazioni di metodo e contenuto su un lavoro che andavo preparando. Arrivate a doverne affrontare l'aspetto formale e stilistico, mi dice: "Su questo non ho niente da dirti, secondo me va benissimo, tu scrivi benissimo. E' perfetto. Scrivi come Lui, capisci? Hai lo stesso stile, lo stesso modo, non so se lo fai apposta o se ti viene naturale, ma scrivi proprio come Lui".

Dieci giorni fa.
Lui, durante un discorso pubblico, afferma: "La cosa più bella degli scritti di Lei è la forma, lo stile. Una scrittura limpida, chiara, elegante, pulita, senza sbavature, senza cedimenti, senza incertezze. Dal punto di vista dello scrivere, Lei era in assoluto la più brava, la migliore."

Il cerchio si chiude e non so più dov'era iniziato.

domenica, novembre 18, 2007

Meow

Me essere donna felice.

http://www.teatroarcimboldi.it/evento.php?pagina=8&evento=52

La mamma è sempre la mamma

Arrivata via mail, ma troppo bella per non metterla anche qui...

LA MAMMA E' SEMPRE LA MAMMA

Ecco un'analisi di come il suo aiuto ci permette di affrontare la vita e capire il mondo che ci circonda.

La mamma è quella che ti insegna a rispettare il lavoro degli altri:
-"Se dovete ammazzarvi, fatelo fuori di qui, che ho appena pulito!"

La mamma è quella che ti insegna a pregare:
-"Prega Dio che non ti sia caduto sul tappeto!"

La mamma è quella che ti insegna a rispettare le tempistiche di lavoro:
-"Se non pulisci la tua camera entro domenica, ti faccio pulire l'intera casa per un mese!".

La mamma è quella che ti insegna la logica:
-"Perche' lo dico io, ecco perchè!"

La mamma è quella che ti insegna ad essere previdente:
-"Assicurati di avere le mutande pulite, non sia mai fai un incidente e ti devono visitare!".

La mamma è quella che ti insegna l'ironia:
-"Prova a ridere e ti faccio piangere io!".

La mamma è quella che ti insegna la tecnica dell'osmosi:
-"Chiudi la bocca e mangia!".

La mamma è quella che ti insegna il contorsionismo:
-"Guarda che sei sporco dietro, sul collo!".

La mamma è quella che ti insegna la resistenza:
-"Non ti alzi finchè non hai finito quello che hai nel piatto!".

La mamma è quella che ti insegna a non essere ipocrita:
-"Te l'ho gia' detto mille volte di non farlo, non fare finta di niente!".

La mamma è quella che ti insegna il ciclo della Natura:
-"Come ti ho fatto, ti disfo!".

La mamma è quella che ti insegna il comportamento da non tenere:
-"Smettila di comportarti come tuo padre!".

La mamma è quella che ti insegna cos'e' l'invidia:
-"Ci sono milioni di poveri bambini che non hanno genitori meravigliosi come noi!"

Lessico familiare: Yopopòi!

Nel gergo di casa Swan, "Yopopòi" è un vocabolo che può voler dire qualsiasi cosa (come "puffare" per gli ometti blu alti due mele o poco più), ma viene usato nella maggioranza dei casi come esclamazione di entusiasmo o contentezza.

Da dove derivi e perché io ci sia affezionata è cosa che non posso rivelare ora, ma sarò felicissima di farlo tra (spero) non troppo tempo. Yopopòi! ^__^

venerdì, novembre 16, 2007

Coerenza, questa sconosciuta

Illuminazione delle 23:49.

Meno di un mese fa, proprio su questo blog, scrivevo il seguente post:
http://jellicleswan.blogspot.com/2007/10/mt-5-44-48.html
nel quale dicevo di volermi sforzare nel concentrarmi su quanto e cosa (di buono) io posso provare per gli altri, piuttosto che il contrario.

E un paio di giorni fa scrivevo questo:
http://jellicleswan.blogspot.com/2007/11/qualcuno.html
in cui invece stilavo una lista di persone ("qualcuno") che hanno fatto qualcosa per me.

Ora non dico che la coerenza sia un principio da rispettare sempre e comunque, ma in effetti potevo anche stare più attenta. Quindi, come capita nei film in DVD, ho pensato a un finale alternativo per il post più recente.

