mercoledì, luglio 25, 2007

Veloce comunicazione di servizio

Più di un mese senza nuovi post... un bruttissimo record negativo!

In realtà anche questo post serve solo a segnalare che sono viva ma sono ancora assorbita dal lavoro e non posso fare diversamente, nonostante sia l'umore che la salute inizino a risentirne. Io non ho quasi mai somatizzato nulla, ma ultimamente non sto bene per niente e la cosa NON mi piace. Mi rimetterò, spero.

Spero anche quantomeno di inserire presto un post su una cosa bellissima che mi è successa sabato scorso (gli amici/colleghi "fumettosi" sanno già di cosa si tratta). Insomma sono qui, sono a pezzi, sono preda di attacchi d'ansia e quant'altro, ma non mollo. 'spettate solo qualche settimana e torno meglio di prima.
:-)

sabato, giugno 23, 2007

Due lezioncine e qualche pensierino

Adesso vado dietro la lavagna e scrivo cento volte: "Smetterò di fare le cose più grosse di quello che sono, smetterò di fare le cose più grosse di quello che sono, smetterò di fare le cose più grosse di quello che sono..."

Cioè: almeno, tenterò.

Ieri ho rovesciato addosso un sacco di tensioni e preoccupazioni alla povera Tawerny la quale ha ascoltato pazientemente, offerto qualche parere, dato il tipo di conforto che lei sa dare (è che è molto). A fine serata, sempre la Tawerny guarda me e Purplecri e commenta energicamente: "oh, dai ragazze, ma che sono 'ste facce distrutte che avete?"
Purplecri risponde (più o meno): "E' perché noi siamo gente che lavora!"
E la Tawerny, provocando: "Perché io invece che faccio? Mi gratto?!?"

In effetti. E' vero che in questi giorni dormo poco e lavoro tanto. E' anche vero che il suddetto lavoro è pesante anche e soprattutto da un punto di vista emotivo, perché il mio rapporto con la Grande Capessa è molto stretto anche dal lato personale (lei è una specie di amica e sorella e a volte anche madre, tutto insieme). Ma lasciarmi piallare in questo modo, dovrei cercare di evitarlo. Forza! Ce la posso fare. Respirare a fondo, ricordare che è la vita che ho scelto, pensare che non devo timbrare cartellini, riflettere sulle grandi botte di culo che ho avuto. E' il mio lavoro, lo so che in questo periodo dell'anno va così, lo so che con la Capessa a volte è difficile, ma è la mia vita e mi sta bene così. Avanti!

La seconda lezioncina arriva proprio dalla Grande Capessa. Ho trascorso giorni a preoccuparmi e a perdere il sonno per un certo aspetto lavorativo che secondo me lei aveva trascurato, che ci avrebbe portato problemi, che poteva risolversi in un disastro. Ci avrei scommesso, che oggi sarebbe scoppiato questo casus belli e sarebbe successo il finimondo. E dentro di me non riuscivo a non essere da un lato arrabbiata con lei (perché, per sua stessa ammissione, aveva appunto trascurato la cosa quando era il momento di pensarci), e da un lato preoccupatissima (perché non sapevo come avrebbe potuto cavarsela, alla resa dei conti, né avevo idea di come avrei potuto aiutarla).

E invece?
Nessun casus belli, niente apocalisse. Alla fine, grazie a una veloce correzione in corso d'opera, tutto liscio come l'olio. Tutte le mie previsioni e inquietudini, sbagliate.

Nuova frase da scrivere cento volte dietro la lavagna: "Fidati della Grande Capessa, fidati della Grande Capessa, fidati della Grande Capessa.."

E questa è una lezione che ad anni alterni imparo e poi dimentico. Sarà una casinista, sarà la donna dai mille problemi, sarà la direttrice artistica che salva i file sbagliati nel posto sbagliato e corregge le cose che non deve correggere, sarà la persona che il giorno prima mi gratifica più di ogni altra e il giorno dopo con una parola può spezzarmi il cuore, ma sa il fatto suo, conosce il suo mestiere, alla fine cade sempre in piedi ed è sempre un passo avanti a me e agli altri.
Porcozzimbolo, ci sarà un motivo se comanda lei!

Mi basterebbe che riuscisse a gestire la sua vita privata con la stessa grinta ed energia con cui gestisce il lavoro, e invece si trascura e si tratta male su tanti, troppi aspetti. Chi le vuole bene cerca in ogni modo di "ricondurla sulla retta via", perché questa sua vita convulsa le fa del male, e di converso lo fa anche a noi altri. Nutre per me e per certe altre persone un affetto sconfinato, e mi scopro a pensare che per ciascuno di noi sarebbe pronta a morire.

Ma è pronta a vivere?

martedì, giugno 19, 2007

24 ore non-stop (quasi)

Ieri (domenica) sera mi fa lavorare...
Stamattina mi fa partire la mattinata per una singola riunione...
Poi mi tira fuori un'informazione confidenziale in ritardo di appena un anno...
Oggi pomeriggio mi combina un casotto bestiale con la struttura di un palco...
Stasera mi fa di nuovo lavorare...

Praticamente 24 ore (eccettuati i pasti e qualche ora di sonno) al servizio della Capessa.

Ma confesso: in questi giorni sfibranti in cui tendo un po' a "perdermi", se non ci fosse lei a mettermi in riga sarei ben incasinata.

Quindi va bene così.

sabato, giugno 16, 2007

E venne il Re

Ho trascorso due giornate un po' pesantucce in Val Trebbia (dintorni di Piacenza), dove ha le sue origini il ramo materno della mia famiglia, e dove pertanto si è svolto il funerale di mia nonna, per l'esattezza in un paesottolo sperduto chiamato Scabiazza (un nome un programma), arroccato su un monticelllo.
Sono partita (insieme a mia madre) con l'idea che sarebbero stati due giorni un po' deprimenti, ma che in sostanza, per le ragioni che ho espresso nel post precedente, non mi avrebbero toccata più di tanto.

Un cavolo!

Mi sono ritrovata coi nervi a fior di pelle e tanta, ma tanta irritazione. Io già coi riti ci vado poco d'accordo; con quelli funebri, men che meno. Solitamente, tendo ad assistere tenendomi un pochino da parte, con la massima discrezione, il che secondo me è anche un modo per manifestare rispetto per chi sta soffrendo.
Tendo anche a evitare tante chiacchiere e a manifestare il mio affetto e la mia vicinanza, alle persone più coinvolte, semplicemente con un tocco della mano o un abbraccio.
Cerco anche di scappare da veglie, rosari e quant'altro, un po' perché non ci credo da un punto di vista religioso, un po' perché trovo che spesso si tirino dietro una dose di formalità che, in momenti del genere, andrebbe dimenticata a favore dell'onestà più pura.
Ma, in questo caso, non solo non mi era possibile starmene per conto mio, bensì ho anche dovuto adattarmi ai riti locali che sono un po' più, come dire, incisivi rispetto a quelli a cui sono abituata.

Anzitutto: all'interno della camera ardente, allestita all'ospedale di Bobbio (dove la nonna era stata ricoverata quando si è sentita male), bara scoperchiata fino all'ultimo momento. Cosa per me totalmente inaspettata: vedere all'improvviso 'sta cassa da morto aperta, con il corpo di mia nonna dentro, di quel colore livido/giallastro/opaco, coperto di cerone, non è stata un'esperienza che ripeterei. Dopo la sorpresa iniziale, ci ho messo parecchie ore prima di avere il coraggio di guardarla (e ancora mi chiedo perché l'ho voluto fare).
Poi: obbligo di tenere la camera ardente aperta in continuazione, tranne qualche ora la notte, e guai al mondo se fosse rimasta senza nessuno. Come se la nonna avesse avuto ancora interesse che ci fosse gente intorno alla bara e al suo corpo. Cose che per me non hanno senso, ma mia zia dava evidentemente per scontato che dovessero funzionare così (il che glielo si perdona, per carità, considerate le circostanze: dico solo che a me, 'ste robe fanno salire la pressione).
Rosario serale: anche quello dentro la camera ardente, sempre in presenza di 'sta bara aperta, e poi altre ore di veglia. Il mattino dopo, ancora veglia, poi benedizione e infine trasporto alla chiesa di Scabiazza, per funerale e tumulazione.