Eccolo: "mettemi intorno persone da amare, ed io solleverò il mondo".

Bè. Mica male, come variante.

giovedì, novembre 15, 2007

Domanda irrisolta

Ma io mi chiedo... anche guardando video vecchi di quasi dieci anni...
...che bisogno aveva mai Dolores O'Riordan del resto dei Cranberries?!? Questo sì era girls power!

mercoledì, novembre 14, 2007

Qualcuno

Il concetto "presto dovrebbe essere tutta discesa", che avevo accennato uno o due post fa, è durato poche ore. Purtroppo lunedì è emerso un nuovo, grosso casino, di quelli che fanno apparentemente sembrare sciocchezze tutto il resto.
Dico "apparentemente", perché trovo irrispettoso stilare classifiche o gerarchie quando si ha comunque a che fare con robe brutte.

Però, siccome non posso e non voglio trascorrere il mio tempo a lasciarmi deprimere, vorrei appuntare qui alcune piccole/grandi cose che mi hanno messo addosso un po' di serenità.

Qualcuno che non sentivo da un pezzo si è fatto sentire.
Qualcuno mi ha chiesto di tornare a giocare insieme.
Qualcuno mi ha dimostrato per l'ennesima volta di esserci ogni volta che ne ho bisogno.
Qualcuno mi ha coccolata lasciandomi posare la testa sulle sue gambe.
Qualcuno mi ha scritto "I love you".
Qualcuno mi riempie (materialmente o metaforicamente) di pacche sulle spalle.
Qualcuno mi ha dato prove di stima.
Qualcuno condivide con me il mio proposito "non devo perdere colpi".
Qualcuno non ha sostenuto il mio sguardo.
Qualcuno mi ha accarezzato una guancia.
Qualcuno sta facendo di tutto per non lasciarsi abbattere.
Qualcuno mi ha dedicato una canzone.

E sono solo i primi che mi vengono in mente.
Mettetemi intorno persone che mi amano, ed io solleverò il mondo.

domenica, novembre 11, 2007

Ricordi ravennati



L'ultimo musical-meeting ravennate con gli amici risale ormai a diverse settimane fa, ma tra una cosa e un'altra avevo dimenticato di parlarne qui sul blog. Cioè, parlarne: in effetti non è che abbia mille cose da resocontare, fatto salvo il solito misto di soddisfazione, contentezza e allegria. Però poco fa dal marasma del mio studio è rispuntato un foglietto sul quale mi ero segnata due o tre cose di quelle che non vorrei dimenticare...

BOTANICA
- Mai visto un mango in vita mia. Com'è fatto?
- Ma dài, è quel frutto a forma di isola di Ceylon!

PUNTI DI VISTA
- C'è questo mio ex, col quale ovviamente da secoli non c'è più niente...
- Sì, tranne che ci ha riprovato con lei a pochi giorni dal nostro matrimonio...
- Evabbè, ma quello è stato uno scivolone!

MAI DIRE MAI
- Avevo sempre detto: mai con uomini sposati... e invece ci sono cascata come una pera!
- Ma veramente io non ero sposato, ero separato.
- Non stavo parlando di te, amore.

NOMENCLATURE
- Ma dove sono finite quelle due?
- Nel confessionale.
- ?!?
- In terrazza!

ZOOLOGIA
- Ma quindi, la capra della Taverni...?
- Non è una capra, è un'antilope!

...e infine il complimento più bello della giornata:
"Ma tu lo sai chi è Aida Yespica?"

Se chi mi conosce si chiede perché per me questa domanda sia stata un complimento... vuol dire che non mi conosce abbastanza. Mi è solo dispiaciuto aver risposto "sì".
:-)

sabato, novembre 10, 2007

Barbato, link aggiornato

...che fa pure rima.

Comunque, breve segnalazione: nella colonna di destra, ho aggiornato il link al blog di Paola Barbato (Il rollio dell'anaconda), donna di rara arguzia e bravura. Cliccatelo, seguitelo, bookmarkatelo, ché merita.