Di tutta la parte in camera ardente, io ho sopportato qualche quarto d'ora sparso, preferendo starmene subito fuori, o nel giardinetto dall'altra parte della strada. La brezza della sera, che da quelle parti è sempre molto piacevole, il vociare lontano dei ragazzini che andavano in giro per le strade (proprio come facevamo mia cugina ed io quando avevamo la loro età e passavamo lì le vacanze), il panorama della Val Trebbia con le sue montagne, mi hanno messa in una disposizione d'animo molto più bendisposta alla riflessione e alla meditazione di quanto avrebbe fatto qualsiasi camera ardente.

Ho scovato inaspettate risorse di pazienza anche ricevendo saluti e condoglianze di persone che nemmeno mi conoscono, ma che si sentivano sempre e comunque in dovere di dire qualcosa a tutti i parenti, dando così il segnale di partenza alla sagra della banalità, da "almeno non ha sofferto", a "certo che novantasei anni sono tanti". Ovviamente non è mancata la gara a chi ha i parenti o genitori più anziani e più malati, e non ci si poteva esimere da commenti sul tempo ("fa un bel caldo, eh?") e sul clima ("non esiste più la mezza stagione"). Ennesima dimostrazione del mio teorema secondo cui il mondo ha dimenticato il valore del silenzio e della semplice presenza, dell'esserci, essere lì.

Eppure... eppure, al termine di una giornata durante la quale in ogni istante pensavo di voler andare via da quei luoghi che per tutta la vita ho amato pazzamente, probabilmente gli unici luoghi in cui sento di avere (forse) radici... ecco, improvvisamente la Val Trebbia si è riappropriata di me e del mio affetto.

Appena rientrata in casa dei miei zii, dopo il rosario serale e le successive ore di veglia, passo davanti alla finestra, spalancata per far entrare un po' d'aria fresca, e nel silenzio della notte sento un curioso brusio di sottofondo. Mi avvicino alla finestra, cercando di identificare il misterioso rumore, e improvvisamente eccolo, capisco cos'è.

E' il mormorio del Trebbia che scorre a fondovalle.

Annuso la brezza, con i profumi che si porta dietro. Guardo fuori, i profili delle montagne che si stagliano contro il cielo illuminato da qualche stella, i boschi che coprono i fianchi dei monti, il vecchio ponte di pietre con le sue arcate e le sue gobbe, e sotto di esso lui, il grande fiume, l'incontrastato Re della vallata.

E finalmente, per quei meravigliosi istanti in cui mi balza il cuore in gola e un paio di lacrime cercano di farsi strada (a fatica, beninteso - ho pur sempre un personaggio da mantenere), mi sento di nuovo a casa.

mercoledì, giugno 13, 2007

Spaventoso sollievo

Oggi è morta la mia nonna materna, in modo abbastanza inaspettato: da anni in stato di quasi totale incoscienza, e bisognosa di essere accudita in tutto e per tutto, nell'arco di un paio di giorni ha "deciso" che era tempo di andare. Domattina porto mia madre a Piacenza, dove mia nonna viveva, e torneremo giovedì sera, dopo il funerale.
In effetti, non mi sento addolorata. O meglio: mi sento molto dispiaciuta per mia madre, che senz'altro è enormemente addolorata. Ma la scomparsa della nonna in quanto tale, semmai suscita in me un innegabile quanto spaventoso senso di sollievo.
Sollievo perché, con la sua dipartita, le persone che la accudivano (a semestri alterni, mia madre e mia zia) sono ora "libere", e di conseguenza lo sono anche le altre persone che in parte venivano condizionate dalla situazione (io, mia sorella, mio padre, mio zio, mia cugina...).
Spaventoso perché si porta dietro dei margini di egocentrismo piuttosto inquietanti.
E la finisco qui, perché al momento non mi viene nemmeno da trarre nessuna conclusione né sparare qualche massima di quelle belle ciniche che mi piacciono tanto. Mi resta solo questo fastidioso senso di disagio interiore (ed è un bel po' egocentrico anche lui, porcomondo se lo è).

giovedì, giugno 07, 2007

Trascendo...?

Oggi, pranzo del giovedì con Monica, mia migliore amica di una vita. Fra le varie chiacchiere, le accenno anche di alcuni provvedimenti che sto per prendere riguardo a un paio di inestetismi che mi porto appresso da un po'.

Lei: "Non avrei mai detto... io nemmeno li noto, su di te. Queste cose, tu le trascendi."

Non "Sei una burina tamarra a cui dell'estetica non è mai fregato niente..."
Non "Alla buon'ora hai pensato di prenderti cura di te..."

Tutte cose che lei sarebbe autorizzata a dirmi, peraltro.

Bensì: "Queste cose, tu le trascendi".

E' o non è la mia migliore amica? ^___^

Quando si accende la lampadina

Per la serie "piccole soddisfazioni".

Stavo rimuginando, devo dire senza nemmeno troppo impegno, su come organizzare una mostra. In sintesi, la situazione è che ho a disposizione una sala molto ma molto grande, ed è difficile trovare materiale a sufficienza per riempirla. Ovviamente presupponendo di organizzare, suddividere ed esporre il suddetto materiale in modo creativo e interessante, perché a raccogliere roba e buttarla lì, è bravo qualsiasi cretino.

Dovevo partire da un certo numero di sezioni, ideate dal mio arcinoto collega Caos Incarnato, ma necessitavo di integrarle, di ampliarle, insomma di fare qualcosa di più.

E d'improvviso... TAK! La luce si accende. Sono i momenti del mio lavoro che amo di più. Quando arriva l'idea giusta, quando un insieme di esigenze, necessità e ipotesi si amalgamano e trovano un'armonia inedita, che prima non avevano ma ora possono avere. La scintilla all'inizio è vaga, poi si concretizza e si frantuma in una serie di dettagli, nuove ipotesi, accorgimenti tecnici... niente che meriti un Nobel, per carità, ma esattamente quella cosa che mi serviva. Mi butto a pesce sulla tastiera del PC ed elaboro il tutto in mezza paginetta, da sottoporre a Caos Incarnato.

Ma lo so che può funzionare, che viene fuori una cosa ben fatta, che offre un servizio in più al visitatore. Sì sì, funziona. FUNZIONA.

martedì, giugno 05, 2007

Adesso basta.

Oggi potrebbe facilmente venirmi voglia di insultare / picchiare / maledire qualcuno.

Per l'ennesima e ultima volta in circa quattro mesi, mi sono state cambiate le carte in tavola su un lavoro che avevo in ballo e a cui tenevo molto. Questa non solo è la volta definitiva, ma è anche quella che mi leva questo lavoro dalle mani NON per darlo a qualcun altro, ma semplicemente per nullificarlo, dato che l'evento in questione non si terrà più.

"Perché vedi, il manager tal dei tali mette i bastoni fra le ruote, e poi ci sono conflitti tra gli sponsor e le categorie merceologiche, e allora io non me la sento di affrontare il progetto in via definitiva, e allora non se ne fa più niente e mi dispiace tantissimo e grazie lo stesso".

Umanamente, per carità, lo so che è dispiaciuto.

Professionalmente, però, ciò non toglie che sia stata una solenne inculata. Altrimenti detta: "non me la sento di sopportare il rischio imprenditoriale che questa attività comporterebbe, quindi il rischio imprenditoriale diventa tutto tuo, che lavoravi da quattro mesi a questa cosa. Io non ci rimetto denaro, tu ci rimetti (solo) tempo e frustrazione".

Almeno fosse stata una sola e definitiva volta. Uno dice: sembrava che potessimo fare questa cosa, invece così non è stato, mi dispiace, sarà per un'altra volta. E basta. Invece, cambi di carte in tavola ce n'erano stati già: si fa, non si fa, si potrebbe fare ma non è detto, tu continua pure perché vedrai che si fa, però forse sorge un problema, sì è confermata, no non è confermata, sì adesso lo è...