Ah, per chi non l'avesse ancora letto (ormai è uscito da una vita), merita pure il suo primo romanzo, Bilico. Detto da una che i gialli / noir / thriller / procedural police, ecc ecc ecc, solitamente non li ama più di tanto. Ma questo sì - e non per l'aspetto poliziesco della trama, ma per un paio di personaggi coi controfiocchi e per la "filosofia" che si porta dietro: un cazzotto nello stomaco di quelli potenti, che si possono incassare o restituire. Ma intanto va assaggiato.

venerdì, novembre 09, 2007

di Te e di Lei

Avvertenza: questo è un post criptico.
Di quelli che una sola persona potrebbe (forse) capire, non fosse che quella persona il mio blog non lo legge in quanto non sa che esiste.
Ma lo scrivo lo stesso perché ne ho voglia (oh!) e perché mi fa bene (doppio oh!) e perché in fondo lo sappiamo tutti che i blog sono mille cose diverse e una di quelle mille cose è un continuo esercizio di egocentrismo e autoerotismo mentale (ooooh!).

[inciso per la donna bionica: eppure no, mia cara, le altre 999 cose non le ho ancora mai elencate, ma non mi dimentico che te lo devo.]

Ora, tornando a noi.

Questo post è un messaggio per Te a cui in tanti anni non sono mai riuscita a dire (per imbarazzo, per emozione, per pudore, per ritegno) quanto tu valga in quanto Te stessa.
Per Te che sei entrata nella mia vita come una sorta di riflesso di Lei, un suo simulacro, qualcuno che era tanto simile ma anche tanto diverso, forse un rimpiazzo, forse un'ombra.
Per Te che (siccome non sei per niente stupida) lo hai sempre saputo, di aver rappresentato a lungo una specie di concretizzazione di un'irraggiungibile idea platonica, la cui concretizzazione precedente era ormai perduta per sempre.
Per Te che sei arrivata da me a causa di Lei, e non ci saresti mai arrivata se Lei non fosse andata via.
Per Te che all'inizio mi spaventavi perché le eri tanto simile, così tanto che credevo di impazzire, così tanto che a vederti mi sembrava di dare la caccia a un fantasma.
Per Te che sei sempre stata pronta ad accogliermi nella tua (vostra) vita senza riserve, all'inizio a tua volta (credo) vedendo in me un aggancio con Lei, e poi invece perché di cose in comune ne avevamo tante, perché siamo state coloro che hanno voluto impararla veramente, quella orribile lezione, che hanno cercato di apprendere, non solo separatamente ma anche insieme (ed è questo a fare la differenza).
Per Te che quando ci siamo dette "ci rivediamo", lo abbiamo detto credendoci, e poi lo abbiamo fatto per davvero.
Per Te che con il tempo sei tornata ad essere qualcuno di importante in quanto tale, e non più un riflesso altrui.
Per Te che mi hai mostrato i tuoi lati più morbidi e più spigolosi, che non ti sei rifugiata nella formalità ma hai voluto costruire qualcosa di vero anche con me (con noi).
Per Te che, diventata due volte madre, hai portato avanti la tua vita senza mai perdere la memoria di Lei, ma senza lasciartene ossessionare, e trasmettendo il suo ricordo gentile ai tuoi bambini.
Per Te che ieri sera hai piantato a metà una conversazione per venire da me (proprio da me, con tutta quella gente!) e per abbracciarmi forte e per non lasciarmi quasi più andare.
Per Te che sai, lo sai benissimo, tutto quello che ho scritto qui sopra (motivo per cui non importa affatto se non lo leggerai mai), per Te che sai perfettamente quanto fra di noi ci sia sempre Lei, e quanto allo stesso tempo fra di noi non ci sia.

Per Te che non sei né un'ombra né un riflesso e mai avresti dovuto esserlo, eppure non hai potuto farne a meno (né io avrei mai potuto percepirti altrimenti, allora). Per Te che mi hai dato più di quanto meritassi. Per Te, per quello che sei.

Per Te e per nessun altro, ora, qui, e allora.

Notte di stelle

Gli uccellini nel vento
non si fanno mai male,
hanno ali più grandi di me

E dall'alba al tramonto
sono soli nel sole

Buonanotte,
questa notte
è per te...

lunedì, novembre 05, 2007

Come volevasi dimostrare

L'avevo scritto, no? Dico, l'avevo scritto nell'ultimo post, che questa sarebbe stata la settimana peggiore dell'anno. Infatti già da stamattina abbiamo cominciato male. Il culmine arriverà tra giovedì e venerdì, poi con un po' di fortuna tutta l'adrenalina si scaricherà nel weekend, e i nervi torneranno un po' meno tesi la settimana prossima. Da lì dovrebbe essere tutta discesa, se va come al solito. Per aiutare l'effetto discesa ci metto anche una trasferta a Birmingham a fine mese per le ultime due repliche del tour di Godspell e per incontrare Tiffany, e con un po' di fortuna anche Lisa e Junix, anch'essi vecchie conoscenze dai tempi di Cats al New London Theatre (marònn come passa il tempo).

Dicevo, sarà quindi tutta discesa, SE va come al solito. Perché fino ad ora, diciamolo pure, come al solito non è andata. Gli anni scorsi non ero così scombiccherata. Cosa è successo stavolta? Non ne ho idea. Di sicuro tutte le tensioni assorbite negli ultimi mesi (vuoi per casini miei, vuoi per casini altrui) non hanno aiutato, eppure mi conosco a sufficienza da ritenere con fortissima probabilità che il problema non sia quello.

Anzi: se qualcuna delle persone che mi gravitano intorno (o a cui io gravito intorno) sta iniziando a pensare cose del tipo "l'ho stressata troppo" oppure "non dovevo buttarle addosso tutti i miei casini in quel modo", la mia risposta è categoricamente: no, non è colpa tua, tu non c'entri. Qui è il mio cervello che deve trovare una stabilità nuova, usando i soliti vecchi strumenti ormai collaudati, che so benissimo poter funzionare ancora, devo solo affilarli un momentino. Quindi nessuna preoccupazione: datemi solo qualche settimana e passa tutto. No worries. :-)

Cosa ho fatto invece di andare a Lucca

Allora il ponte dei morti/santi si è concluso, e la gente torna (o è già tornata) da Lucca Comics & Games. Io, che a Lucca nemmeno ci sono andata (anche se ho rischiato in extremis di doverci correre ieri notte, ma poi per fortuna l'emergenza è rientrata), in fin dei conti sono contenta di essere rimasta a casa.

A fare che?

Aaaah... (*sospiro*) vediamo un po'. Visione di DVD di cortometraggi animati, uno peggio dell'altro; pranzi e cene a casa della Grande Capessa; shopping all'Electronics (comprato aspiragatto nuovo e un bel mazzetto di DVD); pulizie di casa; adattamento di UNA puntata di serie tv; ronfate, ronfate, ronfate; sesso tra una ronfata e l'altra; lungo giro in moto insieme a GhigoBeo; breve giro in macchina con il TecnoUomo che ha comprato la macchina nuova; immersione nel casino maiale del centro cittadino il sabato pomeriggio (non lo facevo da almeno tre anni, e l'esperienza me ne ha ricordato il motivo, quindi direi che per almeno altri tre anni non se ne parla); scambi di SMS "lucchesi" con Caos Incarnato; lunghe passeggiate in solitaria; smillantamila coccole al toplino e alla patonfa; breve crisi mistica della serie "e io dove cazzo ero?" quando mi è stato involontariamente ricordato che, tempo fa, una cara amica ha passato un momentaccio senza avermi al suo fianco; un'oretta buona di coccole a Rex, il pastore tedesco più buono del mondo; momenti di pelle d'oca e sguardi corrucciati al vedere snodarsi il copione più vecchio e squallido del mondo davanti ai miei occhi; momenti di orgoglio al sentirmi gratificata per le "buone azioni" del recente passato; momenti di amarezza dovuti alla sensazione che la mia "fidanzata" mi stia snobbando; momenti di contentezza al sapere che altre persone importanti mi sono più vicine che mai; momenti di timore al pensiero della settimana che mi aspetta (la peggiore dell'anno, come ogni anno); momenti di autentica euforia davanti a un sorriso e a una risata che di recente avevo visto/sentito troppo poco.

Confermo. Sono contenta di essere rimasta a casa. :-)

venerdì, novembre 02, 2007

Quanto ti ho amato

Oggi mi hanno fatto sentire questa canzone, che non conoscevo.
La inserisco qui per non dimenticare una giornata che ha oscillato in continuazione fra la quotidianità e l'eccezionalità.

mercoledì, ottobre 31, 2007

What if...?