Dovevo capirlo. Dovevo capirlo e basta, che non c'era da contarci. Se dopodomani qualcuno se ne esce a dirmi (di nuovo!) che le cose stanno cambiando e c'è ancora speranza e tutto sommato si potrebbe tentare di aggirare l'ostacolo, e cazzi e mazzi vari, stavolta giuro che rispondo di no. E il prossimo che mi si para davanti lasciando intendere che ha per le mani una bella opportunità legata a un personaggio famoso, lo prendo a calci nelle palle prima che possa dire bao.

mercoledì, maggio 30, 2007

Lessico familiare: Mùk mùk?

Natalia Ginzburg lo sapeva bene.
Chiunque di noi ha nel suo bagaglio linguistico una serie di parole, suoni, modi di dire che derivano da esperienze personali, familiari, intime e chissà che altro.

E le loro origini non sono nemmeno raccontabili.
Bè: tecnicamente sì. Ma raccontarli non trasmette quel sapore di memoria e nostalgia, o comicità, o umorismo, o qualunque cosa sia, che sentiamo sulla lingua quando li pronunciamo.

Quindi non ci proverò nemmeno. A raccontare la genesi del mio lessico familiare.
Ma qualche perla esemplificativa ogni tanto, perché no?

Si inizia con una frase di cortesia. Nel vocabolario swanico, "Mùk mùk?" (detto da persona che sta sgranocchiando o bevendo qualcosa) significa: "Ne vuoi un po'?"

Adesso potete incamerarlo e farne sfoggio con la sottoscritta al momento opportuno, mandandola in brodo di giuggiole perché vuol dire che avete letto il suo blog.

lunedì, maggio 21, 2007

Il porcospino nella nebbia

Normalmente non sono una fan del cinema d'animazione "d'autore". Nemmeno del fumetto "d'autore", se è per quello. Di solito amo un certo tipo di connubio tra autorialità e mainstream, quella specie di magica fusione che ha generato opere come Ken Parker o Allegro non troppo.
Eppure i cortometraggi di Yuri Norstein mi toccano dentro. Razionalmente faccio quasi fatica a seguirli... il ritmo è lento, lo stile non è chiaro né immediato. Ma ci sono piccoli dettagli che non trovo altrove.
Il porcospino nella nebbia è uno dei miei preferiti. C'è tanto stupore e tanta confusione negli occhi di questo piccolo porcospino che si perde, tanta tenerezza nel suo desiderio di contare le stelle insieme al suo amico orsetto, tanta maestà nell'immagine del cavallo bianco che gli appare.
Magari è solo che siamo tutti dei piccoli porcospini, desiderosi di fare le piccole cose che ci piacciono, sempre a rischio di perderci nella nebbia, sempre custodi in cuor nostro della speranza che un maestoso cavallo bianco ci protegga quando ci perdiamo.

sabato, maggio 19, 2007

Passaggio di proprietà

Sono un po' tanti... cioè un po' troppi... gli autori (di fumetti o altro) che si sparlano addosso magnificando certi loro lavori e lamentandosi che il pubblico e/o la critica, a seconda dei casi, non se li sono filati abbastanza.

Così facendo, trascurano un piccino piccino sebbene cruciale dettaglino.
E cioè che, una volta che hai scritto/disegnato una cosa, una volta che l'hai pubblicata o comunque diffusa (via carta stampata, web, fotocopie...), quella cosa non è più tua. MAI PIU'. Ormai è passata di proprietà. Adesso appartiene al pubblico e SOLO a lui.

Tu potevi aver voluto dire centinaia di cose con quell'opera, potevi averci messo dentro le tue budella cucinate con mille spezie... ma se il pubblico quei sapori non li ha sentiti, è perché evidentemente li hai amalgamati male, oppure lo hai fatto benissimo ma con un gusto e con dei criteri che hanno eccessivamente precorso i tempi, e quindi magari sei pure un genio ma non puoi farne un caso di stato se il pubblico non se ne è accorto.

"Considero questa mia graphic novel uno dei miei lavori meglio riusciti, ma la gente non l'ha apprezzata".
"In questo albo ho messo tutto me stesso, eppure non ha avuto l'accoglienza che avrebbe meritato".
"Questo ciclo di episodi rappresentava una rivoluzione nel panorama narrativo preesistente, ma nessuno l'ha voluto capire".

E certo, bravi. Tutti pirla tranne voi.

Per carità, la reazione istintiva un po' la capisco. Magari passo due giorni a stendere un articolo che mi pare tanto interessante e ben scritto, e nessuno se lo fila. La volta dopo scrivo un coacervo di cazzate in un'oretta scarsa, perchè devo tappare di corsa una pagina buca, e dopo un po' qualcuno mi viene a dire che magari gli articoli mi venissero tutti così.

E per carità numero due, nessuno più di me sostiene la tesi che l'80% della gente è composta da una massa di pecoroni ignoranti che non capiscono una cippa.
Ma io almeno ho l'onestà di dire che quell'80% non è un valore assoluto, e non è formato sempre dalla stessa fauna (anche se uno zoccolo duro giurerei che ci sia). Tutti noi andiamo a farne parte di volta in volta, perché possiamo essere competenti e preparati su certe cose, ma del tutto pirla su altre.

Insomma il genio incompreso mi ha stufato. Magari se quella graphic novel non ha venduto sfracelli di copie, è perchè non era 'sto granché. Magari se la tal rivista non ti ha recensito o considerato, è perché ha avuto pietà, e ha voluto farti un favore a non stroncarti. Magari se il tal lavoro non è conteso a colpi d'arma bianca da tutti gli editori nel raggio di mille chilometri quadrati, è perché non sei un nuovo Hemingway.

E poi, scusate: ma è un concetto così complicato da doverlo spiegare?!?

Qualcosa ha fatto click

Diego Cajelli è uno sceneggiatore di fumetti bravo, una persona simpatica, un commentatore sagace. Ha un blog, intitolato Diegozilla, che non leggevo da un po' di tempo. Ora vedo che ci ha inserito alcuni post taaanto, taaanto caruuuucci su una sua vacanza londinese.

A parte che mi ha suscitato più di un sorriso vedere fotografie di luoghi e personaggi che io sento ormai familiari...
A parte che ci sono brevi commenti e freddure sulla differenza tra Inghilterra e Italia (nonché tra inglesi e italiani) che toccano corde del mio animo molto ben predisposte in tal senso...
A parte le piccole perle di aneddotica del viaggiatore, sempre molto gradite anche perché ogni viaggiatore ha le sue, che non sono di nessun altro, ed è bello che le condivida...

...detto questo, per un istante mi sono sentita follemente innamorata di Diego alle seguenti parole (nel post Conflitto di interessi): "Forse, se sui palchi dei nostri teatri non ci fossero i primi pirla che passano in televisione, la gente riempirebbe i teatri anche qui."

Che magari non è per niente detto sia vero, dal momento che gli spettacoli privi di nomi televisivi, qui in effetti guadagnano molto meno degli altri... e anche a Londra non è che ci sia più il purismo di una volta da questo punto di vista (la degenerazione da starlette c'è anche da loro, meno evidente ma c'è anche da loro, basta guardare come si susseguono i vari cast di Chicago)... e né Londra né l'Inghilterra in fondo sono paradisi terrestri.

Ma sentire qualcosa dentro fare click e combaciare perfettamente con una parte di te, fosse pure solo per un'infinitesimale frazione di secondo, e solo per aver letto due righe su un blog altrui, è sempre una bella sensazione.

Questi sono i link alle quattro puntate del "diario londrese" pubblicate finora. Non ho idea se ce ne siano altre in arrivo, comunque il link al blog di Diego è qui nella colonna di destra, quindi non potete dire di non trovarlo più!

venerdì, maggio 18, 2007

Creatività lessicale

Una intensa discussione di lavoro con Colei Che Può è stata bruscamente interrotta da un mio attacco di riso convulso davanti a questa sua affermazione:

"Scordati di fare come ti pare, perché non è possibile che ogni volta devi metterti in mezzo! Guarda che ti avviso, sai??? Perché la Madonna è morta e tu sei già sull'orlo del buratello!!!!"