Quando col mio lettore mp3 mi capita di ascoltare il finale di Tanz Der Vampire, me lo godo come una matta, a volte lo metto addirittura in loop, insomma mi piace un sacco. E fin qui tutto normale.
Poi però mi capita di guardare dei video, e davanti alla coreografia storco un po' il naso. Da TOTALE profana, s'intende, io di danza non capisco un'emerita cippa. Eppure, da semplice spettatrice, guardo il video e penso "Sì... carina... però si poteva fare di più... potrebbero muovere più passi, girare più veloci, fare più salti, o delle acrobazie... insomma, DI PIU'!!!"
Da cui, il mio what if: ...e se la coreografia di Tanz l'avesse creata Gillian Lynne?
Chissà. E' bello sognare. :-)



domenica, ottobre 28, 2007

Bye bye Lucca

Annunciaziò, annunciaziò: quest'anno, per la prima volta in (credo) una quindicina d'anni, NON vado alla fiera del fumetto di Lucca. Né per lavoro, né per piacere. E non è che vada a farmi il ponte vacanziero altrove... sto proprio a casa, perché mi tocca un po' lavorare e un po' occuparmi di altre robe.

Mi dispiace immensamente saltare l'appuntamento fieristico per eccellenza, ma tutto sommato riesco anche a godermi il pensiero di evitare la calca, la ressa, le emicranie, i logorroici e i geni incompresi. Anche quelli a cui voglio bene. Anche quelli a cui non voglio bene e che mi tirano addosso palate di fango ogni due per tre, ma che ciò nonostante stimo almeno un po'.

Mah... tutto sommato va bene così. Avere un po' di tempo per marito e amici sarà un'interessante novità.

Mt 5, 44-48



Un po' di tempo fa, parlando con un'amica che aveva (e ha sempre avuto) gravi problemi di relazione con suo padre (un simpaticone che ha abbandonato lei e la madre quando lei aveva sei anni), sfornavo la massima "gli esseri umani non sono fatti per i sentimenti a senso unico". Nel caso specifico intendevo che, nonostante un legame di sangue che qualcosa vuole pur dire, trovavo più che giustificato che lei iniziasse a perdere la pazienza con quest'uomo sempre così infantile, così menefreghista, così (per farla breve) stronzo.

Poi, per puro caso, mi capita di ricordare un passo del Vangelo di Matteo che a tempi alterni mi torna in mente. "Io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste". (Mt 5, 44-48)

Questioni religiose a parte (visto che il Cattolicesimo ed io ci frequentiamo pochissimo, ormai da un bel pezzo), ho sempre trovato parecchio significative le frasi che ho marcato in corsivo. La mia prosaica parafrasi è: "Qualsiasi coglione è capace di voler bene a chi gli vuole bene. Se invece uno riesce a voler bene sul serio anche a persone che non provano altrettanto amore per lui, o comunque non glielo dimostrano abbastanza, allora sì che è uno in gamba".

Da un lato a me non piace sentirmi una cogliona qualsiasi, dall'altro continuo a pensare che in effetti i sentimenti a senso unico non facciano parte del DNA umano.

Ma, a dirla tutta, quando mi ritrovo a rimuginare su quel brano di Vangelo, non si tratta quasi mai proprio di sentimenti a senso unico. Si tratta più che altro di casi in cui a me sembra di dare il mondo per qualcuno, e nella mia percezione delle cose, quel qualcuno non ricambia. E' il genere di cosa che mi fa sentire molto frustrata e che mi capita a fasi alterne con certi amici/amiche in particolare. Più o meno sempre le stesse persone.

Eppure, quando mi vengono quei piccoli o grandi attacchi di frustrazione, mi sento anche molto cogliona. Nel senso di "persona capace di amare gli altri solo quando si sente amata dagli altri". E mi faccio imbestialire da sola, perché vorrei essere migliore. E poi diciamocelo, quante volte sono io per prima a comportarmi in un certo modo nei riguardi altrui, spesso senza nemmeno rendermene conto? Ma il problema non è solo questo, è più generale.

Cioè: è voler bene, un sentimento che (più o meno esplicitamente) si aspetta di essere ricambiato?