Giuro, eh? Testuale.

Scelta? Quale scelta?!?

Bene bene bene: mi trovo in un mezzo casino che DEVO pur risolvere in qualche modo, e i casi sono due. Inizialmente poteva sembrare che ci fosse una gamma di scelte più ampia, ma vedo che tante alternative si scartano praticamente da sole...

Caso A - svicolo agilmente tra le mie responsabilità, mettendo una pezza qui e là alla meno peggio, e lascio che la situazione si risolva un po' alla volta limitando il mio coinvolgimento personale.
Contropartita: qualcuno a cui voglio immensamente bene avrà di che rimetterci (professionalmente e psicologicamente).
Caso B - prendo bene di petto la cosa, lasciandomene coinvolgere fino in fondo e trovando così una soluzione più rapida e con meno strascichi.
Contropartita: il qualcuno di cui sopra si opporrà con tutte le sue forze e me ne dirà quante a un cane.

Ora, diciamolo chiaramente e ammettiamolo fino in fondo: ma veramente c'è una scelta fra i due casi?!?
E infatti il problema non è mica scegliere. È percorrere l'unica via possibile senza che mezzo mondo debba cercare di impedirmelo, porcozzimbolo!!!!!!

giovedì, maggio 17, 2007

"Aire"... ovvero "aria" in spagnolo.

Ci sono notti semplicemente perfette per respirare profondamente, godersi l'aria umida e fresca dopo un'acquazzone, e correre in moto nel buio, quando le strade sono vuote.

Questa è stata una di quelle notti.

mercoledì, maggio 16, 2007

Sbranare per sport

Da qualche giorno si rincorrono in rete commenti, critiche e attacchi all'arma bianca contro lo staff organizzativo di Torino Comics, colpevole di una sonora débacle scaturita da quella che doveva essere l'arma vincente dell'edizione di quest'anno: la joint-venture con la Fiera Del Libro.

Io lì a Torino non c'ero: questioni varie mi hanno impedito di andarci, e forse, considerato quel che ho sentito, è andata meglio così. Ma tutti i malfunzionamenti e le discriminazioni di questo mondo (discriminazioni, naturalmente, da parte della cultura "ufficiale" nei confronti di quella "bassa e popolare") non giustificano l'operazione di sciacallaggio che alcuni soggetti stanno operando nei confronti dello staff di Torino Comics, staff del quale conosco benissimo da anni il responsabile, Vittorio Pavesio, persona di rara correttezza e competenza. Il quale ha certo commesso degli errori (sostanzialmente riconducibili a un eccesso di fiducia nei confronti dei suoi "nobili" interlocutori), dei quali è giusto e sacrosanto discutere, ma non merita il fango che in troppi gli stanno gettando addosso.

Questa è la sua lettera aperta, dalla quale traspare tanta amarezza per il modo in cui certi "professionisti" si sono comportati. E poi lamentiamoci se l'editoria a fumetti va a ramengo.

venerdì, maggio 04, 2007

48 ore di paura...

E fu così che mancavano 48 ore alla performance teatrale di fine corso. Corso di teatro, intendo. Esperienza durata un paio d'anni (con un saggio al termine di ciascuno), interessante, istruttiva, significativa, ma... finita qui.

Due anni mi sembrano un tempo più che ragionevole per meditare un giudizio, e nonostante le ottime esperienze fatte, purtroppo non ci siamo. Gli insegnanti fanno parte di una compagnia che ama il teatro d'avanguardia e di sperimentazione; peccato che io proprio NON lo ami, questo tipo di teatro. Io sono rimasta a Shakespeare, Goldoni e i musical. Non me ne frega niente di mettere in scena spettacoli il cui fine ultimo è la denuncia sociale, la propaganda culturale, ecc ecc. Mi annoiano, non mi divertono, non mi appassionano, non mi fanno venir voglia di invitare gli amici a vederli. Mi diverto di più a lavorare! E quindi, nonostante mi dispiaccia immensamente abbandonare le mie compagne di corso, che sono persone meravigliose, ho chiuso qui: fra 48 ore.

Che peraltro sono 48 ore terrorizzanti! Va bene che 'sto spettacolo non mi sembri granché (ed è comunque moooolto meglio di quello dell'anno scorso), ma una volta che l'impegno è preso, bisogna dare il massimo e pregare tutti gli Eros del mondo (questa la capiscono appunto le altre della compagnia) che vada bene. C'è sempre una gran paura. Panico panico panico! Insomma: fingers crossed, e che gli Eros ce la mandino buona. Help...

sabato, aprile 28, 2007

Nostalgia della Città Di Smeraldo

Ohi, certo che 'sta donna SA cantare...

4 maggio: aggiunta per chi non sa di cosa si tratta: canzone "No Good Deed", tratta dal musical Wicked, nell'interpretazione di Kerry Ellis.

Di moto e di caschi

Per chi si stesse angosciando ponendosi la fatale domanda "ma allora se l'è comprata, 'sta moto, oppure no?!?", ecco la risposta: SIIIIIIIIIIIII!!!!!!!! ^__^
Ora fra passaggio di proprietà, assicurazione e robe varie, ci vorrà una decina di giorni prima che possa effettivamente piazzarmela sotto il sedere e andarci in giro, ma la soddisfazione già è tanta. L'unico neo di malinconia è l'idea di vendere la moto attuale che, con tutti i suoi difetti di "portabilità", però è una meraviglia... ci sono affezionata... insomma guardate un po' che bella:

Ci fosse qualche amico in ascolto che è interessato, mi faccia un fischio... venderla a qualcuno che si conosce sarebbe meno traumatico!

E visto che siamo al motorbike-showroom, ecco siore e siori anche il casco nuovo, acquistato alla fine dell'estate scorsa approfittando di uno sconto, mai collaudato finora. Quello vecchio ormai non si guardava più, e poi era talmente usurato da aver perso anche parte della sua efficacia. Quindi ecco quello nuovo...
Dicesi Matisse Titanium Modulare. La marca è la Airoh, il modello è OVVIAMENTE integrale, in virtù della mia ventennale campagna contro i caschi aperti, che ripareranno anche il dorso e la cima della zucca, ma se uno cade di faccia o di mento non proteggono un §#%%0. Uno dice, va bè, a cadere di faccia ti fai male ma non ti ammazzi. Sì sì, poi ne riparliamo quando hai la mandibola scardinata, le guance tumefatte e il setto nasale all'altezza dell'attaccatura dei capelli, eh?
Ma quanto sono simpatica stasera. Però ho un'ottima giustificazione: un'altalena di umore, nelle ultime 24 ore, che nemmeno un metereopatico. Cheddevodì? Succede!

mercoledì, aprile 25, 2007

Segni di cedimento

Scadenze, scadenze, scadenze. Una vita fatta di scadenze.
E ovviamente, per inseguirle, a volte si prendono delle cantonate... uffaaaaaaaaa...
Va bè, mettiamola così: la fretta mi ha indotta a non interpellare un collega nella preparazione di un documento, e il collega se l'è presa perché alcune cose contenute nel documento dovevano essere sotto la sua supervisione. Ed io me la sono presa perchè lui se l'è presa, in quanto dal mio punto di vista quel documento andava assolutamente preparato, se non ci avessi pensato io non ci avrebbe pensato nessuno, e non avevo il tempo di rivolgermi a tutte le parti in causa (ne ho selezionata solo una, che evidentemente non era QUEL collega).
Successo niente di catastrofico, per carità, è bastato discuterne un attimo, chiarire le rispettive esigenze e aspettative, seppellire l'ascia di guerra e ripartire. Tranquilli e riappacificati.
Ma il sintomo LO CONOSCO...
Insomma: dopo la crisi della Donna Burocratica, non molti giorni fa, oggi è toccato a me e a Caos Incarnato. E pure la Grande Capessa la vedo che perde colpi...

...staremo mica iniziando a cedere già adesso? E a fine luglio come ci arriviamo?!? °__°