Sono azioni buone, quelle che (più o meno esplicitamente) si aspettano qualcosa in cambio?

Se voglio davvero bene a qualcuno, non dovrei prenderlo per quello che è, accettare con gioia quello che sa darmi, e riversargli addosso il mio affetto in modo incondizionato?

O almeno, nel modo più incondizionato che io sia in grado di offrire.

Quella stessa amica che tempo fa discuteva con me di suo padre, di recente ha passato un mesetto senza mai farsi sentire. Pur sapendo che io sapevo (per sentito dire) di certi suoi gravi problemi sul lavoro, che ero preoccupata per lei, e ovviamente che mi mancava.
Io dal canto mio ero (e sono tuttora) in un periodo nero, in cui mi sento a metà fra il depresso e l'incazzato da mattina a sera, e sentivo un gran bisogno di lei, perché un insieme di significative differenze tra di noi (età, cultura, formazione, esperienze, ideali, spirito) le permettono quasi sempre di darmi un appoggio particolare, condito di parole e idee che mi danno ogni volta prospettive nuove.
E poi, insomma, se scherzando la chiamo "la mia fidanzata" vuol pur dire che c'è un legame speciale, no? Negli ultimi due anni, nonostante la distanza, siamo sempre state una a fianco dell'altra in ogni momento, con reciproco beneficio.
Comunque, lei sparita dal mondo, ed io che al terzo o quarto tentativo di sentirla rinuncio, lasciandomi sopraffarre dal nervosismo e pensando cose come: "Brutta bestia, dove sei finita? Ho bisogno di te, perché sparisci in questo modo? No, dico, sei proprio carina, dopotutto io quest'estate ho semplicemente varcato due continenti e un oceano per venire da te, e adesso tu nemmeno ti degni di mandarmi due righe per darmi uno straccio di appoggio in un momento difficile."

Da un lato pensieri di questo tipo mi sgorgavano da dentro senza freni, dall'altro mi facevano sentire molto meschina e cogliona (sempre nel senso di cui sopra).

Poi, vabbè, si è fatta sentire. Ma il punto non è il caso specifico, è l'atteggiamento generale. E' il fatto che vorrei riuscire a migliorare sotto questo profilo, e faccio una gran fatica.

Vorrei considerarlo una specie di fioretto per gli anni a venire.
Ce la farò?
Mi piace pensare di avere una chance, se non altro per orgoglio: "Qualsiasi coglione è capace di voler bene a chi gli vuole bene."
Ci provo.

Nota a latere: se per caso qualcuno osa pensare che dovrei avere cotanto atteggiamento caritatevole anche con il cialtrone che, sia pure in maniera indiretta, sta causando il nervosismo e la frustrazione delle ultime due settimane, temo che sia pretendere troppo.
Essere ben disposta verso persone che hanno (forse!) l'unica "colpa" di non amarmi quanto io amo loro, posso provarci.
Ma verso qualcuno che ne ha combinate così tante? Eh no, cazzo. Neanche morta.
Il DNA umano, alla fine ha la sua buona parte di ragioni.

sabato, ottobre 27, 2007

Ma non esiste. Non esiste proprio!!!

Questa si commenta da sola.
A 'sto giro non è che voglio cambiare paese, voglio proprio cambiare pianeta.

(ANSA)-COMO, 26 OTT- Per guardare dietro le sbarre Olindo Romano e Rosa Bazzi, molta gente si è recata a Como e ha chiesto dove si possono 'acquistare' i biglietti. Il processo per la strage di Erba comincera' il 29/01/2008, e l'attesa per l'evento è già alta. Le richieste sono state poste alle guardie giurate davanti al tribunale. Anche ai magistrati risulta che ci sia molto interesse per assicurarsi un posto al processo, e quindi stanno già cominciando a pensare come organizzare l'evento che sarà anche mediatico.

sabato, ottobre 20, 2007

Kristin, sei un genio

Ieri sera mi è tornata in mente questa clip che non guardavo da secoli: "If" cantata da Kristin Chenoweth. Più la guardo, più la trovo eccezionale. Intanto perché lei è un geniaccio, un vero animaletto da palcoscenico, e anche in una situazione semi-formale come questo concerto trova il modo di divertirsi e divertire. E poi perché fa veramente venire voglia di seguire il suo consiglio.